
“Questo mondo che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno degli Dèi, né alcuno degli uomini, ma è sempre stato – è – e sarà fuoco eternamente”.
Eraclito

Il formidabile soffio del vento dell’Est
La resa dei conti arriva per tutti, anche per il populistico Occidente. Non occorre aggiungere altro. Il resto lo scriverà la Storia.


Brasile, l’immagine di una destra fasulla ed inconsistente.
Comincio con un mio fervido augurio al Brasile e al suo valoroso popolo, si meritano un futuro migliore.
Se avete letto “Milano e San Babila nel Cuore” saprete che non ho mai creduto all’ordinamento democratico e che quattro anni fa, subito dopo l’elezione di Bolsonaro alla presidenza, manifestai il mio forte scetticismo nei suoi confronti. Sin dai lontani tempi del mio arrivo a Rio nel 1980 ho avuto rapporti molto stretti con l’entourage delle forze armate locali e continuo ad averli ancora oggi. Sono in molti ad esprimere giudizi poco lusinghieri sulle sue capacità, soprattutto gli alti ufficiali dello Stato Maggiore della Marina, senza contare i tanti altri membri militari che hanno fatto parte del suo governo, che sono stati rimossi dall’incarico, o che vi hanno rinunciato volontariamente perché in disaccordo con le sue direttive.
Si è pure fatto un gran parlare di un possibile colpo di stato. Non capisco come i media abbiano insistito a ventilarne la minaccia quando in verità il potere legislativo è sempre stato esercitato a Brasilia dal Congresso nazionale senza la benché minima interferenza esterna, ma si sa, i nefasti e menzogneri mezzi di comunicazione non si smentiscono mai. Davvero clamorosa la figuraccia dei principali istituti di ricerca sulle intenzioni di voto che hanno diffuso dati totalmente inesatti, dando per scontata la netta vittoria al primo turno del candidato della sinistra, quando in realtà le urne hanno confermato una sorprendente valanga di suffragi in favore del suo rivale, garantendo ai suoi parlamentari la maggioranza nelle due camere. Badate bene, non si tratta di un loro errore, ma è piuttosto un’ulteriore prova di come l’informazione venga costantemente manipolata per influenzare l’opinione della gente comune. Per quanto riguarda l’eventualità di un golpe diciamolo francamente, esso è da escludersi poiché non è mai esistito un gruppo di cospiratori che lo stesse pianificando, né tantomeno Bolsonaro sarebbe in grado d’intentarlo.
Non mi spiego altresì come sia possibile definirlo un radicale di destra nel contesto dell’ordinamento pluralistico e liberale di questa nazione. Venga detto per inciso che i giornalisti in generale fanno un uso improprio della locuzione “estrema destra”. Con essa si specifica la disposizione degli scanni che nell’emiciclo parlamentare sono situati all’estrema destra del tavolo della presidenza del consiglio. Ne consegue che è insensato definire “estremista di destra” chi di un parlamento non fa e non farà mai parte. L’unica vera, autentica destra è quella extraparlamentare.
Essa è oligarchica, rigetta qualsiasi forma di partitocrazia, non riconosce l’autorità di assemblee pseudo-popolari e non può identificarsi negli sproloqui e negli infantili isterismi di un individuo che è il controsenso di sé stesso, che non sa da che parte stare e che ha disonorato tutti i movimenti reazionari del pianeta. Inoltre, come ho scritto precedentemente, chi governa deve essere preparato e astuto, deve conoscere bene la sottile arte della politica e del dialogo con le masse, abilità che purtroppo Bolsonaro non possiede. Sia ben chiaro che ai tempi della dittatura i generali della giunta militare non avrebbero mai messo a capo dello stato un ufficiale del suo grado – capitano della riserva – tutt’al più sarebbe stato nominato addetto militare di qualche lontana ambasciata, ve lo garantisco con assoluta cognizione di causa. Paradossalmente c’è voluto il voto di una libera elezione per portarlo al potere.
Ai caparbi difensori della democrazia auguro che il nuovo presidente, al di là delle ideologie e a differenza del suo predecessore, si dimostri degno del compito che gli verrà affidato. Che ponga fine alla vergognosa deforestazione dell’Amazzonia cresciuta del 56% durante la presidenza di Bolsonaro, che possa venire in soccorso delle classi più povere, che riesca a riscattare dagli stenti i 33 milioni di brasiliani (15% circa di una popolazione di 215 milioni nel 2022) ridotti letteralmente alla fame dalle disastrose conseguenze della pandemia e dalla sua pessima gestione, che infine garantisca loro condizioni di vita più dignitose e i diritti sociali previsti dalla Costituzione.
Da italiano residente all’estero, anche per stare idealmente più vicino alla Patria lontana, il 20 settembre scorso ho votato al consolato di Rio (il voto è sempre anticipato perché le schede devono arrivare a Roma in tempo utile per lo spoglio) per il centrodestra Salvini-Berlusconi-Meloni. Anni fa ho acquisito anche la nazionalità brasiliana e qui il voto è obbligatorio. Mi sono dunque sentito spinto dall’impellente, irresistibile dovere di schierarmi dalla parte dei poveri che come vi ho appena detto sono tanti. E preso atto dell’inattitudine del “capitano-presidente” Bolsonaro, ho optato per il loro candidato Luiz Inácio Lula da Silva, ex metalmeccanico ed ex sindacalista di sinistra. È stato presidente già due volte e ha fatto molto per il proletariato e il sottoproletariato, non lo si può negare.
So con certezza che nessuno di voi, leali amici dei vecchi tempi, si azzarderà a criticarmi, del resto conoscete bene il mio carattere e il mio pragmatismo: sono fiero della decisione presa, lo dico a viso aperto e senza alcuna remora. Uno dei primi doveri di un camerata è l’altruismo, non solo nei confronti di altri camerati, ma verso chiunque abbia bisogno di aiuto. Per questo motivo voi ed io saremo sempre al fianco degli indigenti, a prescindere dal credo politico. Anche loro sono, e saranno tutti, in ogni momento, nostri camerati.
Purtroppo per colpa di Bolsonaro la destra brasiliana, mi riferisco a quella vera, ha perso l’occasione per imporsi definitivamente sulla scena politica del paese. Il 30 ottobre prossimo si andrà dunque al ballottaggio, è urgente recuperare il tempo perduto durante quattro anni di un potere inabile e immeritato. Cosa ci si può aspettare a questo punto? Nonostante il vantaggio degli oltre sei milioni di voti che il candidato della sinistra vanta sul presidente uscente, al secondo turno ci troveremo dinanzi ad uno scenario estremamente complesso. Nella prossima legislatura i deputati e i senatori del partito di Bolsonaro avranno la maggioranza assoluta sia al Congresso nazionale che al Senato, per cui con la probabile elezione di Lula il paese si troverà diviso e difficilmente governabile. Si dice, secondo me a torto, che la voce del popolo sia la voce di Dio. Speriamo allora che Egli favorisca Lula, ma che faccia anche capire al popolo che la democrazia rende felici i demagoghi, ma finisce fatalmente col danneggiare gli interessi della nazione.

