
L’aforisma di Evola che segue è la necessaria premessa per riassumere con efficacia il suo concetto di supremazia spirituale e tradizionale, in contrapposizione al fisicismo materialista e alle folli teorie razziali del nazionalsocialismo tedesco. Il filosofo afferma che la superiorità non è prerogativa materiale di un popolo o di una razza, ma dello spirito di ogni individuo che ne fa parte.
«Va riconosciuto in modo netto che il razzismo diviene una aberrazione laddove lo si pensa come una difesa di una cultura di tipo quasi zootecnico della razza nel suo aspetto semplicemente biologico ed empirico».
Julius Evola

L’argomento che mi accingo a trattare è di dimensione vasta e complessa. Mi propongo di essere chiaro e di presentarlo il più stringatamente possibile
Carl von Clausewitz (1780-1831) fu un generale prussiano che combatté e si distinse durante le guerre napoleoniche tra il 1806 e il 1815. Scrisse un celeberrimo manuale militare “Vom Kriege” (Della Guerra), che presto divenne un testo fondamentale nelle principali accademie militari del mondo. Fortemente influenzato dalla filosofia di Hegel, il Vom Kriege fu apprezzato anche da Marx che pur non condividendo alcuni dei suoi risvolti filosofici ne approvò il metodo dialettico, cioè l’idea che la realtà è un processo dinamico di contraddizioni e trasformazioni. Rifiutò tuttavia l’Idealismo hegeliano, enfatizzando la dottrina del Materialismo storico. L’opera fu adottata con entusiasmo anche dalle accademie militari dell’Unione Sovietica.
Altri autori famosi nel corso dei secoli scrissero sul tema bellico.
Sun Tzu (Cina, V secolo a.C.): “L’arte della guerra”. L’opera più antica e famosa al mondo. Si basa sull’astuzia e sul come tendere una trappola al nemico, sulla camaleontica adattabilità alle circostanze e sulla massima che “il trionfo migliore è quello ottenuto senza combattere”.

Niccolò Machiavelli (Italia, 1521): “Dell’arte della guerra”. Sostiene l’importanza della coscrizione di massa rispetto a un esercito di mercenari.

Mao Zedong (MaoTsé-Tung – Cina, 1937): “Sulla guerriglia”. Secondo Mao il confronto tra un esercito più debole e uno molto più potente (“guerra asimmetrica”) non sempre si conclude a favore del secondo. Il più debole può prevalere per mezzo di tattiche non convenzionali. Potrei citare come esempio la guerra in Vietnam degli anni ‘60 in cui gli Stati Uniti furono sconfitti dalla martellante guerriglia dei Viet Cong su più fronti, strategia che finì poi per rallentare e logorare l’offensiva americana.

Nei primi anni ’70 mi fu consigliata dal leggendario “Signor Decimo” (Capitano di Vascello Decimo Garau, istruttore alla base militare di Torre Poglina) la lettura del “Della Guerra” di Clausewitz (Mondadori). Fu una vera e propria rivelazione perché sino ad allora, ero poco più che diciottenne, non avevo mai approfondito il concetto di guerra dal punto di vista della pianificazione, della tattica e della strategia. Il corso storico di quei miei lontani tempi fece sì che non dovessi mai vivere di persona l’esperienza di un conflitto militare, ma sono grato al Signor Decimo per avere ampliato il mio bagaglio conoscitivo che con ogni probabilità, senza il suo consiglio, sarebbe rimasto incompleto.

Mi colpì subito il principio della “Frizione”, ossia che in battaglia la realtà è sempre diversa dalla teoria, che situazioni contrastanti fra di loro provocano una frizione o attrito, (in tedesco “Reibung”) che bloccano gli ingranaggi della “macchina” militare. Un piano offensivo, per quanto semplice, può fallire per causa di imprevisti, tipo condizioni atmosferiche, informazioni errate ricevute dai servizi segreti, condizioni psico-fisiche dei soldati non ottimali. Di tutti gli ufficiali il migliore è colui che non applica alla lettera le tattiche imparate all’accademia, ma che sa guidare i suoi uomini valutando con lucidità le esigenze del momento. Se così non facesse probabilmente andrebbe incontro alla disfatta.
Ma la frase che meglio riassume il pensiero di Clausewitz è che “La guerra altro non è se non la continuazione di una decisione dei politici espletata dai militari”. Su questo penso siamo tutti d’accordo. La Storia ce lo insegna.
Nel caso di Adolf Hitler si potrebbe obiettare che la guerra da lui dichiarata fu decisione univoca e assoluta di un capo supremo in un regime totalitario. A prima vista il ragionamento procede, ha una sua logica. E invece no, anche in questo caso Clausewitz aveva ragione, seppure indirettamente. Per capirlo dobbiamo ritornare al 1918, quando Austria, Ungheria e Prussia uscirono sconfitte dal primo conflitto mondiale. Il Trattato di Versailles del 1919 impose alla Germania (Repubblica di Weimar, lo Stato nazionale unitario nato dopo la caduta dell’Impero Tedesco, il II Reich) pesantissime sanzioni, tra cui un risarcimento di 132 miliardi di marchi oro.
Sedettero al tavolo delle negoziazioni Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti. Georges Clemenceau, primo ministro della Francia. David Lloyd George, primo ministro del Regno Unito. Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio dell’Italia.

