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Milano e San Babila nel Cuore Viaggi e Ricordi

Premessa

Questo sito è stato costruito da me e ne curo tuttora la manutenzione perché sono un grande appassionato di informatica sin dai tempi del mitico PC Intel i486 e il suo ancestrale MS-DOS. Ho scelto la piattaforma di WordPress che considero tra le migliori del mondo. Di proposito il tema di sfondo è il più minimalista possibile per non distogliere l’attenzione dei lettori dal contenuto. A differenza degli articoli che descrivono alcuni dei miei tantissimi viaggi, “Milano e San Babila nel Cuore” vi parla della nostra militanza politica dal 1967 al 1980, come pure della mia gioventù e degli incarichi militari di carattere riservato. Fu quello un periodo magnifico e complesso, di notevoli responsabilità e di cui ora, vista la mia età, posso in parte parlare liberamente. Mi onoro di averlo vissuto con dedicato impegno a fianco del mio più grande, affezionato, insostituibile e fedele amico di sempre.

Pag. 1 —– Introduzione – Foto – Rio, Milano
Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

Forse alcuni di voi hanno già sentito parlare di me, tanti altri certamente no, ma non temete, non intendo annoiarvi con noiose presentazioni o aneddoti di scarso rilievo che non interessano proprio a nessuno, mi atterrò quindi solo ai fatti e alle informazioni più essenziali. Nell’ottobre del 1952 nacqui a Milano da papà italiano e mamma inglese che di comune accordo vollero chiamarmi John, abito a Rio de Janeiro dal 1980, l’anno in cui decisi di lasciare l’Italia e andarmene lontano da chi ormai da troppo tempo mi impediva di seguire liberamente il mio cammino. Per certi versi la mia è stata una vita che nemmeno i familiari più intimi hanno conosciuto davvero a fondo, con un po’ di pazienza e al momento opportuno ne capirete il perché, continuo a viverla intensamente nonostante l’età e questo mi rende alquanto orgoglioso.

Sono sempre stato restio a spartire con estranei qualsiasi stato d’animo o pensamento, una tendenza che riflette il mio egocentrismo, la mia riservatezza e la mia naturale propensione a provare disagio nei confronti di gruppi sociali di cui non conosco appieno i componenti. Si spiega quindi da sé il motivo che mi ha spinto a dedicare questo sito al mio caro fratello e ai pochissimi, fidati amici che mi hanno dimostrato incessantemente il loro incondizionato affetto, che mi hanno accettato per quello che sono, appoggiandomi nei momenti in cui cercavo di staccarmi da una opprimente realtà quotidiana.

Al mitico Liceo Parini ho imparato ad esprimermi con un certo stile e una discreta proprietà di linguaggio, ragione per cui non mi è mai stato arduo mettere su carta ogni mio pensiero. Mi cimentavo spesso e volentieri con i temi assegnati da professori che avrebbero poi fatto storia nel mondo della scuola e dei quali oggi, perlomeno in Italia, si sente tanto la mancanza, non perché i docenti attuali manchino di capacità o di competenza, ma piuttosto per la loro patologica e cocciuta ostinazione nel volere a tutti i costi ignorare quei sacri e nobili valori spirituali che purtroppo giudicano oltrepassati o che comunque ritengono non valga la pena insegnare. Proprio ai tempi del ginnasio risalgono i miei primi approcci con “La Rivolta contro il mondo moderno” di Evola. Seguirono naturalmente tantissime altre letture, ahimè anche Marx, Engels, Lenin e compagnia, d’altronde se vuoi annientare un nemico mortale devi imparare innanzitutto a conoscerlo a fondo, ma fu il grande filosofo della Tradizione che alla fine risultò fondamentale per la mia formazione ideologica.

Da diversi anni ormai giro per il mondo, visitando e conoscendo paesi, città e differenti culture, è facile quindi comprendere il perché delle mie cronache e delle varie fotografie, anche se per questione di spazio e per non risultare troppo monotono qui ne troverete solo alcune fra le tante.