ll passato che ritorna

Grazie del regalo Stefano, questa non me la ricordavo più.
Ascolta – Capisci – Ama te stesso
La massima è mia. Con essa ho fortificato il mio spirito.

Nella vita arriva per tutti il tempo dei bilanci, il momento in cui bisogna guardarsi indietro e riflettere. Molti ritengono che non valga la pena perché tanto «Il passato è passato». Non è vero, è necessario per capire meglio chi veramente siamo e ciò che abbiamo conquistato, per arrivare poi alla conclusione che la più bella fase della vita è quella dei vent’anni. Il video che segue inizia con un inno che non ha bisogno di presentazioni, dubito che qualcuno non lo conosca. Chiedo venia, ma lo dedico a me stesso. La seconda parte è un tributo a quattro giovani che ci cambiarono per sempre. L’ultima canzone, ai più sconosciuta, è il provino che permise loro di essere assunti dalla casa discografica “Decca”. Sottotitoli in spagnolo.
Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus; Post iucundam iuventutem, Post molestam senectutem, Nos habebit humus.
Godiamo dunque, finché siamo giovani. Dopo l’allegra gioventù, dopo la scomoda vecchiaia
ci riceverà la terra!

Gaudeamus Igitur -1964 – Il mito dei miei 12 anni
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6 ottobre 2022 – I miei settant’anni. In queste foto però il sorriso è di pura circostanza, ho piena consapevolezza di che la mia lunga giornata terrena volge inesorabilmente al tramonto. In futuro smetterò di commemorare questa data che ormai per me non ha più alcun significato. Credetemi fedeli amici, preferirei rispondere in questo esatto istante all’appello divino, piuttosto che sorbirmi una triste ed erosiva vecchiaia.

Forse dall’aldilà mio padre e Gianni – Gianni Nardi, e chi altro se non lui? – mi stanno guardando, chiedendosi sconsolati il perché della mia lunga chioma. Cosa ci volete fare, un po’ la voglia di cambiare, un po’ perché mi stanco in fretta di tutto e di tutti, persino di me stesso. E poi, tanto per mettere le cose in chiaro, ho sempre ascoltato il parere degli altri, ma alla fine e in ogni caso prevale il mio, anche per quanto riguarda l’apparenza. Meno che con mio padre, con lui non c’era proprio da scherzare.
Verso la fine degli anni 60’ dovetti affrontare l’aspra riprovazione del mio implacabile genitore perché secondo lui i miei capelli erano cresciuti ben oltre il limite del tollerabile. “O vai dal parrucchiere o ti sbatto fuori di casa!” Anche Gianni, fiero del suo marziale taglio alla Folgore, non la smetteva di inveire. “Sparisci ragazzino, ma ti sei guardato allo specchio? Fai pena conciato così, mi sembri un barbone!” Gli rispondevo che me ne fregavo altamente delle sue noiose intemperanze e di quello che pensava di me, di lui non avevo soggezione, in fondo mi stimava anche per la mia impudenza. Quando giunse il momento di indossare la divisa militare mi ero già inquadrato da tempo nei parametri estetici delle forze armate e il nostro rapporto si era consolidato in maniera definitiva. Era destino che la sua strada incrociasse la mia. Per me fu un piacere indiscutibile, oltre che un onore. Credo lo sia stato anche per lui.
Non so perché, ma gli screzi di quei giorni, familiari o camerateschi che fossero, mi sovvengono ancora oggi con tanta nostalgia.

“Pridie Nonas Octobres” – 6 ottobre
Questo mosaico romano del 300 d.C. fu scoperto in Tunisia, nella città di Thysdrus, odierna El Jem. Conosco bene questa città. Possiede il più importante sito archeologico del paese. I romani vi costruirono imponenti edifici come il famoso anfiteatro e lussuose ville, più grandi della classica domus urbana.
Nel calendario romano le None cadevano il quinto giorno del mese tranne che in marzo, maggio, luglio e ottobre, mesi in cui cadevano il settimo giorno. La data 6 ottobre tradotta dal latino all’italiano risulta dunque: “Il giorno prima (pridie) delle None di ottobre”. Ricordi del ginnasio, quando l’insegnante di Lettere esigeva che si scrivesse ogni giorno sulla lavagna la data in latino. Tra l’insegnare e l’imparare ci stanno sempre da una parte il metodo e dall’altra la buona volontà e la disposizione.

