
E tutto cominciò così.
Piazza San Babila all’inizio degli anni ’30. Corso Monforte e il mitico “Donini”.
1967, Milano. La storica sede della Giovane Italia in Corso Monforte. Qui nacque il nostro gruppo, qui riaffiorano i ricordi dei miei sedici anni. Nel 1970 il Movimento Sociale decise di chiuderla, dando così inizio alla storia di San Babila. Fu proprio davanti all’entrata di questa sede che ebbi la memorabile ventura di conoscere Gianni Nardi, già a quei tempi una vera e propria leggenda.

Di sei anni più vecchio di me, si faceva vedere in piazza solo saltuariamente. La sua famiglia viveva ad Ascoli, ma lui passava gran parte dell’anno a Milano ed era uno dei giovani più facoltosi della città. Per questo motivo frequentava una cerchia di amici molto ristretta, fidandosi esclusivamente dei pochi intimi che conosceva a fondo.

Un carattere introverso e riservato. Non dava molta confidenza.

Intelligentissimo, colto, alto, un fisico assolutamente perfetto, non a caso lo presero subito alla “Folgore”. Pochi conoscevano le armi come lui. Scherzando, gli chiedevo spesso se fosse stato lui ad ispirarsi a Nietzsche, o viceversa.

Dal primo momento mi sentii attratto dalla sua ineguagliabile classe, dal suo modo di fare e di pensare, forse perché in lui vedevo anche un po’ di me stesso. Certamente lo rispettavo e lo stimavo come pochi.

Quando decideva finalmente di aprirsi, dimostrava pure uno spiccato senso dell’umorismo.

