

La Cortina di ferro

Gli anni della Guerra fredda
Ricordi dei miei tempi “Riservati”

Parata di Eroi
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Nulla ci rende così solitari quanto i nostri segreti.
Quello che segue è un capitolo della mia storia che per tantissimi anni ho dovuto mantenere nascosto a tutti, persino alla mia famiglia. Sicuramente non mi è stato difficile perché il riserbo e la discrezione sono da sempre caratteristiche molto peculiari del mio modo di essere.
Ma ormai l’assetto geopolitico internazionale è talmente cambiato che oggi, pur con certi limiti, non ho più l’obbligo del silenzio.

Sin dalla fine degli anni ’70 si sono moltiplicate le più disparate teorie e congetture per spiegare cosa veramente sia stata la strategia della tensione. Le parti in gioco furono essenzialmente gli opposti estremismi, i servizi segreti nazionali ed esteri, le forze armate, le organizzazioni occulte infiltrate a tutti i livelli nell’apparato dello Stato.
Qui non ho la pretesa di chiarire i vari perché o percome, ma di raccontare come fu che un ragazzino di poco più di quindici anni cominciò a fare politica prima a scuola, poi in una piazza cittadina e a poco a poco si trovò a far parte di un contesto politico-militare molto più vasto, organizzato e complesso. Ci tengo a sottolineare che ogni mia decisione fu presa in totale libertà. Nulla mi fu imposto. Tutto fu conseguenza di un mio preciso volere.
Ricordo come se fosse ieri quella fredda mattina del gennaio del ’71. Avevo diciotto anni ed ero appena ritornato da Roma dove avevo concluso il Corso di Formazione alla scuola militare del mio Corpo. Mi trovavo vicino a San Babila, al bar “Alla Torre” di piazza Liberty – oggi si chiama “Quore italiano”, sì proprio con la Q, banale e diseducativa trovata “marchettistica” di un permissivismo ormai dilagante – insieme a Mauro Marzorati, Alessandro Danieletti, Rudi, Alessandro Stepanoff, Davide Petrini, Marco Petriccione, Mario di Giovanni, Riccardo Manfredi e altri camerati. Si stava parlando di una manifestazione che si sarebbe dovuta tenere da lì a pochi giorni con l’intervento di Servello. Il morale però era piuttosto basso perché la questura sembrava intenzionata a vietarla, come faceva ormai da tempo.
Arrivò improvvisamente Gianni Nardi che mi chiamò in disparte nella saletta privata sopra al bar, era presto ed era completamente vuota. Mi disse che si doveva discutere di una questione della massima riservatezza e che sapeva di poter contare sulla mia totale discrezione e spirito di attaccamento. Venni così presentato ai due tenenti dell’esercito che lo accompagnavano, vestivano abiti civili molto eleganti, avevano un viso perfettamente rasato e osservandoli più attentamente ne ebbi subito una sensazione di ordine, competenza e disciplina. Con calma cominciarono a parlarmi di un progetto coordinato a livello nazionale e internazionale per proteggere il paese dalla incombente minaccia marxista. Non vollero però entrare nei dettagli e mi pregarono di non fare domande perché non avrebbero comunque potuto rispondere.
Rammenterò sempre di come non mi togliessero gli occhi di dosso, del modo insistente e inquisitorio con cui mi fissavano, quasi a voler cogliere anche il mio più piccolo cenno di perplessità, di indecisione, o peggio ancora, di malcelato dissenso. Rimasi impressionato dalla loro spiccata eloquenza e capacità di analisi, ma in nessun momento mi sentii a disagio perché ero abituato a non cedere mai a timori reverenziali e sapevo che in un confronto faccia a faccia non sarei stato certamente io il primo ad abbassare gli occhi, neanche davanti ad un ufficiale di grado superiore. Penso che di me abbiano apprezzato tre fattori: ero giovane, appartenevo al Corpo più prestigioso delle nostre forze armate e parlavo correntemente l’inglese. Il loro breve discorso mi parve molto suggestivo. Infine mi domandarono cosa ne pensassi e se fossi interessato.
Gianni aveva sei anni più di me, era tenente della Brigata “Folgore” ed era l’erede miliardario di “Amadio”, la fabbrica di elicotteri e aerei militari di Ascoli Piceno (più tardi trasferita in Lombardia) di proprietà di sua madre, Cecilia Amadio. Anche per questo motivo tutta la sua famiglia era storicamente legata allo Stato Maggiore dell’esercito. In San Babila era l’idolo di tutti noi, io poi per lui avevo un rispetto che rasentava la venerazione, specialmente da quando nel ’69 (avevo sedici anni) per la prima volta mi aveva invitato a passare alcuni giorni nella sua villa di Ascoli, mentre a Milano ci trovavamo quasi sempre nel suo bellissimo appartamento di via Mascagni 21, a due passi dalla nostra piazza. Esso occupava gli ultimi due piani del palazzo e dall’ultimo, il diciassettesimo, si aveva una spettacolare vista di tutta la città. Proprio ad Ascoli ebbi modo di conoscere sua madre e la cara sorella Alba e a quel primo invito ne seguirono altri. Nonostante la notevole differenza d’età, ci legava un profondo sentimento di affetto e di reciproca stima. Con lui andavo anche all’estero, veniva a vedermi alle gare sportive, mi telefonava spessissimo e non mancava mai di darmi consigli, ricordo ad esempio quando mi raccomandò di stare alla larga da alcuni giovani che non gli andavano molto a genio per via di certe loro attività che nulla avevano a che fare con la militanza politica.
Su questo punto fu assolutamente intransigente, tanto che un giorno, vedendomi proprio con uno di loro, si avvicinò e senza proferire parola mi rifilò davanti a tutti un violentissimo ceffone che mi lasciò impietrito sul posto, con la guancia dolorante e arrossata, anche dalla vergogna. Se ne pentì però quasi subito e cercò di rimediare con un abbraccio dei suoi, talmente vigoroso, che per poco non ridusse le mie povere costole in misera poltiglia. Non mi aveva mai messo le mani addosso e quella fu la prima ed unica volta. Era fatto così, le sue sfuriate erano proverbiali, duravano poco e nel mio caso mi mantenevano lontano dai guai. Del resto sapevo benissimo che gli stavo molto a cuore e che gli premevano soprattutto il mio bene e la mia sicurezza. Il giorno dopo, come se niente fosse stato, mi regalò una delle sue bellissime magliette che usava durante gli addestramenti della Folgore, toccò quindi a me abbracciarlo in silenzio, mettendoci tutta la mia forza. Gli anni sono passati e quella maglietta purtroppo non esiste più, logorata inesorabilmente come fu dal tempo. Aveva per me un valore davvero incalcolabile.
Dei tanti libri che mi consigliava di leggere finì poi per donarmi uno dei suoi preferiti, “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche che conservo ancora oggi. Eravamo ormai diventati grandi amici quando gli chiesi perché in quella fredda mattina del ’71 tra tutti i camerati avesse pensato proprio a me. La sua risposta preferisco non rivelarla, ma mi riempì d’orgoglio.