Non ho proprio la minima difficoltà ad ammettere di essere andato fuori tema nelle pagine che seguono alle foto di Milano, l’ho fatto solo in omaggio a voi carissimi e coraggiosi camerati, presenza costante sul fronte di lotta nella nostra agitata e violenta città degli anni ’70. Penso sia stata una divagazione necessaria perché di tutti i miei innumerevoli viaggi all’estero, molti furono conseguenza non solo di una lunga carriera sportiva, ma certamente anche del mio forte e assiduo impegno politico.

Più avanti avrò modo di tornare a parlare della nostra San Babila e delle giornate che ci cambiarono per sempre, qui mi basti dire che il loro ricordo continua a suscitare in me sentimenti tra i più travolgenti e difficili da dominare. Quei giorni in realtà furono solo nostri, ci appartengono intimamente, li abbiamo vissuti insieme, noi contro tutti, con le stesse certezze e con le stesse speranze. Per questo ho reputato doveroso narrarne alcuni episodi tra i più rilevanti, se non altro per rendere loro omaggio o magari solo per tutelarne la memoria.

Ho dunque accolto la vostra richiesta di pubblicare, oltre a queste mie lontane rimembranze, anche alcune foto di gioventù e parte dello scritto con cui ho voluto commemorare l’anniversario del ’68 e della nostra storia, a mezzo secolo dal suo inizio. Esso è apparso su altri siti, molto più pertinenti all’argomento trattato, ma lo riporto ugualmente qui con piacere.

Gli anni di una lunga e burrascosa militanza politica hanno stravolto radicalmente il corso della nostra esistenza, tanto da spingere alcuni di noi all’esodo e alla ricerca di nuovi lidi, spesso davvero lontani. Abbiamo lottato strenuamente, sofferto, gioito e sperato, fedeli al nostro Ideale e uniti più che mai dai vincoli inscindibili di una profonda amicizia.

Miei carissimi camerati, se potessi sfidare il tempo e tornare ai giorni che furono, rivivrei senza esitare, per filo e per segno, ogni ora e ogni minuto trascorso insieme: uno per tutti, tutti per uno! Solo voi mi avete capito e stimato. Solo voi mi avete voluto bene sul serio, risparmiandomi falsi sorrisi e la velata ipocrisia degli elogi esagerati o non sinceri. Con voi solamente sono riuscito a vivere la mia vita così come la sognavo, infine padrone di me stesso, libero finalmente di decidere di me, del mio presente e del mio avvenire. Ve ne sono tanto grato.

Che dire allora del nostro passato? Non pretendiamo ovviamente di essere ricordati, capiti o giustificati, né proprio ci interessa esserlo. Ricordi pure chi vorrà ricordare, capisca chi vorrà capire. Fu così che scegliemmo di vivere la nostra dorata giovinezza, sovente ribelle, nondimeno epica e bellissima, ne siamo fieri e non potremo mai rinnegarla.

Prima di concludere, vorrei rivolgere un ringraziamento molto speciale alla città di Roma che tanto mi ha dato, sia per gli indimenticabili amici che a Roma ho conosciuto, sia per i suoi immensi valori storici e culturali che così significativamente hanno temprato la mia mente ed il mio spirito. Grazie Roma, grazie da parte di un milanese che ti avrà in eterno nel cuore. 

Non mi resta dunque altro da aggiungere, se non lasciare alle immagini e alle parole che seguono il compito di raccontare un po’ di me e un po’ di noi, sempre in giro per le impervie strade di questo nostro grande … piccolo mondo.

John

Innamorati a Milano
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“Ricordi di freddi inverni e primavere lungamente attese. Nostalgia di Milano, incredibile e impossibile, sempre cara e mia, per sempre città del mio cuore”

Samba do Avião
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“Pôr do sol em Copacabana. Verão que nunca acaba. Doce lembrança da minha chegada no Rio, cidade de sol, de céu e de mar, cidade da eterna juventude.”

