Madrid 02

Io in Cile, a Santiago. A quei tempi ero già un militare e il corpo a cui appartenevo mi dava una notevole protezione, molti dei suoi generali ci appoggiavano. Ma è durata fino a quando è stato possibile. Poi il vento ha cominciato a soffiarci contro.

Ancora Santiago. Insieme a Pigi e a Gianni (che abitava ormai in Spagna) avevo partecipato ad un viaggio organizzato dal F.d.G., anche se ormai nessuno di noi ne faceva più parte. Ricordo la nostra visita ad alcune delle installazioni militari dove conoscemmo tra gli altri il generale Contreras. Feci l’impossibile per tornare giusto in tempo e partecipare a un allenamento premondiale, dal Sud America fino in palestra a Milano, come se niente fosse stato. Un solo John, ma due vite completamente diverse. Quei tempi per me furono davvero molto complicati.

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Scuola elementare Fratelli Ruffini, Milano.

Io in 1ª C, seduto, il secondo da destra, anno scolastico 1957-1958.

A quei tempi portavo gli occhiali per correggere un lieve difetto ad uno degli occhi. Li detestavo! Notare che ero l’unico e i “quattrocchi” si sprecavano. Come già detto, questa scuola era frequentata anche da Francesco (Franz) d.M. che sarebbe poi diventato uno dei più famosi militanti di San Babila. Non eravamo nella stessa classe e ci siamo conosciuti solo più tardi.

Foto di classe al Liceo Parini di Milano, anno 1967-1968.

In alto il quarto da destra, io a quindici anni.

Al centro la mia indimenticabile insegnante di Lettere, professoressa Gloria Salvini Mortola, un vero “monumento” tra i gloriosi docenti della storia pariniana. Grazie di tutto Prof, non la dimenticherò mai.

San Babila era ormai alle porte, il Movimento Studentesco ci vigilava e ci schedava. La nostra battaglia stava per cominciare.

Francesco, Davide, ve li ricordate? La loro foto qui è davvero un obbligo. Il 24 giugno 1965, quando tennero il loro concerto al Vigorelli avevamo tredici anni. Litigai di brutto con i miei perché mi avevano proibito di andarci. Questa non gliel’ho mai perdonata. Neanche oggi, che non ci sono più.

BEATLES A
The Beatles – All my Loving
The Beatles – All my Loving
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Il 20 luglio 1969 eravamo tutti davanti al televisore per assistere allo storico allunaggio dell’Apollo 11, stupefatti per la straordinaria prodezza di quel leggendario trio e del gruppo di Scienziati (con la esse maiuscola), davanti ai quali la Storia deve assolutamente inchinarsi. Da quel giorno sono passati cinquant’anni.

Ma non tutte le scienze vanno di pari passo. Non posso fare a meno di pensare che oggi, a oltre un secolo dalla tragica “Spagnola”, la scienza medica ancora si arrovella per trovare un rimedio definitivo contro il semplice, banale ed eterno raffreddore che ogni anno si presenta puntualmente in versione diversa. Coraggio e in bocca al lupo signori, continuate a provarci, prima o poi alla meta arriverete pure voi.

Consoliamoci nel frattempo con i brillanti successori di Leonardo, Galileo, Newton, Planck, Einstein, Fermi e Von Brau che alla NASA già preparano il primo sbarco su Marte, mentre al CERN di Ginevra il “Large Hadron Collider” ci svela i segreti del “Bosone di Higgs” e della formazione dell’universo.

Un ricordo dell’indimenticabile “Albertone”, (dal film “Amore mio aiutami” – 1969)

“…luna ormai non ti posso più sognar, se lassù son venuti ad allunar…”

Alberto Sordi – Luna non sei più tu
Alberto Sordi – Luna non sei più tu
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Qui un po’ della mia preistoria.

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Ich, der kleine Südtiroler – Io, il piccolo sudtirolese.

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Qui ero un po’ imbronciato, forse per la cravatta.

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Allo Zoo di Londra con una scimmietta. Notare la macchina fotografica, fu la mia primissima.

Io, a dieci anni. Cominciai a tirare di scherma con il fioretto quando ne avevo sei. Più tardi passai alla spada.