Gianni Nardi. Vederlo sorridere era cosa rara…
Ricordo quel nostro primo e singolare incontro. Dopo avermi squadrato con fare alquanto altezzoso e sprezzante dalla testa alla punta dei piedi, si incuriosì per via del mio nome inglese. Poi, un po’ tra il serio, ma molto più sul faceto, mi domandò se per caso fossi imparentato con la famiglia Kennedy, alludendo all’appellativo “John John” con cui veniva chiamato dai genitori il famoso presidente americano.
– Oh yes John John! – esclamò fissandomi dritto negli occhi, non senza una punta di sottile ironia e un sorriso piuttosto forzato. Tutti i presenti lo udirono, si misero a ridere e da quel giorno il nomignolo non mi abbandonò più. Devo dire che di Gianni mi piacquero subito la forte personalità, l’atteggiamento distaccato e la freddezza, con lui mi sentivo ancora più risoluto e concordavo in toto sui suoi celebri dogmi, in particolare sull’importanza di un predominio assoluto della mente sulle emozioni. Di sicuro accanto a lui cominciai anche a ragionare in modo più realistico, più pragmatico e più rigoroso.
Non posso tuttavia affermare che il nostro rapporto fu sin dall’inizio tra i più cordiali. La sua petulante postura, diffidente e canzonatoria, mi irritava, mi esasperava e mi amareggiava profondamente. La tolleravo comunque sempre di buon grado non lasciandomi mai intimidire, facendo di tutto per indurlo ad accorgersi di me e a concedermi finalmente la sua tanto agognata stima. In fondo si trattava solo di una questione di tempo, ben presto si sarebbe reso conto di non avere a che fare con un ragazzino qualunque. E così infatti avvenne. Mi orgoglio di averlo convinto.
1967, Milano. Ancora un’immagine del balcone della Giovane Italia in Corso Monforte 13. Qualcuno purtroppo si dimenticò di mettere l’accento grave su “passerà”. Le nostre riunioni servivano anche a promuovere il corretto uso della lingua italiana, ma evidentemente non tutti vi partecipavano. Fu Aldo Zeni, il responsabile della sede, che accettò la mia iscrizione.
1970, Milano, corso Monforte. Difendendo la vecchia sede della Giovane Italia da un attacco dei compagni, poco prima della sua chiusura. Pochi, ma buoni!
Carissimi camerati della San Babila dei tempi andati,
abbiamo trascorso insieme anni indimenticabili che ancora oggi ricordiamo con tanta nostalgia. Tutto cominciò nella mitica sede di Corso Monforte. Da lì alla nostra piazza poi il passo fu breve.
Alcuni di voi mi hanno insistentemente richiesto di commemorare l’anniversario del nostro decennale impegno politico e del movimento che cambiò il mondo. Il 1968 ne segnò l’inizio e certamente coinvolse anche noi.
Purtroppo la destra borghese o parlamentare, come dir si voglia, voltò le spalle ai suoi giovani permettendo così ai seguaci di Mao e di Lenin di strumentalizzare il ’68 e le sue giuste rivendicazioni, con l’obbiettivo di instaurare in Italia la dittatura sovietica del proletariato. Quella destra tradì l’ideale a cui si era ispirata nel dopoguerra e per questo noi rifiutammo sempre di farne parte.
Eccovi dunque accontentati. Le righe che seguono raccontano non solo di noi camerati e della nostra militanza, ma anche un po’ di me e della mia vita, una storia che pochi hanno davvero conosciuto. Le dedico interamente a voi, sempre nei miei ricordi, ieri come oggi.
“John John”
La nostalgia di un soprannome che mi riporta a Gianni e ai bellissimi giorni trascorsi insieme.
I viaggi all’estero cominciarono per me dalla mia Milano ai tempi di una infanzia molto felice, quando spesso visitavamo i nonni materni a Londra. Lo sport che praticavo mi portò poi in tanti altri paesi in giro per il mondo.
Vissi con molta dedizione una lunga ed intensa attività di atleta, anche se essa a livello agonistico non fu una mia libera scelta, direi piuttosto un obbligo che a tutt’oggi non ho mai accettato. I contrasti familiari che ne risultarono furono a volte molto aspri, tanto da poter affermare che di tutta la mia gioventù quello fu certamente il periodo più travagliato.
Alla fine degli anni ’60, come molti ragazzi di quella nostra ideologicamente impegnata generazione, fui attratto anch’io dalla politica che mi entusiasmò e mi coinvolse veementemente sin dalla primissima adolescenza. Con autentica passione, anima e corpo, a sedici anni divenni un fervido militante.
In una Milano sempre più infestata dai marxisti formammo così un temerario gruppo di giovani, unito da fortissimi vincoli di solidale amicizia e fraternità e vivemmo una lunga, epica, coraggiosa battaglia che fu in assoluto unicamente e soltanto nostra. La gente comune e i media la percepirono solo in maniera settaria, non la compresero, non ne giustificarono mai i propositi, e anzi la osteggiarono sempre con caparbia determinazione, ignorando volutamente le innumerevoli aggressioni che tutti noi subimmo e di cui ancora oggi, me compreso, portiamo i segni.
Una serie di fattori, tra cui anche la carriera sportiva, mi impedì di dedicarmi alla militanza e alle lotte sociali a tempo pieno, di seguirne la strada fino alla fine come effettivamente avrei voluto. Fu un sogno che non si avverò.
Cominciai così a vivere due vite nettamente separate, quella verso cui ero stato sospinto mio malgrado e l’altra, quella che più ho sentito mia e che ho condiviso con coloro che mi capivano, mi apprezzavano, mi rispettavano e che ho veramente amato.
Di quel nostro ardimentoso e mitico gruppo ricordo gli amici più affezionati. Con altri ho perso contatto, molti non vivono più. Li ho comunque tutti sempre nel cuore.

Milano, San Babila e alcuni dei suoi giovani. Una splendida gioventù.

Sandro V. e Alberto S. – Incancellabili ricordi.


Una generazione indimenticabile e senza eguali

Marco A. – La gioventù senza paura.

Daniele T. – Una dedicata militanza per l’Ideale. Di spalle Giorgio R. Purtroppo è l’unica foto che ho di lui.

Giancarlo F. – Uno dei miti romani di San Babila.

Francesco (Franz) d. M. – Frequentò come me le elementari alla tradizionalissima scuola Fratelli Ruffini di Milano, anche se non nella stessa classe. Anni dopo ci ritrovammo in “Sanba”.

Roberto R. – Tra i camerati del nostro indimenticabile gruppo era il più ribelle e scapestrato, anche ideologicamente, qui fa il saluto con la sinistra. Simpatico, molto intelligente, leggeva Rosenberg, Pierre Drieu La Rochelle e Brasillach, ma non gli piaceva Evola. Pazienza, gli volevamo bene lo stesso.