Eccomi dunque al traguardo dei settant’anni, contento di aver raggiunto la meta. Non intendo però prolungare le pene della mia parabola discendente, ora ogni istante mi è propizio per intraprendere l’ultimo definitivo viaggio.
Preciso subito che non spetta a me decidere dove, come o quando me ne dovrò andare, a tal riguardo mi rimetto al volere dell’Ente Supremo nella speranza che non tardi troppo a chiamarmi, ma mi concedo il sacrosanto diritto di accettare il mio inevitabile declino psicofisico con pragmatica obbiettività, e non coltivando la ridicola illusione di che “Ogni età ha il suo fascino”. Il deperimento è forse affascinante? Che senso hanno retorici sentimentalismi? A cosa serve la persistente ricerca del positivo in una dimensione terrena palesemente crepuscolare e decadente? Mi si dirà che il pessimismo è la negazione della felicità e del razionale. In effetti lo è, visto che il mondo come lo vedo io – e alcuni altri dall’intelletto infinitamente superiore al mio – non è che l’espressione di un pessimismo che potrei definire empirico, quando cioè predomina in noi la percezione negativa di un genere umano irrazionale e sofferente, visione che però è limitata alla sua realtà fisica, in netta contrapposizione ad una vita ultraterrena esente da pena e dolore.
Stramaledetta e impietosa vecchiaia, ci rubi la giovinezza eppure tutti ti invocano per timore dell’ineluttabile addio, osannano in coro il tuo appassito fiore, quasi a voler ingentilire l’immagine di un lume sempre più fievole che troppo tarda a spegnersi.
Ben arrivata Sorella Morte, ci liberi infine dalla schiavitù delle umane miserie, ma non ti illudere, anche tu dovrai soccombere. Al tuo tramonto seguirà una nuova aurora, contemplerò il fulgore di un nuovo sole. Come la fenice risorgerò con Spirito immortale alla vita.
Il mio accorato pensiero e tutta la mia solidarietà a coloro che vivono nella miseria, che soffrono la fame e che hanno perso ogni speranza. Frugando tra le mie pochissime virtù, se dovessi indicarne una, direi che sono sempre stato sensibile alle immediate necessità dei meno privilegiati, sia per un dovere cristiano, sia per un mio innato e sincero istinto. Non ho mai voltato le spalle a chi mi pregava di aiutarlo, né da ragazzo, né tantomeno oggi. Come tutti, anch’io sogno una società più giusta in cui ognuno possa godere degli stessi diritti e delle stesse opportunità per affermarsi. Non credo tuttavia nell’uguaglianza degli uomini. Confondere l’uguaglianza dei loro diritti con quella delle loro doti intellettive e spirituali è un errore madornale. Lo è stato dalla Rivoluzione francese in poi e un giorno la gente lo capirà.
Un sentimento di profondo disdegno e assoluto ripudio va invece ai politicanti di un sempre più smarrito occidente che si avvalgono di pretestuosi ideali umanitari e dell’utopia democratica per tessere le trame dei loro loschi e globalizzati interessi economici e militari. Arriverà per loro la resa dei conti, verrà ridisegnato un nuovo ordine mondiale e la Storia ne cancellerà la memoria.

Un omaggio al genio di Richard Wagner
Il teatro di Bayreuth – Il tempio wagneriano.