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Il giorno dopo aver compiuto diciotto anni corsi subito ad iscrivermi alla scuola guida più vicina. Sopra, la foto della mia prima patente, scattata però quando di anni ne avevo solo sedici, ricordo fra l’altro che proprio in quei giorni avevo conosciuto Gianni, in assoluto il mio più grande, più caro, più indimenticabile amico e mitico camerata. Devo ammettere che di automobili non sono mai stato molto appassionato, ma due anni dopo toccai il cielo con un dito quando riuscii a comprarmi una bellissima Honda 750, senza che mio padre lo venisse a sapere. Non voleva neanche sentirne parlare e lo scoprì solo più tardi.

Io, diversi anni dopo. Tanto, tantissimo sport!

 

Allenamenti lunghi, intensi e logoranti, tante ore dedicate con disciplina ad un’attività agonistica che speravo potesse portarmi a risultati ben più importanti di quelli ottenuti. Rimane però la convinzione di aver fatto del mio meglio, sempre. Alessandro non si stancava mai di dirmi che ero troppo severo con me stesso, troppo esigente, cercava sempre di rincuorarmi da grande amico che era. Avevo sempre la sensazione di non aver fatto abbastanza, che mi mancasse qualcosa, forse soffrivo troppo la tensione o forse avevo soltanto bisogno di sentirmi un po’ più libero, per non parlare poi di quanto la passione per l’attivismo politico consumasse tutti noi camerati, di come ci divorasse fino all’osso, o chissà, molto probabilmente non possedevo le doti tecniche che pensavo di avere. Lo dico con tutta sincerità, non ne potevo più. Ed era allora proprio nei momenti più difficili che la sua presenza e il suo appoggio morale mi facevano un gran piacere e mi erano di grandissimo conforto.

È molto arduo trovare qualcuno con cui confidarsi e che ci capisca veramente a fondo. Nel mio caso non lo è stato perché in quel giorno ormai così lontano ebbi la fortuna di trovarmi a Roma, in Piazza Euclide, nel posto giusto e al momento giusto. Incontrarlo e conoscerlo bastò per infondere una rinnovata motivazione alla mia militanza.

Nel 1981, la notizia della sua tragica scomparsa mi raggiunse quando ero ormai a Rio, addolorandomi profondamente. Se ne era andato uno dei miei più grandi amici di sempre.

Figli delle Stelle – Daphne Barillaro
Figli delle Stelle – Daphne Barillaro
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“Noi siamo figli delle stelle
Senza storia senza età, eroi di un sogno
Noi stanotte figli delle stelle
Ci incontriamo per poi perderci nel tempo …”

Tempi della gioventù, ricordi a volte felici.

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Una mia foto del ’74 all’epoca della nazionale ai campionati del mondo, se ricordo bene in Francia a Grenoble.

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Al centro, io con la squadra nazionale alle Olimpiadi di Montreal nel 1976. Notare che l’unico senza Ray Ban è proprio il sottoscritto.

La foto fu scattata al villaggio olimpico. Ho avuto modo di visitare sovente il Canada, uno dei paesi più belli del mondo.


Di foto dei miei tempi sportivi ne avrei tante altre, ma non vale proprio la pena pubblicarle. Questa per me è una storia ormai morta e sepolta nel cimitero dei miei ricordi, cancellata per sempre.

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Pur rispettandoli e volendo loro molto bene, nessuno di noi dava più retta ai “doppiopettisti” che sognavano di racimolare voti sufficienti a farli entrare nel tanto agognato arco costituzionale. In epoca elettorale davamo loro una mano coi volantinaggi e i manifesti, anche se di partiti ed elezioni a noi non importava proprio niente. La gente faceva sempre una dannata confusione quando si trattava di definire il nostro concetto di estrema destra. Noi non volevamo far parte dell’arco costituzionale, né tanto meno volevamo sedere in parlamento. Al contrario, volevamo farlo chiudere.

La questura non autorizzava sovente le nostre manifestazioni, condizionata come era da una società borghese, sinistrorsa e partigiana. E comunque eravamo pochi rispetto ai gruppi di cinesi che a migliaia mettevano a ferro e fuoco le strade di Milano, ogniqualvolta il PCI lo ordinasse.

Qui sotto la mia Honda 750. Raramente ci facevamo le foto a vicenda, né tantomeno ho mai pensato a quei tempi di farmene fare una mentre la guidavo. Ahh, ci fossero stati i telefonini! Ne ero orgoglioso perché a vent’anni l’avevo comprata a rate con i miei soldi all’insaputa di mio padre. Diceva che era troppo pericolosa e che piuttosto mi avrebbe regalato un carro armato (sic!).