A Gianni qui va una dedica senza parole, le mie sarebbero certamente troppo modeste e banali. Che parli dunque Wagner con il suo “Parsifal”, uno dei capolavori più immensi di tutta la storia della musica. Ne eravamo entrambi appassionati.
Richard Wagner – Parsifal – Finale
“Höchsten Heiles Wunder!
Erlösung dem Erlöser!”
“Miracolo d’altissima salute! Redenzione al Redentore!”
La celebre traduzione italiana di Guido Manacorda (1869 – 1965) qui non mi soddisfa molto perché la trovo troppo letterale. Per rendere con maggiore enfasi il misticismo che pervade il finale dell’opera io avrei tradotto più liberamente: “Miracolo di supremo rinnovamento! Redenzione al Redentore!”
I critici non sono mai stati d’accordo sull’interpretazione di questi versi finali. Alcuni ritengono che “Redentore” sia un riferimento a Cristo, altri a Parsifal. È probabile invece che Wagner abbia voluto lasciare all’ascoltatore la conclusione più confacente.
Wagner – Parsifal – Finale
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Gianni, un bellissimo ricordo che il tempo non cancellerà mai. Sono convinto che per il bene di un grande amico si possa arrivare anche al sacrificio della propria vita. Per lui lo avrei fatto senza la minima esitazione, ma quel giorno purtroppo non ero a Maiorca.

Ascoli Piceno, zona Marino del Tronto.
Scorcio della splendida villa seicentesca di Gianni in via Navicella, una strada all’inizio asfaltata che poi si trasforma in un tortuoso percorso in terra battuta, costeggiato da platani e querce. Lunga poco più di settecento metri, non è molto lontana dal centro e conduce fino all’entrata della casa di approssimativamente novecento metri quadrati. La casa esiste ancora oggi ed è considerata “bene culturale”. Tutta la proprietà ricopriva oltre tre ettari di superficie, comprendeva una piscina, un campo da tennis e un meraviglioso bosco con una lussureggiante vegetazione, attraversato da numerosi sentieri. Verso la fine degli anni ’60, Gianni vi aveva fatto costruire anche un attrezzatissimo poligono di tiro.
Anch’io ebbi modo di esercitarmi lì, direi con notevole successo, visto che addestramento militare a parte, frequentavo sia il poligono “Cagnola” di Milano in viale Achille Papa (oggi si chiama “Tiro a Segno Nazionale”), sia quello di Somma Lombardo in provincia di Varese. Quest’ultimo era visitato regolarmente da molti del mio gruppo e da diversi altri giovani della San Babila più elitaria. Usavo di solito una Browning 7,65 – una Beretta M34 – a volte la mitica Colt M1911.
Del gruppo milanese il più assiduo frequentatore della villa era Giancarlo. Io ci andai se ricordo bene quattro volte, una volta con Antonio, Matteo e Davide.
La collezione d’armi di Gianni, iniziata dal padre, era incredibile. Tra quelle che più mi impressionarono citerei senz’altro la mitragliatrice statunitense M60, il fucile automatico AK-47 (Kalashnikov) e tra le pistole semiautomatiche la leggendaria Browning Hi-Power calibro 9 mm.