 ALLA NOSTRA AMATA PATRIA ITALIA.

ALL’ITALIA CHE VORREMMO, MA CHE NON È.

Inno di Mameli
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Le nostre forze armate rappresentano ciò che ancora rimane di un’Italia d’altri tempi, quando l’ordine non lasciava spazio all’anarchia e i valori della Tradizione cercavano di imporsi al materialismo, al malcostume e al populismo più aberrante.

Vorrei citare a questo proposito una frase del grande Indro Montanelli, tratta dal suo libro “Storia di Roma”.
È bene meditarci sopra.

“Forse uno dei guai dell’Italia è di avere per capitale una città sproporzionata, come nome e passato, alla modestia di un popolo che quando grida «Forza Roma!», allude soltanto a una squadra di calcio.”

Chissà che un giorno, la nostra Patria non rinverdisca il suo passato e torni a far parte di un mondo più pulito e spiritualmente più elevato.

Io, con una maglietta dell’esercito brasiliano. Ma quella a cui tenevo di più me l’aveva regalata il carissimo amico e camerata Gianni Nardi, agli indimenticabili tempi della sua gloriosa “Folgore”. Purtroppo si è consumata nel tempo.

In giro per il mondo

No, non sono in tram! Svizzera – Funivia Rigi

Brasile, Foz do Iguaçu. Le celeberrime cascate.

L’ entrata del leggendario Maracanã

Sono forse in pochi a sapere che il suo nome ufficiale è “Estádio Mario Filho”. Mario Filho fu un famoso giornalista degli anni ’50 che si impegnò con i suoi articoli per convincere le autorità cittadine che era necessario costruire un nuovo impianto sportivo, degno del campionato del mondo che si sarebbe tenuto appunto a Rio, nel 1950. Quando fu inaugurato, aveva una capienza di 200.000 spettatori ed era il più grande del pianeta. Qual è dunque il significato di Maracanã? Si tratta di un piccolo pappagallo (Primolius maracana) di colore verde-oro, molto comune nei cieli di Rio de Janeiro che a differenza dei suoi simili di dimensioni maggiori ha un’autonomia di volo molto superiore. Ma la sua caratteristica principale è il verso altissimo e stridulo che segnala a tutti la sua presenza, specialmente quando vola in stormo. Ve ne erano moltissimi nella zona dove fu costruito lo stadio e per questo motivo la gente cominciò a chiamarlo così.

Rio, Rio, per sempre Rio.

La foto è stata scattata in luglio, in pieno inverno. A Rio, d’estate, 31° sono una bazzecola.

Le tre piazze più famose di Milano. La terza, San Babila, per tutti noi certamente molto significativa.

 

 

 

Rio de Janeiro, la città dove vivo. Spiaggia d’Ipanema

 

Milano occupa il posto d’onore nel mio cuore. Mi Sembra dunque giusto e doveroso cominciare con la mia città.

Milano, una delle recenti visite.

Di Milano potrei parlare e scrivere all’infinito. L’amore per la mia città, la città dove sono nato e dove sono diventato adulto è incommensurabile. Ne conosco gli angoli più reconditi, amo con pari intensità il suo fascino eclettico come pure la sua razionalità nell’interpretazione estetica dell’urbano, amo il suo clima impossibile e tutto ciò che solo a un milanese è concesso amare e comprendere. Ho limitato quindi le seguenti fotografie al minimo indispensabile, perché Milano, in fin dei conti, ce l’ho tutta nel cuore e nei miei ricordi.

Foro Buonaparte

Castello Sforzesco

Via Dante

Via Dante

Piazza del Duomo. Agosto a Milano ti fa odiare l’estate.

Parco Sempione. Qui a cinque anni mio padre mi insegnò ad andare in bicicletta senza le rotelle, oggi però le biciclette non le posso più vedere. L’ebbrezza della velocità di una bella moto non ha eguali.