Alessandro C. – Altruista, sempre sorridente, sincero e leale. Un amico su cui contare.
Parentesi romana.

Roma, Ponte Flaminio. Avrebbe dovuto chiamarsi “XXVIII Ottobre”, in memoria della Marcia su Roma. I lavori di costruzione iniziarono nel 1938, ma furono sospesi alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Proseguirono poi dal 1948 al 1951. Si trova nei quartieri Parioli e Tor di Quinto, zona Vigna Clara, non lontano dalla nostra mitica piazza Euclide.

Roma, Ponte Flaminio. Ogni volta che ci passo, il pensiero corre veloce verso i tempi in cui il coraggio, la fedeltà e l’onore erano valori che oggi i più hanno dimenticato o non conoscono.


Roma, Parioli. Piazza Euclide oggi. Quando mi trovavo nella capitale, cercavo sempre di farci una scappata. Tanti ricordi, aveva un fascino tutto suo.

Roma, piazza Euclide. Il leggendario bar “Euclide”, una vera e propria roccaforte della destra romana.
Riporto il divertentissimo racconto di un celebre giovane dei Parioli dal fisico atletico e imponente, oggi ultrasessantenne e del quale non voglio rivelare il nome, che in un lontano pomeriggio degli anni ’70 si trovava appunto in quel bar molto affollato e fu protagonista di una indimenticabile e tragicomica disavventura.
“Credo fosse un giovedì, devo dire molto disgraziato, quando d’improvviso, davanti al bancone del bar, venni spintonato e redarguito in spagnolo da un tipo dall’aspetto latino. Mi andò subito il sangue alla testa, e dopo aver valutato che a occhio e croce non era alto più di un metro e ottantacinque, quindi dal mio punto di vista piuttosto “piccolo”, la reazione fu immediata. Partii sparato nella foga dei miei diciannove anni e gli piazzai una ginocchiata alle parti basse. Per tutta risposta ricevetti un cazzottone alla bocca dello stomaco e una “sgargamella” (in romanesco: ceffone – ndr) in pieno viso. Risposi alla bene e meglio, tirando botte anche agli energumeni che lo accompagnavano e che credevo volessero picchiarmi, mentre invece cercavano solo di difendermi da quella possente furia scatenata che avevo messo in moto. Erano gli “sparring partners” di Carlos Monzon, sì, si trattava proprio del campione del mondo di pugilato, a Roma per girare un film western… Fu una zuffa memorabile! Alla fine però, una volta calmata quella inesorabile macchina da guerra, oltre agli svariati lividi, mi guadagnai anche il definitivo rispetto di tutti i camerati”.

Sono italiano, di una Italia che ormai non c’è più. Continuiamo a volerla bella, grande e rispettata. Ci accomuna la pazienza e la determinazione nel “Cavalcare la Tigre” dei tempi odierni, la certezza di un nuovo Risorgimento.
Milano, controversa e pragmatica, incredibile ed impossibile, bella agli occhi di chi la ama e un tempo elegantissima, purtroppo oggi sono in pochi ad esserlo ancora.
Rio de Janeiro, perla dorata, eterna estate di un meraviglioso, immenso e incomparabile Brasile. Tra queste due città ho diviso il mio cuore e la mia vita.
Ammiro la Germania e la sua cultura, degna e vera erede del mondo latino. Sul materialismo storico e dialettico e i due tristi individui che ne formularono la teoria pesa tuttavia, anche se indirettamente, la responsabilità della famigerata sciagura politico-sociale che ancora oggi affligge parte del genere umano. Mi rifiuto di considerarli tedeschi perché non intendo disonorare o offendere tutto il popolo di quella grande nazione.
Al tedesco ho dedicato moltissimi anni di studio, spronato anche dalla passione per Wagner e la sua sublime musica. Tra le lingue che parlo correntemente è la mia prediletta, l’inglese invece l’ho imparato in casa da piccolo, mio fratello ed io avevamo l’obbligo di usarlo tra di noi e con i nostri genitori, ma insieme al francese è quella che mi piace meno.
Ho vissuto gli anni ’60 e ’70 con grande passione. Formidabili, travolgenti, memorabili, epici. I migliori della mia vita.
Fu purtroppo un nostro fatale errore non comprendere a quei tempi quanto limitata fosse la sovranità dell’Italia nel suo contesto europeo e mondiale. La potente rete delle “Intelligence” straniere e nazionali che all’inizio ci aveva appoggiato, usò poi la strategia della tensione e degli opposti estremismi per stroncare inesorabilmente il nostro progetto di un “Nuovo Ordine”, di uno “Stato forte”, di una “Weltanschauung” in ottica italica non condivisa e approvata dai nostri “padroni”. Il conto che pagammo fu salato, spesso tragico.
Mi tornano sempre in mente gli amici veri e fedeli di allora, con alcuni di loro mi ritrovo ancora, ricordo la nostra storica piazza, le riunioni, le manifestazioni, le nostre lotte, la nostra militanza. A tutti indistintamente va il mio più fraterno e nostalgico saluto, ma qui mi sento in dovere di lasciare una dedica personale a quelli che hanno avuto per me un significato e un valore davvero molto speciali.