Ascoli Piceno. Piazza del Popolo.
Lo storico e tradizionalissimo “Caffè Meletti” che frequentavamo spesso di pomeriggio o anche di sera. In gioventù quasi non bevevo alcolici (oggi sono completamente astemio), ad Ascoli però non mancavo mai di ordinare la specialità del Meletti, l’Anisetta con la “mosca”. Ricordo di averla provata lì la prima volta a sedici anni a stomaco vuoto e di essere poi tornato alla villa piuttosto malfermo sulle gambe, accompagnato da due amici.
Fu due anni dopo, ancora in questo elegante locale che Gianni, tra una chiacchiera e l’altra, volle mettere alla prova il mio autocontrollo e senso di responsabilità. Mi diede una grossa busta sigillata contenente vari documenti, chiedendomi di portarla a Lugano e di consegnarla personalmente a un certo “monsieur…” – il nome proprio non me lo ricordo – gestore di un famoso negozio d’armi (si trova ancora oggi nella stessa via) che più tardi seppi essere amico di Gianni e strettamente legato al leggendario e pluridecorato eroe di guerra francese (campagne d’Indocina, Corea e Algeria) capitano Guérin-Sérac, residente a Lisbona. In nessun caso avrei dovuto dire dove e da chi mi era stata data, costasse quel che costasse. Conoscendo bene il suo notorio caratterino sapevo che non era il caso di chiedergli troppi perché.
Al momento della consegna passai però un gran brutto quarto d’ora. Questo misterioso signore, affiancato da un robusto guardaspalle, mi disse con tono perentorio che mancavano due importantissimi documenti, attribuendomene la colpa. La richiesta di spiegazioni e le domande divennero sempre più incalzanti e intimidatorie, ma tenni duro e alla fine me ne andai dall’ufficio con sollievo, senza tuttavia aver capito un accidente di tutta quella strana e incomprensibile vicenda. Ero comunque contento di aver tenuto fede alla parola data.
Quando più tardi telefonai a Gianni per raccontargli l’accaduto, si mise a ridere, mi elogiò per come me l’ero cavata e aggiunse che mi avrebbe rimborsato la benzina della moto. Non battei ciglio, replicai gelidamente con un paio di insulti piuttosto coloriti, dicendogli che di certo non avevo bisogno dei suoi soldi e che mi facesse pure il favore di levarsi di torno per un bel po’.
Rammento che il giorno dopo si presentò a casa mia senza il minimo preavviso, il portiere lo aveva fatto salire perché lo conosceva bene, autoinvitandosi a pranzo. Nonostante la forte arrabbiatura e la cocente mortificazione ammetto che dopo il dessert lo avevo già perdonato. Del resto non potevo serbargli rancore: l’amicizia per noi significava un inscindibile legame di sangue.

La mia partenza definitiva dall’Italia non avvenne per caso, era stata progettata da tempo. Nel 1978 avevo ottenuto il congedo dal mio Corpo, devo dire molto a malincuore. Per diversi anni, durante la militanza politica e l’attività sportiva, mi aveva dato copertura, protetto, appoggiato e garantito una notevole indipendenza, nonostante i vincoli che mi legavano al Centro Sportivo ed in modo particolare ad alcuni autorevoli ufficiali, appartenenti a reparti che potrei definire più riservati. Pochissimi però sapevano della loro esistenza, il Centro Sportivo ne era completamente all’oscuro.

Con loro mi incontravo a seconda delle necessità, apprendendo così ad interagire con meccanismi che dapprima provocarono in me un certo disorientamento, ma che con la dovuta pratica si trasformarono poi in una procedura direi quasi di ordinaria amministrazione. Mi tornano in mente i colloqui a Milano con tre importanti militari, il capitano… (nome omesso), un altro capitano che mi parlava spesso e volentieri in inglese (nome omesso) e il sempre solerte e instancabile maggiore “Fulvio”, molto amico di Gianni. A Roma invece vedevo il prestigioso colonnello G.B. di stanza all’influente “Ufficio R – Sezione Ricerca Notizie”. Mi prese subito in simpatia e fu promotore e responsabile per la mia ammissione e il mio arruolamento nel CAG, quasi un anno dopo quel memorabile incontro con i due ufficiali dell’esercito al bar “Alla Torre” di Milano.
Da lui imparai moltissimo, ricordo le sue impareggiabili dissertazioni sui fondamenti di teoria e di pratica tecnico-militare di livello tattico più elevato, come pure quelle sulla più efficace gestione dell’effettivo civile e militare che per ventura si fosse trovato a dover operare dietro alle linee nemiche, in circostanze di pressione psicologica estrema. Uomo di grande intelligenza, cordiale, efficientissimo e di notevole cultura, nel corso della sua carriera prestò servizio, seppure in tempi e con compiti diversi, alle dirette dipendenze dei generali Gerardo Serravalle, Giuseppe Santovito, Vito Miceli, Pietro Musumeci, Paolo Inzerilli e Gianadelio Maletti.
Alcuni di questi alti ufficiali facevano anche parte della potentissima Organizzazione occulta di cui preferisco non citare il nome, pienamente operativa e onnipresente in Italia a partire dagli anni ’60 fino al 1980. Su di essa si fondavano le nostre speranze di una svolta istituzionale che neutralizzasse una volta per tutte il sempre più concreto pericolo comunista. Ma la vicenda Sindona innescò poi la reazione a catena che portò alla sua scoperta ed ai fatti che ormai sono ben noti a tutti.

Il compianto ed indimenticabile colonnello G.B.


I generali Serravalle, Santovito, Miceli, Musumeci, Inzerilli, Maletti.