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Chi passava per la San Babila degli anni ’70 aveva modo di ammirare le più belle moto di Milano. E come non ricordare allora i giorni delle nostre scorribande dalle parti della Statale, tutti insieme ad alta velocità per far sognare un po’ anche i poveracci cinesi, in fondo si voleva dare pure a loro una occasione per lustrarsi gli occhi. Era naturalmente l’immancabile Vittorio con la sua potente Laverda ad essere sempre in testa al gruppo. Alla domenica invece ci si trovava a volte davanti a casa mia in zona Magenta per andare in Svizzera, trenta minuti fino a Ponte Chiasso, un record! Non posso di certo scordare Rudi che con la sua leggendaria Kawasaki 750 Mach IV furoreggiava tra gli appassionati della “bara a due ruote”. Non faceva tempo a fermarsi sull’angolo tra la piazza e Monforte che veniva subito circondato dalle bellissime camerate, disposte a tutto pur di fare un giro con lui. Rudi Rudi, quanti cuori infranti, ma stai tranquillo, questo a tua moglie non lo raccontiamo.

L’audio seguente però è dedicato a tutti gli inveterati biciclettari. Specialmente a quelli che amano sfoggiare le aderentissime e vezzose tutine variopinte con il casco da corsa, per poi pedalare follemente … a “pazzeschi” 15 km all’ora. Non sono contrario alla bicicletta per carità, quando ero bambino non vedevo l’ora di andare al parco con mio fratello e gli amichetti per fare le corse, ma oggi non saprei proprio cosa farmene . L’ultima volta che la usai da adulto fu nel ’73 quando fu decretata l’Austerity per la crisi petrolifera, poi si arrugginì e finì dal rottamaio. Certamente non le sopporto in Germania. Gli ambientalisti locali sono fanatici delle loro ciclovie e odiano i centauri, non azzardatevi mai ad attraversarle prima di essere certi che non stia sopraggiungendo un ciclista.

Di recente, a Monaco di Baviera un solo attimo di distrazione avrebbe potuto costarmi caro. Mi è arrivato all’improvviso da dietro un tizio che si è messo a sbraitare come un invasato, intimandomi con tono perentorio di farlo passare. Mi sono bloccato sul posto costringendolo a fermarsi, poi ho mandato lui e i suoi barbari progenitori a quel paese nella sua lingua, non prima di averlo invitato non proprio cortesemente a comprarsi una moto. A certi tedeschi del giorno d’oggi bisogna a volte imporre con decisione il proprio punto di vista. Se si arrabbiano e si mettono a urlare, prima di passare dalle parole ai fattacci, devi fissarli gelidamente negli occhi e urlare ancora più forte, come facevano in guerra gli ufficiali della Wehrmacht. Il risultato è garantito, se ne tornano subito a casa zitti zitti perché sono comunque ancora abituati a rispettare sempre l’autorità.

“Mi raccomando atleti biciclettari, non correte troppo, altrimenti cadete e vi fate male. E chi lo racconta poi alla mammina?”

La Moto – Ombretta Colli
La Moto – Ombretta Colli
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Bellissima Ombretta Colli.

“… chi vive più di me quando vado a 200 all’ora … se non altro morirò col vento su di me.”

Porto Ceresio, sul lago tra Italia e Svizzera, ricordi d’infanzia. Qui da piccolo ho passato molte estati. 

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Milano, sempre la mia Milano.

Milano. Qui torniamo ai favolosi tempi del “Divina” di via Molino delle Armi.

Fu questa la prima discoteca milanese ad adottare il sistema dell’ingresso selettivo. Davanti alla porta troneggiava impietosa l’indimenticabile e corpulenta PR “Big Laura”, con il compito di far entrare solo chi fosse in sintonia con l’ambiente molto sofisticato o comunque esteticamente “idoneo” alla frequentazione del locale.

Io – Alessandro A. – Rudi – Alessandro S. – Alberto A. e tanti altri del nostro guppo. Al sabato sera la San Babila che contava era tutta lì.

DJ era il grande Claudio Cecchetto.

Senza ombra di dubbio la nostra generazione ebbe il privilegio di vivere anni fantastici e irripetibili, anche per via del loro memorabile genere musicale.