La facciata del teatro

L’interno

Il palcoscenico

La buca per l’orchestra
Poco distante dal centro di Bayreuth (leggi Bayroith) in Baviera, si può scorgere su una collina a nord della città una costruzione che svetta isolata. Si tratta del Festspielhaus, un teatro che può ospitare un massimo di 1.974 spettatori, dedicato esclusivamente alle rappresentazioni delle opere del compositore Richard Wagner. È la sede dell’annuale e mondialmente conosciuto Festival di Bayreuth.
Fu progettato dallo stesso Richard Wagner insieme all’architetto Otto Brückwald e inaugurato nel 1876. Grazie a rivoluzionarie innovazioni scenotecniche fu possibile portare sul palcoscenico le opere del compositore tedesco così come le aveva originariamente concepite e offrire un’esperienza unica agli spettatori. Egli era fortemente critico verso l’organizzazione della sala all’italiana che era principalmente rivolta ad un intreccio di relazioni sociali. Essa rappresentava secondo Wagner un’idea di teatro che metteva in secondo piano gli spettacoli, una semplice passerella dove potevano sfilare tutti i membri dell’alta borghesia, poco importava dell’opera che andava in scena. La concezione wagneriana del teatro verteva invece su quella che si può definire come la “sacralità” dello spettacolo teatrale. Esso doveva ritornare ad avere quella funzione sociale che trovava le sue radici nel teatro dell’Antica Grecia.
Le caratteristiche fondamentali del Festspielhaus sono l’assenza di palchi laterali, la semplicità degli arredi interni, la disposizione semicircolare della sala e – soprattutto – la singolare buca per l’orchestra (golfo mistico), situata sotto il livello del palcoscenico e totalmente invisibile agli spettatori. Questa sua particolare posizione ha fatto sì che per i direttori d’orchestra – anche i migliori al mondo – Bayreuth sia il teatro in cui è più difficile dirigere. Infatti, non solo la buca è avvolta nella quasi totale oscurità come il resto della sala, ma il suo riverbero acustico – quella del teatro invece è perfetta – rende difficile sincronizzare l’orchestra con i cantanti. I direttori devono dunque abituarsi a memorizzare l’esatto momento del loro attacco vocale. La maggior parte dei direttori del Festival, se non tutti, ha affermato di considerare l’esperienza al Festspielhaus come la sfida più difficile della propria carriera.
Per il prossimo video ho scelto da “Il crepuscolo degli Dèi” la famosa e splendida marcia funebre di Sigfrido e il finale dell’opera. Sottotitoli in italiano.
La tetralogia comprende quattro opere, “L’oro del Reno”, “La Valchiria”, “Sigfrido”, “Il crepuscolo degli Dèi” che conclude il ciclo dell’anello del Nibelungo.
Nella mitologia germanica Sigfrido è l’espressione suprema e più pura del guerriero, dell’eroe senza paura. La scena si apre nel momento in cui Hagen trafigge a tradimento con la lancia Sigfrido. Prima di spirare, le sue ultime parole sono un appassionato saluto a Brunilde, la sua amata Valchiria. Al dito mignolo di Sigfrido non deve sfuggire un primo piano ravvicinato di un grande e scintillante anello, il tema conduttore di tutta la tetralogia. Esso rappresenta il contrasto tra l’amore e il potere. La natura umana è legata sia all’amore che al potere, ma il potere – l’anello – esige che per possederlo si rinunci all’amore. Il potere però è spesso sinonimo d’ingiustizia, e l’unico riscatto possibile dall’ingiustizia è un ritorno alla condizione primordiale, quella che appunto si verificherà al termine delle quattro opere, quando l’anello, inizialmente rubato dai Nibelunghi alle Ondine che lo custodiscono nelle profondità del Reno, al Reno sarà finalmente restituito.
Nella scena finale Brunilde ordina che venga preparata una grande pira funebre vicino al fiume e chiede alle Figlie del Reno di venire a riprendersi l’anello dopo che il fuoco lo avrà purificato dalla maledizione. Brunilde monta sul suo cavallo Grane e si getta nelle fiamme. Il fuoco si estende mentre il Reno straripa dai suoi argini. Fatidico il monito di Hagen: “Indietro dall’anello” (guardatevi dall’anello – n.d.r.). L’anello finisce nell’acqua, Hagen si tuffa per prenderlo e annega. Le Figlie del Reno si allontanano a nuoto, portando l’anello trionfanti. Mentre le fiamme crescono di intensità, si intravede nel cielo il Valhalla dove Wotan (Odino) e gli Dèi attendono la loro fine.
Bellissima la regia e la scenografia minimalista carica di significati simbolici. Fate attenzione al colore rosso delle fiamme e all’azzurro sul calare del sipario. I due colori rappresentano rispettivamente distruzione e rinascita. Secondo la tradizione norrena, e germanica in particolare, il mondo sarà distrutto dal fuoco (Ragnarok secondo la tradizione norrena, Apocalisse secondo quella cristiana, narrata dall’evangelista Giovanni) per risorgere poi dalle sue ceneri, iniziando così un nuovo ciclo di vita e di nuova distruzione, un ciclo senza fine che si perpetuerà all’infinito.
Gli anni sono passati e comincio ad avvertirne il peso, sembra che mi abbiano anche cambiato, forse in meglio. Dall’adolescenza in poi mi sono sempre vantato di non sapere cosa fosse il pianto, di essere sempre in controllo delle mie emozioni. Confesso che ora sono due i casi che riescono a commuovermi fino alle lacrime: la miseria che affligge ancora così tanta gente nel mondo, e l’ascolto delle divine, immortali melodie di Verdi, Puccini, Wagner e di tanti altri sommi compositori.
Il video è dedicato ai caduti di tutte le guerre. Vanno considerati eroi, non importa sotto quale bandiera o per quale ideale abbiano combattuto. A loro rivolgo il mio saluto militare.

Il crepuscolo degli Dèi – Marcia funebre di Sigfrido – Finale
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Al mondo degli eroi si contrappone purtroppo la foltissima schiera dei vili. Dedico il finale della Sinfonia n. 2 “Resurrezione” di Gustav Mahler ai poveri pusillanimi che tremano al pensiero della morte e di doversi ritrovare un giorno al cospetto del Creatore.

Superba la direzione di Leonard Bernstein. Il celebre direttore, quasi in preda ad una trance estatica, si lascia trasportare dalla grandiosa, possente, mirabile musica di Mahler vivendo anima e corpo l’attimo culminante della Resurrezione.
I sottotitoli purtroppo sono in inglese, pazienza, meglio di niente. Avrei preferito i versi originali tedeschi del bellissimo Lied “Urlicht”, scelto dal compositore per il movimento finale. Esso trae il testo dal secondo volume del “Des Knaben Wunderhorn” (Il corno meraviglioso del fanciullo), la più vasta raccolta di liriche popolari tedesche, curata negli anni 1806-1808 dagli scrittori Achim von Arnim e Clemens Brentano, il secondo di origine italiana.

Gustav Mahler

Gustav Mahler – Sinfonia n. 2 “Resurrezione” (Auferstehung) – Finale – Leonard Bernstein
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O Schmerz! Du Alldurchdringer! Dir bin ich entrungen! O Tod! Du Allbezwinger! Nun bist du bezwungen! Sterben werd’ ich, um zu leben! Aufersteh’n, ja aufersteh’n wirst du, mein Herz, in einem Nu! Was du geschlagen, Zu Gott wird es dich tragen!
Dolore! Tu che tutto pervadi! Io ti sono sfuggito! Morte! Tu che tutto soggioghi! Adesso sei tu soggiogata! Morirò per vivere! Risorgerai, si risorgerai mio cuore, in un attimo! Ciò per cui hai combattuto ti porterà a Dio!
Segue parte della memorabile recensione del critico musicale “Wanderer” (pseudonimo), scritta nel 2006 per “Debaser”
“Son venuto da Dio e voglio ritornare a Dio! Dio mi ha dato la luce che illuminerà il mio cammino fino alla vita eterna!”
“Pur nella sua brevità, questo canto prezioso riesce a sciogliere la disperazione, la mestizia che ha sinora pervaso la composizione, prefigurando la vittoria della Vita sulla Morte che si celebrerà nell’ultimo, imponente movimento, con il quale Mahler dipinge il suo mastodontico Giudizio Universale. Infine, misterioso e inatteso, irrompe un coro a cappella nel momento della ricapitolazione finale, ad accompagnare il soprano nell’enunciazione del messaggio salvifico della Resurrezione. E così, fino all’atteso, liberatorio e sontuoso passaggio alla tonalità di mi bemolle maggiore: un impatto sonoro ed emotivo lancinante, come morire e rinascere a nuova vita, come sentire Dio tendere una mano dai cieli, fin giù in questo mondo infelice e storto, e chiamarti all’incontro con l’eternità”.
“Risorgerai, sì, tu risorgerai, mia polvere, dopo breve riposo. Vita immortale ti darà Colui che ti ha chiamato”.


