1. L’azione bellica non si configura mai come un fenomeno isolato o un impulso irrazionale, bensì come un prolungamento estremo del dialogo diplomatico, quindi politico.
  2. I traguardi sul campo di battaglia (come l’annientamento delle truppe avversarie) devono necessariamente piegarsi e servire i fini stabiliti dallo Stato (quali trattati di pace, espansione territoriale o incremento della propria influenza).
  1. La popolazione, quale custode dei sentimenti di rabbia e avversione al nemico, elementi che costituiscono il motore emotivo della contesa.
  2. I vertici militari e le truppe, artefici della pianificazione strategica, chiamati a gestire l’incertezza, il calcolo delle probabilità e il fattore audacia.
  3. La leadership governativa, a cui spetta il compito di tracciare la linea politica e  guidare la macchina militare.     
  1. Dal punto di vista concettuale, lo scontro bellico possiede una tendenza intrinseca a degenerare verso un uso illimitato della forza (“guerra assoluta”).
  2. Nella pratica, questa spinta distruttiva viene temperata dalle decisioni politiche, dalle restrizioni economiche e, soprattutto, dal concetto di “attrito” (Frizione). Quest’ultimo come già detto comprende l’insieme di variabili, contrattempi, logoramento e fallibilità umana che complicano inevitabilmente anche le manovre più elementari.

Bibliografia  

“Della Guerra” —— Carl von Clausewitz.

“Il mio testamento politico” —— Adolf Hitler.

Grazie per il commento. A tutti risponderò personalmente, ma per la protezione dei dati esso non verrà pubblicato.