Il domani appartiene a noi
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Ciao Gianni, insieme a Giancarlo sei stato il punto di riferimento, lo storico fondatore del nostro gruppo. Non mi dilungo in inutili e retorici commenti, sappiamo bene dell’importanza che hai avuto per noi, tra tutti ti ho sempre considerato l’amico più caro, più brillante e più fidato. Ci vedevamo spesso, raramente però in San Babila perché la ritenevi poco sicura. A casa tua, a Milano o ad Ascoli, il tempo sembrava non passare mai, mi parlavi di progetti e di speranze ed eravamo certi che tutto stesse per cambiare, per il meglio. La notevole differenza d’età non costituì mai un ostacolo al nostro forte legame, dicevi che ero come un tuo fratello minore. Permangono nella mia memoria il tuo affetto e la grande stima che provavi per me, sentimenti così contrastanti con il severo e rigido piglio marziale con cui trattavi gli altri camerati. Eri di poche parole, ma sapevi essere un leader come nessun altro. “Othala” è stata la nostra bandiera, Torre Pòglina mi fa pensare al vincolo più intimo della nostra fratellanza. Rammento ancora la notizia della tua fine a Maiorca, fu una mazzata devastante. “Come folgore dal cielo”. Con noi, sempre presente.

Gianni Nardi

Grazie Gianni. A noi sempre. Folgore!

Come Folgore dal Cielo
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Ciao Giancarlo, non ci sono parole che possano esprimere lo sdegno per le vili trame di cui sei stato vittima, ciò che davvero accadde non fu mai ufficialmente raccontato, ma noi abbiamo sempre saputo la verità. Ti vedevo spesso insieme a Gianni e la tua fama si spingeva ben oltre i confini della nostra piazza. Tante memorie, dalle imprendibili SAM ai “campi” di P.d.R. che molti frequentavano ancor prima di quel fatidico 30 maggio 1974. Non immaginavamo che i servizi potessero improvvisamente tradirti con accuse ingiuste, rivelatesi più tardi un’assurda montatura. Delfino dette l’ordine e Filippi lo eseguì. Fu la fine. Sempre presente, con noi.

Giancarlo E.



Ciao Maurizio, ti vedevo passare per San Babila soprattutto nel tardo pomeriggio, quando i portici si riempivano della nostra bella gioventù. Ricordo che una volta mi chiedesti dove avessi comprato i miei Ray Ban, le lenti effettivamente erano abbastanza rare, di un colore verde-azzurrato non venduto in Italia. A New York tentai di comprartene un paio per farti una sorpresa, ma erano già introvabili. Il partito ti abbandonò quando più ne avevi bisogno e ti costrinse ad affrontare con coraggio anni cupi e deprimenti. Sono stati pochissimi a possedere la tua tenace perseveranza, ad essere così leali e sereni in circostanze tanto difficili. Un giorno di questi vorrei venirti a trovare a Milano, sarebbe bellissimo rivederti e ricordare insieme i tempi passati.
Anche tu come me sei rimasto un fedele adepto del mondo di Evola e della Tradizione. Tra le tue numerose dissertazioni vorrei ricordare quella sull’esperienza evoliana del “sacro” e sulla teoria delle diverse religioni, “che pur interagendo con noi da punti di vista spesso contrapposti, in un lontano giorno si ritroveranno unite dalla fede in un unico Dio, Padre Universale”.
Ho letto tutti i tuoi libri, “Cavalcare le vette” rimane tra i miei favoriti. Complimenti per la tua incessante attività editoriale, è stato un privilegio conoscerti.