Psiche e Inconscio
Torno a parlare del Brasile e della sua musica con una canzone-capolavoro di Gilberto Gil, da sempre uno dei miei cantautori preferiti.
“O Super-Homem” – Il Superuomo.
No, qui Nietzsche non c’entra assolutamente niente.
L’ispirazione nasce dal film Superman del 1978, espressione cinematografica della potenza fisica dell’uomo in un contesto prettamente patriarcale. È a partire da questo punto che si svela tutta l’intellettualità della canzone di Gilberto Gil. Si tratta di un vero e proprio inno al rapporto uomo-donna in cui il compositore esalta il ruolo femminile nella società contemporanea. Uomo e donna sono complementari l’uno all’altra, con prevalenza della donna per via della sua imprescindibile funzione di madre. Egli si richiama pure alla psicanalisi quando ribadisce un concetto ormai molto diffuso: “Nello spirito e nella psiche di ogni uomo è presente un lato femminile”. Freud del resto sosteneva come sia un errore far equivalere la femminilità alla sola donna e la mascolinità solo all’uomo, in quanto femminilità e mascolinità sono due aspetti complementari di una psiche sempre bisessuale nell’uomo e nella donna. Forse qualcuno giudicherà prolisso questo mio commento, considerata la semplicità del tema che ha ispirato il cantautore, ma è opportuno evidenziare come dietro ad una canzone apparentemente lineare si nascondono a volte sottintesi che possono sfuggire del tutto a chi l’ascolta senza riflettere. Nel 1980, anno del mio arrivo in Brasile, era appena stata lanciata e il successo fu enorme. Mi entusiasmò subito per la splendida melodia. Purtroppo potei comprendere la bellezza del testo solo più tardi perché ancora non conoscevo il portoghese.
“…Chissà che un giorno il Superuomo non arrivi per restituirci la gloria, cambiando come un Dio il corso della storia per causa di una donna…”
“…Quem sabe, o Super Homem venha nos restituir a glória, mudando como um Deus o curso da história por causa da mulher…”.

Gilberto Gil, cantautore di puro e immenso genio.

O Super Homem – Gilberto Gil
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Nel mio articolo “Milano e San Babila nel cuore” ho raccontato di quando nel 1969, a sedici anni, riuscii ad assistere con la mia amica Enrica al film “Metti una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi, rigorosamente v.m.18. Alla mia giovane età ne rimasi intellettualmente stravolto e ancora oggi lo considero insieme a “Teorema” di Pasolini uno dei film più rivoluzionari ed emblematici a cui abbia mai assistito. Non a caso ho deciso di pubblicare alcune delle sue scene più significative, tra cui l’indimenticabile, bellissima scena finale. Non è mai stata così attuale come ora. Il mio breve commento sulla ripercussione che ebbe la pellicola nel contesto sociale di allora e sull’interazione dei personaggi lo trovate nell’articolo precedente. Pur con tutte le sue incertezze, quella era un’epoca che mi coinvolgeva e mi entusiasmava, al contrario del mondo sterile, scialbo e spento di oggi. La durata del video è di 20 minuti circa, ma è imperdibile.

Metti una a sera a cena – Giuseppe Patroni Griffi – 1969 – Trailer e Scena Finale
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In omaggio a mia madre

Elisabetta II è stata a capo di una Casa reale dal passato glorioso, ma purtroppo segnata da recenti scandali che ne hanno intaccato l’immagine un tempo irreprensibile. È doveroso prestare omaggio a lei e al suo lungo regno, i posteri non la dimenticheranno. Dedico la foto a mia madre che fu tutta la vita sua devota suddita. Nel 1952, anno in cui divenne regina, tutti i bambini di madre inglese nati come me in quell’anno, ricevettero in regalo dal consolato britannico una bellissima tazza di porcellana con la sua effigie e lo stemma del Regno Unito. La conservo intatta ancora oggi.

Addio Campione

Edson Arantes do Nascimento, Pelé – 1940-2022
Uomo vero nello sport, uomo vero nella vita, uomo vero nella morte.