Seduti, da sinistra a destra, Vittorio Orlando, David Lloyd George, Georges Clemenceau e il Presidente americano Woodrow Wilson.
Questi signori inconsapevolmente stavano gettando le basi per la nascita del partito nazionalsocialista e più in là per lo scoppio della seconda guerra mondiale. La Germania economicamente distrutta dovette affrontare anni turbolenti di scioperi, scontri di piazza e una gigantesca inflazione. La minaccia bolscevica stava diventando sempre più pressante. Facendo leva sull’orgoglio del popolo tedesco Hitler ebbe gioco facile nell’arrivare al potere nel 1933. Fu eletto cancelliere con il 43% dei voti. Quella elezione sarebbe stata l’ultima poiché il regime democratico diventò rapidamente totalitario. Nei primi anni i successi economici furono notevoli, come dimostrarono le folle osannanti che fecero del Führer una divinità terrena. Piu avanti le massicce spese per il riarmo mirate a una guerra di conquista imposero molti sacrifici alla gente comune. Si dovette ricorrere all’autarchia e al saccheggio dei territori occupati per ovviare a tale problema.

Il Presidente Hindenburg stringe la mano a Hitler subito dopo la sua elezione alla Cancelleria
Da adolescente leggevo parecchio visto che a quei tempi quasi tutti noi eravamo impegnati politicamente. Ero un evoliano convinto, ma non disdegnavo il “Che Fare” di Lenin e altre opere di Marx e Engels. Non ho mai creduto alla democrazia e condividevo con l’estremo politico opposto certi principi validi anche per noi della destra radicale.
Lessi pure il “Mein Kampf” di Hitler. Trovai assurde le farneticanti teorie sulla razza ariana e sull’ebraismo, secondo lui causa di tutti i mali dell’umanità. Mi convinsi di che soffriva di una esasperata paranoia narcisista. Non a caso affermò che la sua maggiore ambizione era di diventare il personaggio più famoso di tutta la storia germanica.

Ma ciò che più mi sorprese fu il suo “Testamento Politico”, dettato il 29 aprile 1945 nel bunker della cancelleria di Berlino, poco prima di suicidarsi. In particolare il suo ringraziamento al popolo tedesco e “al grande Clausewitz”. Segue il testo originale.
“Dal profondo del mio cuore esprimo il mio ringraziamento a tutti. È altrettanto evidente che il mio desiderio è che voi dovreste, proprio per questo, in nessun caso abbandonare la lotta, ma piuttosto continuare contro i nemici della Patria, non importa dove, fedeli al credo del grande Clausewitz. Dal sacrificio dei nostri soldati e dalla mia persona uniti fino alla morte, nascerà di nuovo nella storia della Germania, il seme di una radiosa rinascita del movimento nazionalsocialista e quindi la realizzazione di una vera comunità di nazioni”.
Trovai paradossale che proprio nel momento culminante della disfatta Hitler si fosse riferito al grande Clausewitz e al suo credo. Mai e poi mai avrei potuto pensare che ne avesse sentito parlare, visto e considerato che la sua strategia risultò alla fine diametralmente opposta agli insegnamenti del generale. Ero letteralmente stupito.

Nel giugno del 1941 la Germania con l’Operazione Barbarossa aveva dato inizio all’invasione dell’Unione Sovietica. Il piano prioritario prevedeva la presa della capitale Mosca, emulando in un certo qual modo la “Blitz Krieg” (guerra lampo) che aveva portato alla conquista di Polonia, Francia e Paesi Bassi. La necessità di una rapida avanzata teneva ovviamente conto anche dell’inverno russo di napoleoniche memorie.

Uno dei principi fondamentali del Della Guerra è il “Centro di Gravità”, «il fulcro del potere e del movimento, da cui tutto dipende». È questo il punto che un esercito deve considerare per avere ragione del nemico. Clausewitz spiega che in uno Stato vasto e centralizzato, nel nostro caso l’Unione Sovietica, il centro di gravità è l’esercito avversario e la capitale, organo vitale, sia politico che amministrativo.
Nella estate del 1941, Hitler e l’Alto Comando della Wehrmacht entrarono in fortissimo dissidio strategico su quale fosse veramente il centro di gravità sovietico. Nonostante tutti i generali avessero all’inizio concordato su Operazione Barbarossa, alcuni si opposero al piano tattico che il Führer esigeva. Volevano concentrare l’offensiva direttamente su Mosca, mentre Hitler impose una suddivisione delle forze a Sud per impadronirsi delle risorse agricole dell’Ucraina e petrolifere del Caucaso. Inoltre a Nord voleva conquistare per motivi ideologici Leningrado, la culla della rivoluzione bolscevica e sul Mar Baltico assicurarsi che il rifornimento del ferro svedese, passando dal porto di Lulea, giungesse fino in Germania. Si arrivò al punto di rottura ad agosto, quando i tedeschi si trovavano a soli 300 km da Mosca. I generali Halder e Bock pretendevano di sferrare l’assalto finale, ma Hitler decise di deviare i carri armati di Heinz Guderian verso sud per accerchiare le forze sovietiche a Kiev.
L’operazione di Kiev fu indubbiamente un successo tattico (oltre 600.000 prigionieri sovietici), ma quando l’offensiva verso Mosca riprese a novembre, il fango e il gelo invernale fermarono le truppe tedesche a soli 30 km dalla città. Stalin ebbe quindi tempo di far giungere dalla Siberia truppe riposate per una nuova controffensiva. Seguirono le disfatte di Stalingrado e Kursk nel ’43. Il resto è noto.