Questa versione disco di My Cherie Amour fu un grande successo e piaceva a tutti noi, specialmente a Rudi.

My Cherie Amour – Vinyl Triple S Connection
My Cherie Amour – Vinyl Triple S Connection
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Guardatelo bene. Era sempre elegante, impeccabile, senza tatuaggi da calciatore intellettivamente deficitario o da ergastolano impenitente, senza anelli al naso o stupidi aggeggi perforanti (“piercing”, detto con un termine anglofono, cacofonico e avvilente) di ancestrali e selvagge memorie. Indossava jeans e pantaloni che non erano sfilacciati o pieni di buchi, semplicemente perché non ci si identificava con il disordine e la trascuratezza di un branco di amebe senza futuro. Claudio era pulito, ordinato e aitante, era l’antitesi della degenerazione del mondo moderno, di un mondo infestato da un’accozzaglia di esseri rozzi, straccioni, primitivi, sporchi, puzzolenti, inferiori e volgari, indegni persino di essere definiti umani. I valori della Tradizione si traducono anche in questo, il privilegio di appartenere ad un mondo infinitamente più puro e più aristocratico, non solo dal punto di vista spirituale, ma anche da quello estetico, privo delle aberranti sottoculture tribali dei giorni nostri. Non esito ad affermare che noi eravamo allora e continuiamo ad essere oggi di un’altra dimensione, assolutamente superiori. No, decisamente e per fortuna non siamo tutti uguali. Ciao Claudio! Come te nessuno!

Due passi in “Montenapo”

Milano, via Montenapoleone oggi.

Milano, via Montenapoleone anni ’60. Le prime minigonne.

Milano, “Montenapo” 1972. Pellicce a parte (erano bellissime, ma oggi sono un animalista convinto), ecco il fascino della vera eleganza milanese, sobria e discreta. Purtroppo, si è perduta nel tempo.

Milano, via Montenapoleone anni ’70. Due giovanissimi camerati senza pudore.

Ma dai ragazzi, cosa cavolo guardate?

Sorvoliamo … peccati veniali di quella bellissima e mitica gioventù.

La frivolezza e la futilità non sono mai state caratteristiche dei camerati della nostra San Babila, non importa a quale ceto sociale essi appartenessero.

Tuttavia, alcuni di noi, anche per ritrovarsi in un ambiente un po’ più appartato e raffinato, frequentavano molto spesso il leggendario “Monkey Bar” di via Sant’Andrea che incrocia appunto Montenapoleone, da sempre considerata tra le vie più care del mondo e distante solo pochi metri da San Babila. Inaugurato nel 1962 da Mario Fattori, era piccolo e dall’esterno quasi non si notava. Vi entravano solo i clienti abituali, gli sconosciuti venivano cortesemente bloccati con una scusa, a volte dal maître Mario o dal mitico barman Oscar che una volta ci raccontò di un pomeriggio quando si presentò all’ingresso una persona con scarponi, pantaloni da montagna e un maglione chiedendo: “Posso entrare lo stesso vestito così?”. Era l’avvocato Gianni Agnelli! I camerati erano sempre benvenuti, anche perché i cortei dei cinesi da quelle parti non passavano mai e non c’era il rischio che potessero incendiare il locale. Nel 1986 ne divennero titolari Ermanno Taschera e Vincenzo Zagaria che decisero di cambiargli il nome, lo chiamarono “Il Baretto”.

Quanto a noi i ricordi sono tanti.

Ci andai la prima volta nel 1970 insieme a Gianni che era il nostro capo indiscusso, taciturno come al suo solito tranne che con me e pochissimi altri perché eravamo molto uniti e affiatati, Alessandro A. che quando veniva da Roma a Milano non mancava mai di farci una scappata, Alberto A. – sempre insieme alla bellissima “Iaia”, peccato che poi si siano lasciati, Alessandro di C. – di famiglia nobile, oggi molto famoso, Franz, Giancarlo, Alessandro S. – la sua splendida ragazza era una certa Alba Parietti, sì proprio lei, e naturalmente Rudi che lo frequenta ancora oggi al nuovo indirizzo di Via Senato e che proprio lì mi ha invitato a cena, una sera quando ero appena tornato da Rio. È stato commovente rivedere Ermanno e Vincenzo, sempre in gamba.

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Il popolare corso Buenos Aires. Marco e Giorgio abitavano da queste parti. Qui sfilavano i cortei “rossi” diretti in piazza San Babila. Quando torno a Milano ci vengo spesso, è una delle mie vie preferite.