Una nuova Destra

Maurizio Murelli. A destra Alexander Dugin.
Nel giugno del 2018, Maurizio Murelli editore di “Aga Editrice” convinse lo scrittore e filosofo russo Alexander Dugin a venire a Milano per la presentazione ufficiale del suo libro “Putin contro Putin”.
Sottolineo lo straordinario, lungimirante, infaticabile impegno editoriale di Maurizio che ha rafforzato in Italia l’importanza dei cosiddetti pensatori “maledetti” e proscritti dal perbenismo democratico come Nietzsche, Gentile, Spengler, Heidegger, Rosenberg, Celine, Evola, La Rochelle, Brasillach, affrontando poi con competenza la suggestiva tematica rossobruna del nazionalbolscevismo e contribuendo infine alla diffusione delle opere dei pensatori tradizionalisti più recenti, tra i quali devo necessariamente segnalare Alain de Benoist, Guillaume Faye e Alexander Dugin. La “Nouvelle Droite” è il risultato di un’evoluzione che rompe una volta per tutte i vincoli con la vecchia Destra ed i miti del suo passato.
Cinquantacinque anni fa in San Babila non avrei mai immaginato che il radicale cambiamento degli equilibri del pianeta mi avrebbe spinto un giorno a ricredermi su alcune delle certezze che ritenevo inalterabili. Di Maurizio Murelli posso solo nuovamente elogiare la prodigiosa capacità di un uomo che ha saputo ricrearsi e ricominciare da zero, l’esempio di volontà ferrea, di assoluta determinazione e di lotta indefessa contro le avversità della vita. Lo ha dimostrato dopo il tragico “giovedì nero”, continua a farlo oggi a distanza di tanti anni.
Un sentimento di profondo cordoglio va ad Alexander Dugin per la violenta e assurda morte della figlia Darya.
Seguono due video. Il primo è del giugno 2022 con l’attesissima presentazione a Milano nella libreria “Spazio Ritter” del nuovo libro scritto da Alexander Dugin e da Maurizio Murelli – “Spasiba Rassìa”, – «Grazie Russia». Si tratta di una cronaca del conflitto russo-ucraino vista finalmente in chiave opposta alla demagogica presa di posizione delle potenze occidentali. Il clima da caccia alle streghe si riflette nelle liste di proscrizione compilate dalla stampa mondiale con i nomi dei sostenitori di Putin e più volte citate nel filmato. Maurizio, come affermato da lui stesso, è stato incluso in una delle prime apparse in Italia, per l’appunto in quella stilata da Gianni Riotta, ex direttore del TG1, giornalista de “La Stampa” e de “La Repubblica”. Amara è la constatazione che ancora oggi dopo tanti anni a Maurizio sono negati i diritti civili.
Il secondo video è un omaggio alle nuove egemonie che si profilano all’orizzonte. Le plutocratiche democrazie occidentali farebbero bene a tenerne conto.

Alexander Dugin – Maurizio Murelli – Grazie Russia, il manuale dei putiniani
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Cina e Russia – Due nazioni possenti, due possenti popoli.
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Senza parole
Il 12 ottobre prossimo Maurizio Murelli compirà sessantotto anni. Gli regalo in sequenza un raro video storico e una canzone di Caetano Veloso dei tempi dorati, scritta per un famosissimo personaggio sportivo di Rio che fu anche mio amico.
Il mito, la potenza, la maestosa regalità degli Asburgo.

Comincio con il bellissimo video su Carlo I d’Asburgo. Tra tutte le famiglie reali europee, questa fu indubbiamente la più gloriosa. Sono innumerevoli i pareri a riguardo della sua lunga storia, ma in genere è possibile affermare che essa regnò dal 1273 al 1918. Il suo motto era A.E.I.O.U. Le cinque vocali sono in realtà un acronimo: “Austriae Est Imperare Orbi Universo” – Spetta all’Austria governare il mondo. Carlo I fu l’ultimo imperatore della casata. Nel 2004 fu proclamato “Beato” da Giovanni Paolo II.
Il 28 giugno del 1914, l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono imperiale in visita ufficiale a Sarajevo, fu ucciso insieme alla moglie in un attentato. I due furono colpiti da diversi colpi di pistola sparati dal bosniaco Gavrilo Princip che perseguiva l’indipendenza della Bosnia dall’Austria per una Jugoslavia unita.
Questo evento, oltre a scatenare la Prima guerra mondiale, provocò un ulteriore cambio nella linea successoria dell’Impero Austriaco. Il “Kaiser” Francesco Giuseppe, dopo la morte di Francesco Ferdinando, scelse come suo erede il pronipote Carlo d’Asburgo-Lorena-Este, figlio dell’arciduca Ottone d’Austria a sua volta figlio di Carlo Ludovico, fratello dell’imperatore. Era secondo nella linea di successione dopo lo zio Francesco Ferdinando. Carlo aveva sposato nel 1911 la principessa italiana Zita di Borbone-Parma, figlia del duca di Parma, Roberto.
Il video è diviso in tre parti:
Una introduzione in italiano, con alcuni errori grammaticali del traduttore straniero.
23 ottobre 1911. Il ricevimento al castello di Schwarzau dopo il matrimonio e il giuramento di Carlo I al momento dell’incoronazione.
La partecipazione della coppia imperiale alla “Messa da campo” (“Feldmesse”) a Payerbach nel distretto di Neunkirchen.
Vi domanderete forse il perché di questo rarissimo filmato. Sin da ragazzo sono stato affascinato dalla storia del Sacro Romano Impero, ne furono parte integrante anche gli Asburgo dal 1438 con Alberto II, fino al 1806 con Francesco II. Nel 1806 il Sacro Romano Impero si sciolse e Francesco II si proclamò imperatore d’Austria. Nei precedenti articoli ho più volte affermato quanto il mondo e la cultura germanica mi appassionino da sempre. Non per niente mi sono dedicato per quattordici anni con fervoroso impegno allo studio della lingua tedesca, la mia prediletta.

Carlo I d’Asburgo-Lorena-Este – 23 ottobre 1911 – Schwarzau, Austria.
Al ricevimento dopo il matrimonio di Carlo e Zita la didascalia indica l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia Chotek, entrambi poi assassinati nell’attentato di Sarajevo.
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Il fascino solare della gioventù carioca

In memoria di “Petit”, uno dei più celebri surfisti di Rio, campione internazionale e compagno di tante mie favolose nuotate nelle spumeggianti acque d’Ipanema e dell’Arpoador.