Rarissima immagine di uno dei campi di addestramento di “Europa Civiltà” a Rascino nel Lazio. Notare la bandiera con la caratteristica “Croce ricrociata”. È composta da quattro croci latine disposte ad angolo retto, l’una contrapposta all’altra. Nel suo significato pagano e cosmogonico rappresentava i quattro elementi, terra, aria, acqua e fuoco, come pure i quattro punti cardinali. Più tardi divenne uno dei simboli del Cristianesimo, ricollegabile ai quattro evangelisti. “Europa Civiltà” fu molto attiva a Rascino e a Bardonecchia.
Va detto che da noi erano molto attivi anche altri campi di tipo paramilitare, Gianni e Giancarlo ebbero per quanto riguarda la loro organizzazione un ruolo determinante. Famosissimi (solo tra gli addetti ovviamente) erano quelli di AN nel Trentino a Monte di Mezzocorona vicino a Malga Kraun e di ON a Rascino nel Lazio. Ma si andava anche all’estero, sempre e solo in Spagna o in Portogallo, a Lisbona il punto di riferimento era “Aginter Press”, una lunga storia che solo Stefano, se fosse ancora vivo, potrebbe raccontare nei minimi particolari.

Era di vitale importanza ottenere informazioni su coloro che agivano da infiltrati per conto del governo di Mosca e del KGB in tutta l’Europa e in particolare in Italia, paese situato al centro del Mediterraneo, confinante con uno dei paesi del Patto di Varsavia e che per di più possedeva il partito comunista più forte del blocco occidentale.
Si sapeva che le loro cellule si annidavano spesso anche tra i gruppi extraparlamentari di sinistra dell’epoca. Erano sovvenzionate dal PCI che a sua volta riceveva fondi direttamente dal Cremlino, bisognava quindi far fronte ad una possibile invasione degli eserciti bolscevichi mediante azioni di guerriglia-sabotaggio dietro le linee nemiche, coordinate dai servizi segreti. Il progetto nacque nel 1948 e si concretizzò nel 1956, anno della feroce repressione sovietica in Ungheria, coinvolgendo gli stati europei aderenti all’ Alleanza Atlantica più due paesi neutrali, Austria e Svizzera. La base italiana, il CAG (Centro Addestramento Guastatori) era in Sardegna a Torre Pòglina, a 18 km dal promontorio di capo Marrargiu, ma a quei tempi nessuno sapeva della sua esistenza, sulle carte militari e topografiche non ne esisteva alcuna traccia.
Fecero parte del gruppo anche diversi giovani di destra (non militari), nonostante ciò contrariasse le norme dell’Organizzazione Atlantica, tutto però era lecito quando si trattava di combattere il marxismo. Essi vennero dunque incorporati nella rete di agenti che si estendeva su tutto il territorio nazionale. L’ operazione fu portata a termine davvero minuziosamente, con la raccolta di informazioni e la schedatura di molti di coloro che in qualche modo fossero legati al PCI, alla sinistra extraparlamentare, che professassero idee d’ispirazione socialista o marxista, o che semplicemente avessero anche soltanto rapporti di amicizia con i militanti di tali gruppi. In caso d’invasione di un esercito del Patto di Varsavia sarebbe scattata immediatamente una operazione parallela alleata, per impedire con ogni mezzo ai marxisti italiani di dare qualsiasi tipo di supporto all’invasore.
I nomi delle giovani reclute furono mantenuti in assoluto segreto e non apparvero mai nelle liste degli iscritti, quando furono divulgate negli anni ’90. Tali liste annoveravano ufficialmente solo 622 civili, ma la realtà è alquanto diversa. L’organico degli agenti in servizio attivo in Italia era considerevolmente più numeroso, 1.915 per l’esattezza, e comprendeva anche moltissimi appartenenti alle forze armate dei quali a tutt’oggi solo l’AISE conosce l’identità.
Anni prima, nel 1985, in un appartamento di uno stabile di viale Bligny a Milano erano state scoperte centinaia di schede compilate dai membri di una cellula di Avanguardia Operaia con i nomi di militanti della destra milanese. Vi figuravano naturalmente tutti i nostri, con relativi indirizzi e gruppi di appartenenza. Anche i rossi si erano dunque dati da fare, seppure in maniera molto disorganizzata, rudimentale e dilettantistica, uno stile che in fondo li ha sempre contraddistinti, ad eccezione però delle BR la cui struttura organizzativa fu talmente perfetta da lasciare sbigottiti persino coloro che il militare lo facevano di professione. Dopo una attenta analisi del materiale ritrovato, fu finalmente possibile identificare gli esecutori materiali della mortale aggressione al nostro Sergio Ramelli.