Prigionieri sovietici in colonna dopo la conquista di Kiev
Il “Della Guerra” di Clausewitz è privo di un epilogo convenzionale, dato che la scomparsa improvvisa dell’autore nel 1831 ne interruppe la stesura definitiva. Ciononostante, il testamento intellettuale e i nodi teorici cruciali emergono nitidamente dalla visione globale del testo (specialmente all’interno del Libro VIII, l’ultimo a subire una profonda revisione). Il nucleo centrale di questo pensiero si condensa nella celeberrima tesi secondo cui il conflitto armato rappresenta il prolungamento dell’attività politica attraverso modalità differenti.
A questo punto vorrei reiterare i tre cardini su cui si regge tutta la tematica dell’autore:
1. Il predominio della sfera politica
- L’azione bellica non si configura mai come un fenomeno isolato o un impulso irrazionale, bensì come un prolungamento estremo del dialogo diplomatico, quindi politico.
- I traguardi sul campo di battaglia (come l’annientamento delle truppe avversarie) devono necessariamente piegarsi e servire i fini stabiliti dallo Stato (quali trattati di pace, espansione territoriale o incremento della propria influenza).
2. La triplice dimensione della guerra
Il fenomeno bellico si sviluppa attraverso l’interazione costante di tre fattori interconnessi:
- La popolazione, quale custode dei sentimenti di rabbia e avversione al nemico, elementi che costituiscono il motore emotivo della contesa.
- I vertici militari e le truppe, artefici della pianificazione strategica, chiamati a gestire l’incertezza, il calcolo delle probabilità e il fattore audacia.
- La leadership governativa, a cui spetta il compito di tracciare la linea politica e guidare la macchina militare.
3. La dicotomia tra modello ideale e concretezza
- Dal punto di vista concettuale, lo scontro bellico possiede una tendenza intrinseca a degenerare verso un uso illimitato della forza (“guerra assoluta”).
- Nella pratica, questa spinta distruttiva viene temperata dalle decisioni politiche, dalle restrizioni economiche e, soprattutto, dal concetto di “attrito” (Frizione). Quest’ultimo come già detto comprende l’insieme di variabili, contrattempi, logoramento e fallibilità umana che complicano inevitabilmente anche le manovre più elementari.
Chi mi legge comprenderà ora il mio stupore per l’omaggio che Hitler fece a Clausewitz nel suo testamento. E Clausewitz si sara certamente rivoltato nella tomba a causa della dissennata condotta tattica del Führer. Ma parliamoci chiaro. Pur seguendo rigorosamente le teorie del generale prussiano a lungo andare la Germania sarebbe stata ugualmente sconfitta. Le due super potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, alla fine avrebbero prevalso. La guerra in fondo fu vinta da loro due, checché ne dicano Francia e Regno Unito.
Clausewitz oggi
Il suo pensiero si applica perfettamente sia ai conflitti convenzionali (come l’invasione russa dell’Ucraina) sia alla guerra ibrida e cibernetica. L’impiego di attacchi hacker, droni e campagne di disinformazione servono ugualmente per piegare la volontà dell’avversario e raggiungere un obiettivo politico tangibile (territorio, sicurezza o influenza economica).
Anche l’introduzione di intelligenze artificiali e ricognizioni satellitari non ha cancellato la “nebbia della guerra”, così Clausewitz definisce la mancanza di informazioni precise, la confusione e l’incertezza che si manifestano durante una battaglia. Al contrario, l’eccesso di dati si traduce oggi in un sovraccarico cognitivo. La vera frizione per gli strateghi moderni risiede nella “guerra cognitiva”, ovvero nella difficoltà di isolare la verità in un mare di disinformazione programmata.
Esiste tuttavia la possibilità che in scenari di forte frammentazione globale (il processo di divisione del mondo in blocchi politici ed economici contrapposti) la violenza rischi di perdere una reale guida politica razionale, tramutandosi in forme di conflitto “autonome” e fini a sé stesse.
Penso che la rivoluzione digitale non invalidi le tesi di Clausewitz, ma ne sposti i confini. Ogni operazione cibernetica risponde come in tempi passati a finalità politiche e calcoli strategici riconducibili alla triplice dimensione della guerra di cui ho già ampiamento parlato.
Grazie per avermi seguito fin qui.
Bibliografia
“Della Guerra” —— Carl von Clausewitz.
“Il mio testamento politico” —— Adolf Hitler.