Maurizio M.




Ciao Riccardo, quando nel ’70 chiusero Monforte ci sentimmo traditi e sperduti. I revisionisti del doppiopetto rinnegarono così i loro giovani che cercavano di impedire ai compagni di impadronirsi definitivamente del movimento del ’68. Assurdo! Cominciò dunque il nostro esodo verso le formazioni extraparlamentari. Abbandonammo il F.d.G di via Burlamacchi e fummo tra i primi a trasferirci sotto i portici e a incontrarci nei vari bar di San Babila. Diventarono famosi il Motta, il Borgogna, il Quattro Mori, il Donini e l’Harry’s. Memorabile fu l’attacco di centinaia di compagni, prima in via Torino, poi all’Harry’s di Corso Europa contro pochi dei nostri, Rodolfo, tu, Maurizio, Franz, Davide, Berto, Fero. Ricorderemo sempre il tuo coraggio e il tuo cuore.
Riccardo M.


Ciao Cesare, eroe di tutti noi e sempre protagonista delle interminabili discussioni che ci dividevano tra nietzschiani, evoliani e guenoniani. Avevo solo sedici anni e già pensavo a ON. Fui sul punto di aderirvi, ma il destino volle diversamente e scelsi così AN che mi avvicinò poi ai camerati romani. Non ho mai fatto parte del tuo gruppo anche se ti vedevo spessissimo. Ci salutavamo, poi ognuno per la sua strada. Anche tu come Giancarlo hai dovuto pagare duramente per le farneticanti accuse di cui sei stato vittima. Ti ho sempre ammirato per la tua coerenza, cultura, tenacia e lealtà. Leggo e rileggo il tuo magnifico libro sulla “nostra trincea” e seguo assiduamente sul tuo sito la tua prolifica attività letteraria. Onore a te Cesare, sei stato uno dei più valorosi e più significativi camerati della San Babila di quei tempi.

Cesare F.


Ciao Vittorio, sempre presente e costantemente in prima linea. In moto eri il più veloce! Alessandro Cantori di viale Premuda ci faceva le “sue” Barrows dalla punta impossibile, grazie a te la M65 e il Loden diventarono leggenda. Eravamo, come diceva Staiti, “una bella gioventù assediata dai rossi, beceri, straccioni e puzzolenti”. Quando dopo il 12 aprile ti rendesti conto di essere stato scaricato dal partito, era ormai troppo tardi. Quel giovedì maledetto ci tormenta ancora oggi, incessantemente.

Vittorio L.


Ciao Rudi, caro amico da ormai tanti anni. Questa tua foto, subito dopo uno scontro con i cinesi, è una vera e propria rarità. Ovviamente, a quei tempi era pericoloso farsi fotografare, ma i fotografi erano sempre appostati dalle parti della nostra piazza. Un attacco improvviso del Movimento Studentesco al Motta di San Babila che non ci aspettavamo. Ti sei rimesso in fretta, ricordo che quella sera stessa dopo il Donini, ci siamo ritrovati a casa tua in via Passione come se niente fosse accaduto. È passato molto tempo, ma hai sempre mantenuto il tuo inconfondibile stile elegante e aristocratico. Rivedere te e la tua bella famiglia è sempre un grande piacere.

Rudolf von H.


Ciao Antonio, ti hanno spregevolmente perseguitato perché in piazza Cavour ti sei difeso da solo contro decine di attivisti del Movimento Studentesco. Furono i giorni in cui la società borghese e la stampa di regime rivelarono ancora una volta il loro vero volto vile e ipocrita. Alla fine, ti hanno dato ragione, ma quanto tempo a Madrid! Ricordo quella volta quando stavo per andare ad Ascoli e mi chiedesti un passaggio. Volevi parlare con Gianni che non si faceva vedere a Milano da un po’. Vennero pure Davide e Matteo e passammo tutti insieme alcuni giorni molto felici, finalmente lontani dal trambusto e dal clima di tensione della nostra città. Ti avrei poi rivisto in Spagna e finalmente di nuovo a Milano, quando eri ormai diventato un rinomato avvocato.
Poco tempo fa anche tu ci hai lasciato. Tutti noi ti ricordiamo con grande affetto e nostalgia. Salve Antonio, presente sempre, “semper simul”.