Fu così allora che un bel giorno cominciai ad essere convocato a Sassari per disputare una gara sportiva militare organizzata dal Comando dell’isola. In seguito venivo trattenuto sul posto, ufficialmente “per ulteriori allenamenti sportivi”, ma in realtà per partecipare a veri e propri corsi, sia pratici che teorici, sull’uso di armi leggere-pesanti e su tecniche di guerriglia e sabotaggio a sostegno delle forze alleate. Prima della costruzione della provinciale Alghero-Bosa, il mezzo usato per raggiungere il CAG (come ho già detto, a quei tempi nessuno ne conosceva la localizzazione) era l’aereo che decollava da Roma-Ciampino e atterrava ad Alghero, da lì le reclute proseguivano poi con l’elicottero.
Con la nuova strada litoranea il viaggio diventò nel mio caso molto più breve, anche perché essendo militare, godevo di un trattamento speciale e disponevo di informazioni che i più ignoravano. Partivo con un pulmino che aveva i vetri oscurati, per cui potevo solo supporre che il Centro Addestramento distasse circa 40 km da Sassari. La Base era molto prossima alla spiaggia che intravedevo, ma a cui non avevo accesso, udivo comunque distintamente il continuo frangersi delle onde. Di più non mi era concesso sapere, mi era assolutamente proibito di uscire dalla zona degli alloggi e dalle aree di addestramento, domande poi non era proprio il caso di farne.
Era imprescindibile mantenere l’anonimato, ci si chiamava con il nome di battesimo, ma sempre mantenendo un rapporto di assoluta formalità (nel mio caso John diventò “Signor Giovanni”) ed era categoricamente vietato fornire informazioni personali di qualsiasi genere. La minima infrazione avrebbe comportato l’allontanamento immediato. Quando nel gennaio 1980 entrai in contatto con il mio interlocutore a Milano per avvisare che stavo per trasferirmi definitivamente in Brasile, ricevetti più tardi una telefonata del Capo Rete “Signor Francesco” con un cordiale in bocca al lupo e la richiesta di fornire un mio recapito a Rio de Janeiro. Mi si ricordava anche di rimanere sempre disponibile perché una volta entrati nell’Organizzazione se ne faceva parte vita natural durante. Riconosco di essere tutto fuorché un sentimentale, ma quel giorno, d’improvviso, provai una punta di velata malinconia.
OMAGGIO AL GENERALE PAOLO INZERILLI

Generale Paolo Inzerilli – Milano, 15/11/1933 – Roma, 24/03/2024
24 marzo 2024. Si è spento oggi l’uomo, ma vive immortale l’eroico patriota.

Dal 1974 al 1986 fu a capo della nostra gloriosa Organizzazione. Devo menzionare la sua grande intelligenza, la sua disponibilità, la brillante abilità nell’organizzare e dirigere. Quando nel 1991 tutti noi ricevemmo la lettera dell’Ammiraglio Martini annunciando lo scioglimento del gruppo, molti ricevettero anche una sua lettera personale.
Addio e grazie di tutto Comandante.

Credo fermamente che la storia sia sempre veritiera per quello che non dice. Un carissimo e nostalgico saluto postumo al mitico “Signor Decimo”, fra tutti gli ufficiali istruttori del CAG, senza dubbio il più indimenticabile.

Dopo la sveglia, prima di cominciare l’addestramento, questo glorioso inno era uno dei più diffusi dall’altoparlante del CAG.
Inno dei Carristi
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“China su fronte si ses sezzidu pesa
ch’es passende sa Brigata tattaresa!
Boh! Boh!
e cun sa manu sinna sa mezzus gioventude de Saldigna …”
Senza presentazioni, da brividi!
Inno della Brigata Sassari
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Non si può assolutamente negare che con il passare del tempo, certi membri di questa struttura difensiva militare vennero a svolgere compiti che esulavano sempre più dalle funzioni originali per le quali erano stati arruolati. I rapporti sempre più sporadici tra i paesi associati, lo smantellamento dei “Nasco”, la sempre più improbabile eventualità di una invasione da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, portò all’utilizzo, su iniziativa di poteri estranei al Patto Atlantico, di alcuni membri della destra radicale addestrati appunto in Spagna o in Portogallo, con il compito di preparare una serie di azioni destabilizzanti (e.g. “Notte di Tora Tora”, Roma 1970) che avrebbero dovuto condurre alla dichiarazione di uno stato di emergenza e alla conseguente sospensione di tutti i diritti costituzionali. Ciò avrebbe liquidato definitivamente qualsiasi tentativo di spostamento dello spettro politico a sinistra. Fu proprio in queste circostanze che fu data una ulteriore stretta alle relazioni tra queste basi operative e la potente Organizzazione occulta che ho menzionato precedentemente.
Sui Nasco vorrei comunque chiarire che molto di ciò che è stato scritto al riguardo è frutto di fantasie da romanzo. I giornalisti credono di essere informati, ma sono puntualmente gli ultimi a scoprire la verità, sempre e ammesso che riescano ad arrivarci. Il deposito di Aurisina (Trieste) appartenente al raggruppamento “Stella Marina” e il deposito di San Vito al Tagliamento (Pordenone) del raggruppamento “Stella Alpina” furono gli unici ad essere scoperti per caso nel 1972 da turisti locali e non dalle forze dell’ordine, come divulgato dai media di quei tempi. Per quanto riguarda tutti gli altri raggruppamenti del Nordest, “Rododendro”, “Ginestra” e “Azalea”, dei loro depositi non se ne seppe mai nulla. Tutto il materiale che arrivava, sempre dagli Stati Uniti (CIA), dalla Svizzera (P-26 o Projekt-26) e dalla Germania (“Überrollgruppe” – gruppi di sfondamento), era racchiuso in speciali contenitori per assicurare il suo perfetto stato di conservazione nel tempo, dato che veniva poi sotterrato nelle zone prescelte.
Fu deciso in seguito che una parte degli armamenti dissotterrati venisse depositata in caserme dei Carabinieri. Per il ritiro del materiale si sarebbe dovuto confrontare la metà di una banconota da mille lire con la sua altra metà, conservata nella cassaforte di una sezione del SID (Ufficio R), a Roma. Anni dopo, la stampa sinistroide, populista e tendenziosa fece circolare cervellotiche teorie da rotocalco di basso prezzo, sostenendo che gli armamenti sarebbero stati utilizzati anche per “scopi eversivi”, esprimendo inoltre “profonda indignazione” perché l’esistenza dell’Organizzazione era stata mantenuta nascosta all’opinione pubblica. Evidentemente per quei giornalisti la cronaca di una partita di calcio e gli “Affari Riservati” erano due temi da divulgare con un criterio del tutto analogo.