Milano, cinema Excelsior, anni ’70.

Parlando di film, furono due le pellicole che per il loro contenuto erotico fecero grande scalpore nella società benpensante e bigotta di allora: “Metti una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi e “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci. La prima uscì nel 1969, la seconda nel 1972. Entrambe si avvalsero di colonne sonore di enorme successo, composte rispettivamente da Ennio Morricone e dall’argentino Gato Barbieri.

Nel 1969 avevo sedici anni e pur essendo alto, tutti i miei tentativi di assistere a film v.m.18 erano naufragati miseramente. I controlli alla biglietteria erano molto rigorosi. Telefonai quindi alla mia amica Enrica di due anni più vecchia di me e ci mettemmo d’accordo di trovarci in Galleria del Corso al cinema Excelsior, dove appunto stavano dando in prima visione “Metti una sera a cena”.

Ricordo nitidamente tutti i preparativi. Mi misi una bella giacca blu scuro a un bottone, camicia celeste con il colletto alto come si usava allora, pantaloni leggermente scampanati, troppo scampanati era senz’altro di cattivo gusto, cravatta “tagliata” in maglia di lana verde-scuro e gli immancabili Ray Ban. Sulle scarpe sorvolo, quella moda a Milano fummo proprio noi a lanciarla.

Ci presentammo così davanti alla biglietteria, io con la sigaretta accesa in bocca, a quei tempi era permesso, molto strettamente avvinghiati l’uno all’altra, mi si perdoni la ridondanza, ma è assolutamente voluta. La bigliettaia, impassibile, ci squadrò severamente, staccò i due biglietti, incassò le 3500 lire e ci disse: “Buon divertimento!”. In-di-men-ti-ca-bi-le! L’immenso Ennio Morricone non ha bisogno di presentazioni. Bellissima e affascinante la brasiliana Florinda Bolkan, l’ho conosciuta a San Paolo dieci anni fa. Rimasi impressionato da questo splendido film che evidenzia in modo davvero magistrale la contestazione ai valori borghesi, ripudiati con veemenza dalle due opposte fazioni estremiste di quei tempi. Anche i suoi personaggi se ne dissociano, quasi inebriati dal loro proprio isolamento esistenziale, affascinati da una visione nichilista del matrimonio che li spinge a rafforzare i propri legami in una dimensione di totale amoralità al di fuori dei principi di una società convenzionale, vivendo così una singolare condizione di solitudine di gruppo e disposti ad accettare qualsiasi compromesso pur di non intaccare il delicato equilibrio del loro rapporto. Notevolissimo l’impatto sociale del tema.

Florinda Bolkan

Tra le innumerevoli versioni della colonna sonora ho voluto mixare quella cantata da Florinda Bolkan con la celebre interpretazione originale di Edda dell’Orso, terminando con l’altrettanto famosa versione de “The Sandpipers”. Un giusto omaggio ad uno dei più memorabili film della nostra gioventù.

Metti una sera a cena-Florinda Bolkan-Edda dell’Orso-The Sandpipers
Metti una sera a cena-Florinda Bolkan-Edda dell’Orso-The Sandpipers
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Nel 1972 invece , “Ultimo Tango a Parigi” ci stravolse tutti in barba alla censura. Pare che nei mesi successivi alla prima, nei supermercati scarseggiasse il burro. Meravigliosi Marlon Brando e Maria Schneider. Meravigliosa colonna sonora del grande Gato Barbieri. Al sassofono Gato Barbieri in persona.

Ultimo Tango a Parigi
Ultimo Tango a Parigi
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Io travestito da borghese. Per la musica questo ed altro.

Avevo tredici anni quando alla Scala ebbi l’indimenticabile privilegio di assistere al Rigoletto di Verdi, con Luciano Pavarotti, allora agli inizi della sua eccezionale carriera, nel ruolo del Duca di Mantova. Da quel giorno, la passione per la lirica non mi abbandonò più. L’audio seguente è il celeberrimo coro “Guerra, Guerra!” della “Norma” di Vincenzo Bellini, soprano la “divina” Maria Callas, orchestra e coro del Teatro alla Scala diretti da Tullio Serafin, anno 1963. La prima assoluta fu proprio al Teatro alla Scala, il 26 dicembre 1831. Nelle successive rappresentazioni esso infiammava a tal punto i nostri patrioti presenti in platea, da spingerli ad alzarsi tutti in piedi per cantarlo insieme ai cantanti, alludendo alla ormai insopportabile oppressione austriaca. Qui lo voglio dedicare ai marxisti di tutto il mondo perché si ricordino sempre che la loro è una battaglia senza speranza di vittoria. Almeno fino a quando ci saremo noi.