Galleria Vittorio Emanuele II

Camminando oggi per le strade della mia Milano ritrovo le mie radici. Qui ho passato i momenti più memorabili e significativi della mia vita.

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Pag. 1 —– Introduzione – Foto – Rio, Milano
Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

“DENIQUE SICUT PROMISERAT”

Sin dai tempi della mia gioventù, ho sempre considerato la Repubblica Sociale Italiana l’espressione più eroica e più veritiera della Rivoluzione fascista. Il Movimento Sociale che nel dopoguerra avrebbe dovuto raccoglierne l’idealità, purtroppo fallì in tale intento.

“John John”

(In San Babila venivo chiamato così dai miei camerati)

1944 – Il Battaglione “Lupo”

“Ho combattuto alcune guerre, ho ubbidito e a volte ho ordinato a uomini in uniforme di seguirmi; ho il ricordo di molti e molti reparti, ma un ricordo sovrasta tutti gli altri, quello del mio battaglione Lupo”.

Tenente di vascello Dante Renato Strippoli.

Inno Xª Flottiglia MAS
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Il “Lupo” si forma nel gennaio-aprile 1944 a La Spezia.
Il nome ricorda le gesta della torpediniera “Lupo”.
Ne è comandante il capitano di corvetta Corrado De Martino, ufficiale di sommergibili.
È la seconda unità di fanteria di marina schierata sul fronte italiano (dopo il Barbarigo, battutosi per la difesa di Roma e di Nettuno). Un battaglione d’assalto, agile, autonomo, motorizzato.

Formato da volontari, conta nelle sue file giovani, ma anche reduci di tutte le campagne.
Era intenzione che il Lupo portasse il cambio al Barbarigo sul fronte di Nettuno. Ma non fu così.
Uno degli ultimi giorni dell’ottobre 1944, mentre la divisione “Xª” stava lasciando il Piemonte per andare a combattere contro il IX Korpus jugoslavo in Venezia Giulia, fu chiesto al comandante Borghese uno dei battaglioni di Fanteria di Marina “Xª” per schierarlo sul fronte sud. Borghese designò il battaglione Lupo.

Giovanissime mascotte della Xª MAS. Foto ufficiale prima della partenza del battaglione verso il fronte di Anzio-Nettuno, nel 1944.

Alessandro Pavolini e Vincenzo Costa passano in rassegna i militi della Brigata nera “Aldo Resega”, estate 1944.

8 settembre 1943. Repubblica Sociale Italiana – Onore agli italiani che non hanno tradito. La vera Storia non li dimentica.

I giorni della nostra San Babila, spesso dannatamente difficili, ma comunque memorabili.

Quando Almirante decise di allearsi con i monarchici, responsabili del vergognoso tradimento dell’8 settembre 1943, molti di noi abbandonarono il Movimento Sociale.

Cominciava così la nostra storia.

Carl Orff – Carmina Burana
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Durata 3 minuti

O Fortuna,
Velut luna,
Statu variabilis,
Semper crescis,
Aut decrescis,
Vita detestabilis …

Carl Orff – Carmina Burana (Frankfurt am Main 1937)

È uno dei capolavori della letteratura medievale tedesca. Musicati nella seconda metà degli anni Trenta da Carl Orff, i Carmina Burana sono una composizione basata su ventiquattro poemi ritrovati nei testi poetici medievali contenuti in un manoscritto del XIII secolo, il Codex Latinus Monacensis o Codex Buranus, proveniente dal convento di Benediktbeuern (Baviera). Il titolo completo è “Carmina Burana: cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis”. La prima rappresentazione avvenne nel 1937 a Francoforte e il successo fu tale che Orff scrisse ai suoi editori: “Tutto ciò che ho scritto finora, e che è stato pubblicato, può essere distrutto. I miei lavori iniziano con i Carmina Burana”.