Prima di proseguire, vorrei fare alcune precisazioni al riguardo della P-26 svizzera. Un paio di lettori di questo sito, per l’appunto svizzeri tedeschi, ha avanzato dubbi sul periodo in cui essa avrebbe operato, contrariando quanto da me affermato. Il fatto di ignorare un particolare molto rilevante può causare in effetti grande confusione. Ribadisco categoricamente che come nel caso di tutte le altre strutture dell’Alleanza Atlantica, anche la P-26 risale alla loro stessa epoca, ossia al dopoguerra anni ’50, ed era preposta alla difesa del territorio nazionale. Per togliere quindi una volta per tutte qualsiasi dubbio ai nostri due lettori, è importante che sappiano dell’esistenza di una seconda agenzia, l’ultrasegreta P-27 che a quei tempi aveva il compito di effettuare all’estero missioni speciali di grande rischio e di schedare e raccogliere informazioni confidenziali sugli elvetici in generale.
Fu proprio la scoperta di quest’ultima che nel gennaio del 1989 fece scoppiare a Berna il famoso scandalo del “Fichenaffäre” (Affare schede). Si venne a sapere che i servizi segreti locali erano in possesso di più di 700.000 schede (stilate tra il 1900 e il 1985), dove figuravano anche i nomi di simpatizzanti dei partiti di sinistra, di anarchici o di comunisti. Ciò scatenò l’enorme putiferio mediatico che un anno dopo si sarebbe ripercosso anche nell’Italia del governo Andreotti. Ma c’è di più. Gli svizzeri sono uno dei popoli più civili e più organizzati del mondo, non sorprenderà quindi il fatto che già prima della Seconda guerra mondiale avessero creato una struttura difensiva per difendere il loro territorio da una possibile invasione dei paesi dell’Asse, Germania e Italia, denominata “Unternehmen Tannenbaum” (Operazione Albero di Natale). In questo furono dei veri e propri precursori, anticipandosi addirittura ai servizi segreti americani.
Una mia ultima considerazione sul tema “Organizzazione Atlantica”. Per tantissimi anni una certa stampa italiana, riportando le invettive isteriche di molti politici, ha martellato il cervello della gente con la teoria delle “continue ingerenze di potenze straniere e dei loro rispettivi servizi segreti negli affari interni ed esterni del nostro paese”. Urge quindi rinfrescare la memoria degli smemorati. La Seconda guerra mondiale si era conclusa nel 1945 con la sconfitta dei paesi dell’Asse, Germania, Italia, Giappone. Nel 1948 il governo provvisorio militare alleato aveva ormai da tempo riconsegnato il potere alle autorità civili italiane e in quel medesimo anno erano state indette le prime elezioni libere del dopoguerra. Solo la mente ottenebrata di certi scribacchini della stampa partigiana e sinistrorsa poteva pensare che gli alleati vincitori, emulando un certo Lucio Quinzio Cincinnato, sarebbero poi tornati tranquillamente ai campicelli di casa loro, lasciando alla repubblica appena nata il totale libero arbitrio di decidere del suo destino presente e futuro. E i cinque anni di guerra? E lo stato a sovranità limitata? Tutto dimenticato? Tutto perdonato? Ma si vuole scherzare? I cronisti dell’immediato dopoguerra erano troppo indaffarati a raccontare della nuova Italia e della sua ricostruzione per poter valutare correttamente il suo scarso potere di autodeterminazione, vanno quindi giustificati. Ma la sfrontatezza di quelli che a loro sono succeduti fino ai giorni nostri non ha limiti.
“Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso.”
(Mark Twain)
Questa massima io però la modificherei così:
Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica ciò che conviene.
I tempi ormai si stavano facendo difficili e molti dei nostri si trovavano già all’estero. Con molta difficoltà ero riuscito a telefonare ad Alessandro a Beirut. Stava bene ed era contento di dove si trovava. Mi raccontò che molti erano già a La Paz, là secondo lui gli appoggi erano maggiori dal momento che AN vi operava da tempo. Io non ero d’accordo. In Brasile avevamo conoscenze più solide e più sicure, collegate anche a quella potente Organizzazione occulta molto influente sia lì che in Argentina. In Bolivia invece, la presenza dei nostri servizi segreti era costante e ciò costituiva un notevole pericolo perché ormai non ci davano più copertura. Giancarlo a P.d.R aveva pagato con la vita l’agguato tesogli dal maresciallo Filippi e i suoi uomini, appunto su ordine dei servizi, inoltre la situazione politico-economica boliviana era talmente precaria che le autorità giudiziarie e di polizia locali tendevano ad appoggiare chi pagasse meglio. L’ineffabile repubblicano Spadolini e il SISDE questo lo sapevano molto bene quando inviarono a La Paz il commando che finì poi con l’eliminare il nostro “Pigi”.