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Maria Callas – Guerra Guerra – Norma – Bellini
Maria Callas – Guerra Guerra – Norma – Bellini
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“Guerra, guerra! Le galliche selve
Quante han quercie producan guerrier …

Sangue, sangue! Le galliche scuri
Fino al tronco bagnate ne son! …

Strage, strage, sterminio, vendetta!
Già comincia, si compie, s’affretta.”

A due dei più grandi geni della storia della musica. Mi hanno accompagnato lungo tutto il corso della mia vita.

Parentesi americana

1973, New York.

Degli Stati Uniti è in assoluto la mia città preferita. Vivere a New York (vi abitai dal 1993 al 1995) significa sottrarsi al classico stereotipo del cittadino americano. I newyorchesi sono di una galassia a parte, del tutto estranei al tradizionale “american way of life”. Si distinguono immediatamente da tutti gli altri per come si vestono, per come parlano, per come pensano. Nessuno come loro!

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1973, New York, Central Park.

Con la partenza per il Sud America si chiuse definitivamente un’epoca della mia vita e se ne aprì un’altra, del tutto nuova. Ero consapevole del fatto che nulla sarebbe stato come prima, che stavo per iniziare un cammino di molte incognite di cui non immaginavo il traguardo finale. Ho saputo però tirar dritto lungo la mia strada senza esitare, sempre convinto di vincere con coraggio tutte le sfide che inevitabilmente il destino mi avrebbe proposto, la vita in fondo è una guerra che tutti noi dobbiamo combattere, ogni giorno una battaglia. Ecco, forse mi è mancato solo il cimento della guerra, quella vera, spietata e cruenta, per provare a me stesso quali fossero davvero i miei limiti. Ma poi, di situazioni per mettermi duramente alla prova se ne sono comunque presentate molte altre.

Il 12 gennaio 1980 scesi dalla scaletta del DC10 dell’esclusiva e indimenticabile compagnia Varig e misi per la prima volta piede sul suolo brasiliano, a Rio de Janeiro. Il ricordo di quel giorno permane vivo e mi emoziona ancora oggi.

Aquarela do Brasil – Bye Bye Brasil – Emilio Santiago
Aquarela do Brasil – Bye Bye Brasil – Emilio Santiago
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Rio de Janeiro anni ’80. I primi tempi a Ipanema subito dopo il mio arrivo.

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Rio de Janeiro – Roberto Menescal e Márcia Salomon
Rio de Janeiro – Roberto Menescal e Márcia Salomon
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“Rio que mora no mar, sorrio pro meu Rio que tem no seu mar lindas flores que nascem morenas em jardins de sol …”

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Dannata nostalgia della musica brasiliana dei tempi dorati, quella che faceva il mondo sognare ad occhi aperti. Ricordi di una delle tante primavere romane a casa di Ale, quando per la prima volta ascoltammo insieme questa indimenticabile canzone, senza tuttavia comprenderne neanche una parola. Il portoghese carioca era comunque già di per sé una splendida melodia.

Copacabana de sempre
Copacabana de sempre
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“… Copacabana, berço da bossa, coisas tão nossas sim, ficou tão lindo o seu rosto, posto que bem mais mulher, venha comigo pra ver, tudo que eu quero dizer …”

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Ragazza di Ipanema – Versione italiana
Ragazza di Ipanema – Versione italiana
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“Ohh, se per me ti fermassi …”, mi piace l’accento, un tocco di settentrione italiano in terra carioca. Probabilmente sono in molti a non sapere che quando Antonio Carlos Jobim compose questa celeberrima canzone, si ispirò ad una bellissima sedicenne che passò per caso davanti al tavolino del bar dove era seduto insieme al grande amico e poeta Vinicius de Morães, autore del testo. Lo storico bar esiste ancora oggi e si chiama ovviamente “Garota de Ipanema”. La bellissima sedicenne si chiamava Helò Pinheiro. Oggi Helò ha settantasei anni e vive a San Paolo con la bellissima figlia Ticiane.