Antonio B.

Salve caro e indimenticabile Pierluigi, non sei più tra noi, ma certamente sempre con noi. I cinesi mi avevano fatto le scritte sotto casa in via Saffi e nel vicinissimo corso Magenta, mi ripetevi che ero matto a girare senza la JB. Eri come un fratello. Te ne sei dovuto andare anche tu, ma in Bolivia i servizi ti hanno tradito, la stessa trappola che avevano teso a Giancarlo. Si sono vilmente accaniti contro di te per offrire al marciume borghese e marxista una giovane vittima, colpevole solo di voler cambiare un’Italia inguardabile. Grazie Pigi, sei caduto con onore. Presente!

Pierluigi P.





Massimo Morsello – Figli di una Frontiera
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“Figli della notte siamo, che ci porta dove vuole il vento, e che ci aiuta quando ci perdiamo il nostro senso di orientamento, figli di un inno al sole e di una terra che non ci vuole, e di una ferita che ci fa male nel profondo del cuore …”
Massimo Morsello – Figli di una Frontiera
A Cristina e Lorenzo, un grande abbraccio in perenne ricordo del loro indimenticabile fratello e mio carissimo amico Alessandro. Con tanto affetto,
John John
Ciao Alessandro, siamo stati grandi amici e leali camerati durante gli anni della tua troppo fugace gioventù. Ci siamo conosciuti a Roma in piazza Euclide grazie a Claudio, l’amico che avevamo in comune e che praticava lo stesso mio sport. A quei tempi facevo già parte della squadra nazionale, la cosa ti impressionò moltissimo perché sin da piccolo, dalla scherma eri sempre stato affascinato. Ogni tanto ti capitava di venire a Milano, cominciammo perciò a vederci anche in San Babila e a poco a poco scoprimmo che per temperamento e carattere avevamo molti punti in comune. Sono ancora vivi nella mia memoria i giorni che pensavamo non dovessero finire mai, di sicuro non molti dei nostri furono così uniti come lo fummo noi.
Mi ammiravi per lo sportivo che ero, ma allo stesso tempo cercavi di convincermi che era arrivato il momento di smettere, sapevi tutto di me, che non ero felice e che non sopportavo più di vivere una realtà che non sentivo mia. Spesso mi ripetevi con il tuo bell’accento romano: “E daje John John, e piantala, lassa stà!” Imparammo un po’ alla volta a conoscerci meglio, a stimarci, ci raccontavamo problemi e speranze, se ne parlava insieme, certi di poter contare sempre l’uno sull’altro, specialmente quando sembrava incombere inesorabile lo spettro dello scoraggiamento. In fondo fu anche grazie a te se finalmente trovai la forza per sottrarmi ad una situazione troppo assillante e che avevo deciso di lasciare per sempre dietro di me, nella polverosa soffitta dei brutti ricordi ormai cancellati dal tempo.
Fosti tra i primi a telefonarmi quando i cinesi, prendendomi alle spalle, mi sprangarono vicino a casa, all’uscita della stazione metro di Conciliazione. Mi rimediai così quattro bei punti di sutura, di certo non mi aspettavo la chiamata di tuo padre, una gradita sorpresa che aiutò a tirarmi su il morale.
A Roma ci si trovava pure a casa tua, anch’io di te sapevo tutto, ma di proposito evitavo di farti troppe domande, ti esortavo invece a rinunciare ad una lotta che non aveva più senso proseguire. Provai sollievo quando mi dicesti che eri in partenza per il Libano, per arruolarti con Walter nella Falange. Volevi passare qualche anno a Beirut per poi andare forse in Sudafrica, in Bolivia o in Brasile, di fatto anche per questo paese eravamo uniti dalla stessa passione. Ci scambiavamo i dischi delle nostre collezioni, tante ore passate ad ascoltare quelle mitiche musiche, sognando Copacabana ed Ipanema. Ma decidesti di tornare in Italia e ciò ti fu fatale. Te ne sei andato, fedele fino alla fine al nostro Ideale.
Rammento quando finalmente riuscii a parlare per telefono con tuo padre, subito dopo quel fatidico sabato del 1981. Tante volte ti avevo parlato dell’angoscia dei tuoi genitori, di quanto speravano che tu abbandonassi una volta per tutte il cammino del non ritorno. Perché, ma perché dannata maledizione ci hai lasciato così? Sapevi di andare incontro alla fine, ma non ti sei mai voluto arrendere. Perché uscire così dalle nostre vite? Nulla fu più come prima. Ti ho sempre davanti agli occhi e nel cuore, ti rivedo con il tuo splendido sorriso nella buona e nella cattiva sorte, tanta nostalgia, impossibile scordarti.
Aristotele diceva che l’amicizia è una sola anima che abita in due corpi, un cuore che batte in due anime, certamente pensava a noi.
Arrivederci Alessandro, Othala guiderà di nuovo il cammino di tutti noi lungo le tortuose strade del destino, “del tempo ce ne freghiamo, sorridiamo e facciamo la corte a sorella Morte, il nero che portiamo è il nostro bel colore”.
Il vano sogno della fuga, alla ricerca del sole.