È opportuno riflettere con estrema attenzione sul fatto che tutti i servizi segreti del mondo seguono la medesima e imprescindibile norma: chi non serve più viene abbandonato a sé stesso, eliminato o incolpato di azioni perpetrate da altri. Nel corso degli anni si è cercato con ogni mezzo possibile di decifrarne le strutture e le strategie, molti giornalisti e scrittori hanno impiegato fiumi d’inchiostro per raccontare come abbiano fortemente influenzato la politica mondiale. Si è parlato parecchio anche dei loro metodi d’azione e tecniche di depistaggio, del reclutamento, addestramento e della loro efficienza. Tra tutti ho sempre tenuto nella massima considerazione il “Mossad” israeliano, chiunque avesse la sventura di finire nel mirino di uno dei suoi agenti non avrebbe scampo, certamente verrebbe scovato ovunque, anche su un altro pianeta.
Non posso fare a meno di aggiungere un mio fondato e realistico pensiero sulla sempiterna e tediosa teoria dei “servizi deviati”. Dico subito che non sono mai esistiti, semplicemente perché sarebbero stati in contraddizione con l’essenza di una struttura creata per essere organizzata e coesa, priva di correnti autonome non allineate. Il servizio segreto di una qualsiasi nazione in nessun caso è legato a bandiere, partiti o ideologie, ha sempre seguito, segue e continuerà a seguire le direttive di un potere assoluto, occulto e opportunista, al di sopra di parlamenti, senati, congressi, ministeri, magistrature e altre istituzioni cosiddette democratiche. È pure vero che i suoi massimi dirigenti si dimostreranno inesorabilmente puntuali nel rinnegare quegli agenti che dovessero farsi scoprire nell’adempimento delle loro missioni. Durante i nostri “anni di piombo”, il SID, in seguito il SISDE e il SISMI, dapprima sostennero e poi sconfessarono i due opposti estremismi, a seconda della convenienza. Da un lato ne è esempio eclatante l’agguato di Via Fani compiuto dalle BR. È un dato di fatto, anche se mai confermato, che esso fu “supervisionato” da agenti dei servizi, visto che il famigerato compromesso storico non rientrava nei piani che erano stati stabiliti per l’Italia. Va detto che le BR avrebbero potuto essere smantellate molto prima di quando poi effettivamente lo furono, ma i nuovi servizi, recentemente riformati, avevano tutto l’interesse a prolungare la loro attività. Questo però le BR non lo hanno mai saputo. Sulla sponda opposta potrei citare di nuovo il fallimento dell’operazione “Notte di Tora Tora” nel dicembre del ’70. Il KGB aveva fatto sapere direttamente alla CIA – i canali governativi ufficiali contavano meno di niente – che non sarebbe stata tollerata l’instaurazione di un regime autoritario nella penisola, pena l’intervento militare del Patto di Varsavia in difesa dei “compagni” del PCI. Da qui dunque l’ordine dell’«immediato rientro alla base», impartito al “principe nero” su consiglio (si fa per dire) dell’ambasciatore americano a Roma. Non si voleva ovviamente correre il rischio di una nuova crisi mondiale, simile a quella dei missili di Cuba del 1962.
Tornando al Brasile, avevo diversi contatti. Tra tutti il colonnello Gilberto Airton Zenkner del SNI e il maggiore Cramer, entrambi di grande aiuto durante i miei primi anni a Rio de Janeiro, del resto i militari erano al potere ovunque in Sud America e noi ne conoscevamo parecchi. Furono molti dei nostri a passare da queste parti, alcuni rimasero, altri vi morirono, ma di ciò la stampa ha parlato fin troppo e come sempre a vanvera. Con il maggiore Cramer avevo un rapporto molto stretto. Fu in Romania nel 1975 che per la prima volta mi raccontò di come il Brasile stesse accogliendo membri della destra internazionale, desiderosi di lasciarsi alle spalle regimi decadenti e inquinati dal veleno marxista.
Purtroppo, all’epoca del mio arrivo a Rio i militari erano al crepuscolo e il generale Figueiredo stava preparando la transizione al ritorno del sistema democratico. Ciononostante molti si opponevano all’apertura e i servizi segreti avevano il loro bel daffare nel tentativo di contrastarla, ma a quel punto il processo era ormai irreversibile. È un dato di fatto innegabile che il regime militare brasiliano sia stato uno dei più tolleranti e ciò è confermato dalla storia dei decenni successivi fino al giorno d’oggi, visto che la sinistra è riuscita non solo a sopravvivere, ma ad arrivare addirittura al potere, prima con un presidente proveniente dal sindacato marxista dei metalmeccanici, poi con una presidentessa, ex guerrigliera maoista (sic!)
Il generale Medici, suppostamente della destra più radicale, lasciava purtroppo piuttosto a desiderare quanto alla risolutezza nella lotta al marxismo, a differenza dei suoi parigrado, l’argentino Videla e il cileno Pinochet.
Il generale Medici