Ipanema

Arpoador

La spiaggia e gli scogli dell’Arpoador.
Gli storici attribuiscono l’origine del nome ”Arpoador” (in italiano «arpionatore») al fatto che, nel periodo coloniale portoghese, i pescatori (“arpoadores”) pescavano con gli arpioni le balene che si avvicinavano a questo litorale roccioso.
Tra le tante le spiagge di Rio ho sempre avuto un’attrazione fortissima per l’Arpoador e per Ipanema, anche se lì la mia prima esperienza non fu per niente piacevole. Una forte corrente mi portò rapidamente al largo, ma riuscii a salvarmi perché nuoto benissimo. A quei tempi non parlavo ancora portoghese e gli amici mi prendevano in giro spronandomi a leggere di più: “Ma come, ancora non sai che Ipanema è una parola indigena che significa «acque pericolose »? Lo sapevano persino gli indios!”
Le righe che seguono sono dedicate ad un giovane soprannominato “Petit” che d’Ipanema fu allo stesso tempo storia, anima e leggenda. Un ragazzo di grande intelligenza, di forte personalità, leale, generoso e di gran buon cuore. Purtroppo il destino con lui fu terribilmente crudele e lo segnò in maniera atroce.

Scogli dell’Arpoador – Anni 70’ . Il “Petit” dei primi tempi. È parzialmente visibile sul suo braccio il tatuaggio di un drago. Nell’indimenticabile canzone che fu scritta per lui questo dettaglio è riportato nel testo: “ Menino do Rio, calor que provoca arrepio, dragão tatuado no braço” – Ragazzo di Rio, calore che fa rabbrividire, drago tatuato sul braccio – . La presero molto male i suoi genitori perché in quell’epoca la società “bene” non tollerava i tatuaggi, un marchio infamante in uso solo tra i carcerati. Dovette andare fino a Santos per farselo fare perché a Rio non esistevano tatuatori. Tra i giovani cariocas fu il primo ad esibire fieramente il mitico drago, simbolo di saggezza, fortuna, potenza e prosperità. Sia detto tra parentesi che alla vista degli innumerevoli tatuati d’oggigiorno verrebbe da pensare che i malavitosi sono aumentati esponenzialmente. Per fortuna non è così, si tratta solo di una delle tante degenerate mode di un popolino cerebralmente limitato.

Dal 1980 ad oggi sono trascorsi quasi quarantatré anni. Proprio in quel lontano gennaio ero sbarcato nella torrida estate di Rio de Janeiro, lasciandomi alle spalle il freddo e la nebbia dell’inverno milanese. Amavo passeggiare per Copacabana quasi tutte le sere, quando puntualmente verso le sei udivo provenire dagli innumerevoli bar all’aperto la magnifica colonna sonora della telenovela brasiliana “Agua Viva” , intitolata “Menino do Rio” (Ragazzo di Rio). Confesso che ho sempre detestato le telenovelas, ma ascoltavo volentieri la musica di questa perché era davvero stupenda. Era stata composta da Caetano Veloso, la cantava Baby Consuelo ed era ispirata al diciottenne surfista carioca José Arthur Machado, personaggio di primo piano non solo dello sport, ma anche delle cronache sociali e del jet set di Rio. Caetano Veloso fu suo grande amico e scrisse la canzone espressamente per lui.
Secondogenito indocile e ribelle di una ricchissima famiglia di industriali, lo chiamavano tutti “Petit” (in francese “piccolo”), nonostante il suo metro e ottantatré d’altezza. Sin dalla prima adolescenza visse da protagonista le vicende della dorata gioventù dell’Arpoador e della spiaggia d’Ipanema, uguagliando la fama della sedicenne Helô Pinheiro, “La ragazza d’Ipanema” che a sua volta aveva ispirato la celeberrima canzone di Antônio Carlos Jobim. Per questo motivo le sue innumerevoli ammiratrici lo chiamavano anche “Il ragazzo d’Ipanema”. La sua popolarità aumentò in tutto il Brasile a tal punto che su di lui fu persino girato un film.
Nel 1987, a trent’anni, “Petit” fu vittima di un gravissimo incidente di moto. Uscì dal coma una quarantina di giorni dopo, venne sottoposto a diversi interventi ricostruttivi, ma non riuscì più a recuperarsi, era rimasto paralizzato lungo tutto il lato destro del corpo. L’immagine di quel giovane che dalla vita aveva ricevuto quanto di più bello si potesse sognare era scomparsa per sempre. Vederlo ridotto così fu straziante. In preda allo sconforto e alla profonda depressione, si tolse la vita impiccandosi con la sua cintura nera di ju-jitsu. Rammento che al funerale parteciparono oltre al sottoscritto centinaia di conoscenti e ammiratori.
Il nostro primo incontro era stato una sera a casa mia. Quando mi venne presentato dalla sua ragazza, dimostrò di conoscere il mio passato di schermidore facendomi con estrema educazione i complimenti in inglese, lo parlava davvero bene. Poi, tra un discorso e l’altro, anche perché sapevo della sua fama di anticonformista e della sua indole piuttosto turbolenta, decisi di sondare con discrezione il suo orientamento ideologico, rivolgendogli alcune domande intenzionalmente provocatorie sui militari allora al potere. Mantengo sempre a una certa distanza i simpatizzanti della democrazia, ma nel suo caso conclusi che era allineato. Mi raccontò che una volta aveva accompagnato suo padre per un viaggio d’affari a Milano. L’ufficio guarda caso era in Galleria San Babila di fianco al Donini. Non potevo non chiedergli se aveva provato il Gin rosa…
Come lui ero un habitué della spiaggia e degli scogli dell’Arpoador, un vero paradiso per i surfisti, io invece mi divertivo solo a nuotare e a tuffarmi. Un pomeriggio mi disse sorridendo con la sua disarmante simpatia che era ora di imparare il surf e che mi avrebbe dato volentieri lezione. Ricambiai il sorriso, ma gli risposi che ci avevo già provato e che avevo capito di essere purtroppo negato per questo difficile sport. Ancora oggi, quando mi capita di ammirare il magnifico tramonto di Rio dagli scogli dell’Arpoador, lo rivedo nei miei ricordi slittare sicuro e intrepido sulla cresta delle onde. E ripenso immancabilmente a quelle epiche giornate.