Everybody’s Talking
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… I’m going where the sun keeps shining through the pouring rain, going where the weather suits my clothes …

Alessandro A.
Alessandro, Roma, fine anni ’70. Alla Balduina, Vigna Clara, EUR o Parioli ci si vedeva frequentemente. Incontravo spesso anche i suoi genitori, il dottor Antonio magistrato conosciutissimo e la signora “Mery”. Mi volevano molto bene e mi scongiuravano di stargli vicino il più possibile, di non lasciarlo solo, chi lo sa, forse un presentimento che già incombeva minaccioso.



Alessandro Alibrandi, sempre ricordato, mai dimenticato.


“Muore giovane chi è caro agli Dèi”
(Menandro, commediografo greco – 342 a.C. – 291 a.C.)

Roma, Via Siena. Qui si trovava la storica sede del FUAN presieduta da Giulio Caradonna dove Alessandro cominciò da giovanissimo la sua militanza. Da qui partirono gli studenti che il 1º marzo 1968 parteciparono alla mitica “Battaglia di Valle Giulia”, uno degli eventi che diede ufficialmente inizio alla contestazione del ’68 in Italia.

Sempre elegante, lo sguardo intenso, espressivo, profondo e penetrante, uno stile tutto suo, inconfondibile, inimitabile. Fra tutti noi era quello che più richiamava l’attenzione per la sua bella presenza, impossibile non notarlo subito. Era un ragazzo estremamente introverso, solitario, timido e di notevole intelligenza. Amava leggere, soprattutto storia e filosofia, ma politica a parte erano le automobili più delle moto ad essere la sua grande passione. Suo padre gli aveva regalato una BMW da cui non si separava mai. Mi sembra di rivederlo ancora all’ EUR al bar del “Fungo” o a Milano, alla “Torre” di piazza Liberty, intramontabili punti di tanti incontri, nostri e del nostro gruppo. Sono passati molti anni, ma quei bar sono sempre lì, oggi come allora, manchiamo solo noi.

Roma, gli ultimi tempi, poco prima della fine. Anche nei momenti più difficili trovava comunque la forza di sorridere. È con questo sorriso che lo ricorderò per sempre. “Senza storia senza età, eroi di un sogno, figli delle stelle, non ci fermeremo mai per niente al mondo”.
Roma, all’epoca in cui lo conobbi a piazza Euclide. Conservo ancora oggi una copia di questa foto che mi mandò con dedica e “saluti al mio caro amico e camerata”.