Il generale Figueiredo a sinistra in borghese
OMAGGIO AL BRASILE

Hino Nacional Brasileiro
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“… Brasil, um sonho intenso, um raio vívido,
De amor e de esperança à terra desce,
Se em teu formoso céu, risonho e límpido,
A imagem do Cruzeiro resplandece.”
![Presidential_Standard_of_Brazil.svg[1]](https://i0.wp.com/johnpezza.com/wp-content/uploads/2018/01/presidential_standard_of_brazil.svg1_.png?resize=720%2C506&ssl=1)

Con il collasso dell’impero sovietico e il costante indebolimento dei servizi segreti americani in Sud America (e nel mondo), cominciarono a cadere così, una per una, le giunte militari che per anni avevano governato il continente, aprendo il cammino a pseudo democrazie la cui spaventosa corruzione ha trascinato molti dei suoi paesi nel baratro di una crisi economica e politica di dimensioni impensabili.
Nel prospero Venezuela di un tempo si è installato il fantoccio marxista il cui nome non vale la pena nemmeno di pronunciare. L’ Argentina che ancora non riesce a scrollarsi di dosso il suo obsoleto passato peronista ha un’inflazione del 47% (2018), il più alto degli ultimi ventisette anni, mentre in Bolivia nel 2018 avevano un presidente che ebbe la ridicola idea di regalare al papa una scultura in bronzo di Gesù Cristo crocifisso sulla falce e il martello.
Del Brasile ho già detto. Nell’ottobre del 2018 hanno eletto alla presidenza del paese un capitano della riserva. Un militare aperto alla democrazia che interagisce con un congresso di una lentezza legislativa pachidermica, costituito anche da deputati che non sempre vantano un certificato penale proprio impeccabile. Non è sufficiente essere un militare o dichiararsi di destra. Chi governa deve essere un tecnico di provata capacità ed esperienza, non legato ad un partito o all’influenza del sistema partitocratico, deve possedere innata la virtù dell’oratoria e conoscere bene l’arte del comunicarsi con le masse.
Si dice che il cammino verso la democrazia sia lungo, difficile e tortuoso. È molto probabile invece che esso non porti da nessuna parte. Quanto a noi, continuiamo secondo il lemma evoliano a “Cavalcare la Tigre” in attesa di tempi migliori che sicuramente arriveranno, perché da parte nostra ci sarà sempre l’impegno di non desistere. Siamo in molti in giro per il mondo e sappiamo attendere pazientemente. Ma statene pur certi, prima o poi scoccherà di nuovo l’ora del nostro ritorno.

Copacabana


Venezia





Roma, Villa Borghese.

Roma, piazza San Pietro.

Roma, Foro romano.

Roma, piazza Venezia, che nostalgia di quel balcone!

Dobbiaco, Sacrario San Candido.

Cortina d’Ampezzo

Le giornate in cui finalmente riuscivo a staccarmi dalla realtà quotidiana per vivere come e con chi volevo, ma era un sogno che sarebbe sempre rimasto tale.
Cima della Tofana di Mezzo a 3.244 m




Svizzera, Passo del Bernina.

Le Dolomiti. Ma il pensiero corre al Monte Rosa e al ghiacciaio del Lys, dove riposano immortali le ceneri di Evola.

OMAGGIO ALLA SPAGNA

Himno Nacional de España
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¡ARRIBA ESPAÑA! ¡UNA, GRANDE, LIBRE!
“Creeremo una Spagna fraterna, una Spagna lavoratrice e laboriosa dove i parassiti non troveranno dimora; una Spagna senza catene, una nazione senza i germi distruttivi del marxismo e del comunismo, uno stato per il popolo, non un popolo per lo stato.”
Francisco Franco
Cara al Sol – ¡Arriba España!
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“Cara al Sol con la camisa nueva que tú bordaste en rojo ayer, me hallará la muerte si me lleva y no te vuelvo a ver …”
![1200px-Bandera_FE_JONS.svg[1]](https://i0.wp.com/johnpezza.com/wp-content/uploads/2018/01/1200px-bandera_fe_jons.svg1_.png?resize=720%2C480&ssl=1)
MADRID


Ci sentivamo come asserragliati in un forte accerchiato da avversari infinitamente più numerosi. Non ci siamo mai arresi.
Molte primavere, illusioni, certezze, uniti sempre. Anni dorati. Dolce malinconia.
Permane struggente il ricordo di coloro che non ci sono più. Giovani vite disintegrate dal sistema. Grazie e onore a tutti voi! Insieme abbiamo scritto pagine indimenticabili della nostra gioventù.
A voi e alla “nostra” piazza segue un mio pensiero con tanto affetto:
“SANBA” ADDIO!

“Epiche giornate, attimi di speranza, allegria, tristezza, vite che si intrecciavano, destini già segnati eppure ancora tutti da scoprire.
Oggi ti guardo ormai vuota, ovunque è solitudine, ombre, volti anonimi, indifferenti, voci che non sento.
Cammino, ritorno lungo la strada del tempo che tutto spazza via e trasforma. Luce che illumini d’improvviso, disperdi la polvere, scuoti e risvegli dal torpore gli assopiti.
Ecco, ti rivedo finalmente viva, impavida e fiera come allora, risento alta e forte la voce degli amici, la pelle è accarezzata dolcemente dalla prima tiepida primavera.
Ma è già tramonto. Tutto scompare. Si dileguano le rimembranze, torna il silenzio. Sei stata nostra… per sempre grazie, non ti dimentichiamo”.
“John John”

Il mio canto libero – Lucio Battisti
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“In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi
Io e te …“

Omaggio alla immortale città di Roma e ai suoi indimenticabili camerati.

Addio grande, indimenticabile Stefano, ti salutiamo tutti sull’ attenti. Presente, sempre!
“Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius”. (Quinto Orazio Flacco)
Sole fecondo, che col carro ardente porti e nascondi il giorno, e nuovo e antico rinasci, possa tu vedere mai nulla più grande di Roma!

Roma Capoccia – Antonello Venditti
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“Roma capoccia der monno infame …”.

Ciao Ale, questa è dedicata solo a te.
Parioli, Trastevere, Monte Mario, Prati… non ti dimentico.

Roma nun fa’ la stupida stasera – Valerio Mastandrea – Sabrina Ferilli
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