Anni 60’. Giovanissimo in giacca e cravatta, quando l’eleganza era ancora un dovere.

Rio de Janeiro – A teatro con la nonna


Anni 70’. “Petit” in spiaggia ad Ipanema con l’inseparabile Teka.

Il suo inconfondibile stile

Tanti amici e una beata gioventù.

Con la moglie Monica che oggi ha passato da un pezzo la sessantina. Vive a San Francisco.

La figlioletta Victoria. Insieme a Monica fu il suo più grande amore.

Victoria, alcuni anni dopo.

Una sua rara foto in veste più formale. Così lo avrebbero voluto vedere sempre i suoi genitori.

Rio de Janeiro – Laguna Rodrigo de Freitas – La cantante Baby Consuelo negli anni 80′
Segue il video con la canzone “Menino do Rio” cantata da Baby Consuelo. La dedico come promesso ai sessantotto anni di Maurizio Murelli, al mitico “Petit”, agli amici surfisti dei vecchi tempi e anche un po’ a me stesso, in omaggio ai quarantatré anni che ho passato in questa meravigliosa e leggendaria città. Guardando il filmato vi renderete conto che invecchiare è triste ovunque, ma a Rio è assolutamente insopportabile.

Menino do Rio – 1980 (Caetano Veloso) – Baby Consuelo
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Menino do Rio, calor que provoca arrepio
Dragão tatuado no braço
Calção corpo aberto no espaço
Coração de eterno flerte, adoro ver-te
Menino vadio, tensão flutuante do Rio
Eu canto pra Deus proteger-te
O Havaí, seja aqui, o que tu sonhares
Todos os lugares, as ondas dos mares
Pois quando eu te vejo eu desejo o teu desejo
Menino do Rio, calor que provoca arrepio
Toma esta canção como um beijo
Anche il testo è bellissimo, merita una mia traduzione.
Ragazzo di Rio, calore che fa rabbrividire, drago tatuato sul braccio, pantaloncini e corpo rivolti verso lo spazio, cuore di eterno flirt, amo vederti, ragazzo girovago, eccitazione fluttuante di Rio, canto perché Dio ti protegga.
Che le Hawaii siano qui con tutto ciò che sogni, qualsiasi posto al mondo, le onde dei mari, perché quando ti vedo desidero il tuo desiderio, ragazzo di Rio, calore che fa rabbrividire, accetta questa canzone come se fosse un bacio.

Suicidio: l’ingiustificabile ripiego dei fragili.

Uno stato laico dovrebbe lasciare al cittadino la libertà di decidere su questioni sociali e morali controverse come l’aborto e ultimamente il tanto dibattuto suicidio assistito. In linea di massima anch’io sono favorevole per il diritto di autodeterminazione che riconosco al prossimo, ma non posso comunque stimare chi vi fa ricorso, lo considero una inaccettabile dimostrazione di viltà in qualsiasi caso, sia che venga commissionato ad altri, sia che l’individuo stesso lo commetta per conto proprio.
I nostri atti sono il riflesso della nostra essenza e confermano che non siamo tutti uguali. Evola del resto predicava un razzismo spirituale contrapposto al razzismo biologico, affermando che alcuni sono superiori ad altri per causa dei valori spirituali che possiedono. Togliersi la vita significa ricorrere ad un meschino sotterfugio per sfuggire al proprio destino e non è peculiare di chi aspira ad attingere una dimensione più elevata. La scelta di morire anzitempo per mano propria o altrui è una prova irrefutabile di biasimevole debolezza e chi è spiritualmente debole è condannato all’inferiorità.
In filosofia esso è a volte ripudiato, a volte giustificato, a seconda del filosofo.
Platone riteneva che “è delittuoso compiere tale atto prima che la divinità gliene mandi la necessità”. Kant lo considerava la trasgressione di un dovere verso se stesso: “l’uomo è obbligato alla conservazione della propria vita solo per il fatto che è una persona”.
Epicuro al contrario asseriva che “è una sventura vivere nella necessità, ma vivere nella necessità non è affatto necessario”. Seneca dal canto suo lo appoggiava dicendo: “ringraziamo Dio che nessuno può essere trattenuto in vita contro la sua volontà: è possibile calpestare la necessità stessa”.
Bellissima e intrigante la teoria di Fichte: “In confronto con l’uomo virtuoso il suicida è un vile; in confronto con il miserabile che si sottomette alla vergogna e alla schiavitù per prolungare per qualche anno il sentimento meschino della sua esistenza, è un eroe”.
A proposito di disparità umane, tempo fa mi è stata rivolta da un lettore amante della filosofia una provocatoria e arguta domanda che non ho mai scordato: “Mi scusi John, ma lei spiritualmente si considera un superiore o un inferiore?” Non esito ad affermare che nel corso della mia vita ho fatto di tutto per vivere secondo quei valori che nobilitano lo spirito, anche dal punto di vista cristiano. Se ci sono riuscito? Direi proprio di no, certamente però mi orgoglio di averci provato. Mi consola se non altro il fatto che il Superuomo nietzschiano è una entità astratta, ma anche che non lo fosse, sono troppo distante dalla sua imponente levatura per poterlo impersonare.

Il Tempo


Kronos e Kairos