Seguono infine le immagini del John di quei tempi ormai lontani. O forse meglio dovrei dire “John John”, come allora mi chiamavate voi amici di tante epiche giornate. È difficile descrivere l’emozione che proviamo al ricordo di anni che hanno segnato per sempre la nostra vita. Città, paesi, attimi di felicità, di speranze e delusioni, un viaggio senza soste, spesso turbolento eppur sempre avventuroso e affascinante.
Così è stata la mia giovinezza, la mia bellissima giovinezza. L’ho vista passare con l’incanto dei suoi vent’anni in un batter d’occhio, senza quasi rendermene conto. Non siamo che schiavi inermi di un Tempo implacabile che ci trascina via come foglie secche al vento, ma che fatalmente sarà costretto ad arrendersi alla incommensurabile potenza dello Spirito che tutto trascende. È solo per mezzo di questa forza invincibile che potremo conquistare la nostra dimensione più elevata, in un mondo fondato su quei valori sacri e immutabili che non si perderanno mai negli oscuri meandri del materialismo.
Ricordi dei miei tempi che furono, dei miei tempi spesso felici, dei miei anni migliori. Certamente non esiterei a scambiare tutti i miei domani per uno solo dei miei ieri.

Tornare indietro nel tempo per essere ancora, anche per un unico istante, insieme a tutti voi.

La mia fuga, alla conquista della libertà.

Raindrops keep falling on my head
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“… The blues they send to meet me won’t defeat me, it won’t be long till happiness steps up to greet me … Because I’m free nothing’s worrying me …”

Come vivere il presente, quando ripenso al mio passato?


Non sempre il sorriso è espressione di felicità. A volte sorridere diventa un obbligo, anche quando non se ne ha voglia.

Madrid, anni ’70. Per molti di noi una seconda patria.
Vicino al “Palacio Real” – (Real Palacio de Oriente).
Sempre Madrid.

“Plaza Mayor” – “Casa de la Panadería”.

Davanti al portone d’ingresso della “BPS” (Brigada Político-Social). Sullo sfondo, l’immancabile auto civetta dei suoi onnipresenti agenti.

“Palacio Real” – (Real Palacio de Oriente).

Madrid. “Plaza de Cibeles”.
Stefano, Gianni, Antonio, Pigi… non saprei da chi cominciare.
Una versione più recente dell’indimenticabile “bolero” che ascoltai per la prima volta in uno dei locali di quella splendida capitale. Fummo sempre affascinati dalla sua imponente, ma sempre discreta eleganza.

Luis Miguel – La Puerta
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“Plaza de Colón”.

“Plaza de Colón”.
Dobbiaco, vicino a Cortina.

Dobbiaco. Tanti ricordi, il “Toblacher See”, le Tre Cime viste dal lago di Landro. Sono un grande appassionato della musica di Mahler. A Dobbiaco appunto compose “Das Lied von der Erde” e la Decima Sinfonia rimasta incompiuta. Ma l’Adagietto della Quinta per me e per Alessandro era il massimo.
Ascoltando questa musica d’altro mondo mi rendo conto di quanto piccolo e insignificante io sia, al cospetto del Genio che ha saputo comporla.

Gustav Mahler – Adagietto 5ª Sinfonia
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Cortina


Io, sulla strada tra Cortina e Dobbiaco. Alessandro era in partenza con Walter per andare in Libano. Mi sembrò un’ottima idea anche se sapevo che avrei sentito la loro mancanza, comunque era molto più sicuro starsene lontano dall’Italia. Io invece stavo per andarmene definitivamente in Brasile, il destino era già scritto, Alessandro non lo avrei mai più rivisto.
LIBANO. Gli anni del “Kataeb” (Falange) e del “KRF” (Forces Réglementaires Kataeb – Forze normativi Kataeb) di Bashir Gemayel.


Roma, manifestazione in appoggio alla Falange di Gemayel.

Beirut, soldati falangisti.

Beirut, Bashir Gemayel, capo della Falange cristiano-maronita. Alessandro si arruolò e combatté nelle sue file.


Della Falange potrei parlare a lungo, ma l’argomento è talmente complesso e delicato che richiederebbe un sito separato. Nel 1974 la guerra civile era ormai imminente e anche noi seguivamo molto attentamente l’evolversi della situazione. Io avevo già visitato la bellissima Beirut ed ero rimasto colpito dalla grande cordialità della sua gente. Poi lo sfacelo. Un giorno, forse troverò il tempo per trattare più approfonditamente di quel tragico periodo.



In giro per il mondo … senza mai fermarsi.