La “Ragazza di Ipanema” al tempo dei suoi sedici anni

La “Ragazza di Ipanema” oggi, sempre incantevole.

Qui sotto, la figlia Ticiane.

Non posso fare a meno di riproporre la canzone nella sua splendida lingua originale, interpretata dal grandissimo chitarrista e cantante Toquinho. Ripenso alla mia adolescenza quando la ascoltavo affascinato, non immaginando che un giorno anche il portoghese sarebbe diventato una delle mie lingue.

Garota de Ipanema – Toquinho
Garota de Ipanema – Toquinho
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Gli anni ’80. Il calore della meravigliosa Rio. Qui lo provate con tutta la sua intensità. Il video che segue è diviso in due parti, primi anni ’80 e 2018.

Chi nasce a Rio de Janeiro è chiamato “carioca”. Un grazie dal profondo del cuore a tutti i cariocas che mi hanno accolto come uno di loro. Amerò sempre questa splendida e incomparabile città, ogni giorno così diversa, immagine elettrizzante di estati radiose, di soave magia, di tempi memorabili, di emozioni senza tempo.

Video – Rio de Janeiro primi anni ’80 e 2018 – durata 4 minuti circa

Rio de Janeiro anni ’80 – 2018
Rio de Janeiro anni ’80 – 2018
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“Você viu só que amor nunca vi coisa assim
E passou, nem parou, mas olhou só pra mim
Se voltar, vou atrás, vou pedir, vou falar
Vou dizer que o amor foi feitinho pra dar
Olha é como o verão quente o coração
Salta de repente para ver a menina que vem …”

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Video – Rio de Janeiro, Stadio Maracanã – Apertura dei Giochi Panamericani 2007. Durata 5 minuti circa.

La bellissima Daniela Mercury canta “Cidade Maravilhosa, l’inno ufficiale della città di Rio de Janeiro composto nel 1934. Segue la celeberrima “Aquarela do Brasil”. Imperdibile!

2007 Giochi Panamericani – Rio de Janeiro
2007 Giochi Panamericani – Rio de Janeiro
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Ipanema, mitica spiaggia d’Ipanema.

 

Sullo sfondo il Corcovado. Il Cristo è coperto dalle nuvole. 

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In queste ultime due foto ero dimagrito moltissimo per colpa di una brutta epatite che mi aveva costretto a casa per quasi tre mesi. Passai la maggior parte del tempo ad abbronzarmi sul terrazzo, per il sole come gli antichi Egizi ho una vera e propria venerazione e non potrei mai rinunciarvi. Parlando di salute la mia è eccellente, anche perché nel corso degli anni post-italiani ho continuato ad avere la massima cura del mio fisico con la costante pratica di diversi sport, certamente non la scherma che non si addice ai paesaggi e alle temperature di Rio.

Seguo sin da adolescente una dieta spartana e sono immune da alcune delle endemiche piaghe del nostro mondo, citerei i mangiatori compulsivi, gli obesi precoci o tardivi, i drogati, gli alcolizzati e gli individui emotivamente labili o psicologicamente fragili, sono tutti inferiori e per loro provo da sempre un viscerale ribrezzo. Tuttavia, nonostante il mio impegno per mantenere la forma, non tutti hanno fatto la loro parte. La scienza medica, puntualmente così indietro nel tempo, lotta ancora invano contro alcune pericolose malattie tropicali trasmesse dalle zanzare. Durante uno dei miei numerosi viaggi in Amazzonia ho contratto la febbre Chikungunya per la quale non esiste un vaccino. Ne soffro a tutt’oggi le dolorosissime sequele.

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Qui mi ero svegliato di cattivo umore. E piantala Rudi, non rompere! La bicicletta non era mia.

Porto Alegre. Rio Grande do Sul.

Qui mi ero svegliato di cattivo umore. E piantala Rudi, non rompere! La bicicletta non era mia.

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No Marco, no Mauro vi sbagliate, questa foto non è stata fatta a Rio. Cascata del “Trombão”, vicino a Canela, stato del Rio Grande do Sul. 1500 km da Rio de Janeiro. Anno 1983, se ricordo bene.

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Pag. 1 —– Introduzione – Foto – Rio, Milano
Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

Grazie per il commento. A tutti risponderò personalmente, ma per la protezione dei dati esso non verrà pubblicato.