La nostra piazza. Per sempre nostra!

ALTA NEL CIELO CONTRO DECADENZA, VILTÀ E ROVINA RISPLENDE OTHALA, RUNA DEL VALOR.

Il canto di Othala

Il Canto di Othala
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San Babila anni ’70, ricordi indimenticabili di una cruenta e turbolenta militanza politica.

Fu questa l’altra mia vita che solo i camerati di quei tempi epici conobbero veramente da vicino.

Tutti gli altri ne seppero molto poco, o nulla.

Milano, corso Vittorio Emanuele fine anni ’60. Primi tempi.

Milano, corso Matteotti. Come se fosse ieri.

Milano, via Manzoni. Irriducibili.

Un omaggio ai camerati romani, spesso presenti anche in San Babila. Insieme, sempre!

Quel giovedì che non scorderemo mai.

Milano, 12 aprile 1973. Al centro, Francesco Petronio, Franco Servello, Massimo Anderson, Ciccio Franco, Pietro de Andreis e Nestore Crocesi.

La Croce Celtica

Il significato tradizionale attribuito a questo simbolo è quello solare. Ad esso si unisce anche un significato di collegamento tra mondo terreno e mondo celeste. L’asse orizzontale del simbolo rappresenta la dimensione terrena, mentre quello verticale la dimensione celeste. Le testimonianze di alcuni studiosi riportano che la prima croce celtica, chiamata anche croce del Sole o Druidica, sia stata rinvenuta all’interno di una grotta dei Pirenei francesi e risalirebbe al 10.000 a.C.

Giovane Italia, sogni e speranze.

Othala

Le Rune sono strettamente collegate alla storia e alla tradizione culturale, spirituale e religiosa dei Celti, di molti popoli del Nord e naturalmente anche dei Germani. Secondo la cultura nordica contengono il segreto stesso dell’esistenza. Ciascuna di esse rappresenta una delle fondamentali essenze della vita e del mondo. Sono i simboli della più antica scrittura delle tribù germaniche. A partire dal territorio da loro dominato, si diffusero anche in tutta l’area scandinava, in particolare ebbero molto risalto in Svezia in cui rimasero in uso fino al tardo medioevo. Ritrovamenti storici fanno riflettere poi su probabili origini nel Nord Italia, dove alfabeti celtici presentano caratteri simili al runico. Ne è un esempio la celebre “Stele di Prestino” (Como).

La parola “Runa” significa mistero, segreto. Purtroppo, a causa delle decadenti superstizioni del nostro tempo, le Rune sono diventate accessibili a tutti, un articolo da mercatino dell’usato, o da esoterista improvvisato. Ma non siamo tutti uguali, non tutti sono in grado di comprenderle a fondo, di interpretarne l’essenza spirituale, è una questione di attitudini, di sangue, di aristocrazia, di appartenenza.

Il ventitreesimo segno di scrittura dell’antico alfabeto runico è Othala o anche Opilaz, Othila oppure Odal, Odil o Ethel. Il significato letterale di Othala si può far risalire alla parola tedesca “Adel” e a quella olandese “Edel” che significano entrambe nobile.


Othala ci permette di entrare in contatto con le nostre radici e con l’eredità genetica, spirituale e materiale che ci hanno lasciato, generazione dopo generazione, i nostri antenati. Simbolizza l’integrità spirituale e i diritti umani dell’individuo, mentre nella sfera della magia rappresenta una difesa contro l’insinuarsi arbitrario di leggi umane che tendono a soppiantare le leggi dello Spirito.

Hazet 36. Tristi ricordi …

Sperlonga. Campo Scuola MSI, il terzo da destra in piedi è Francesco Ciavatta, assassinato insieme a Franco Bigonzetti a Roma, nel vile agguato di Acca Larenzia.

Campo Hobbit

Milano, bar Quattro Mori. I cinesi del Movimento Studentesco distruggono uno dei nostri bar più famosi.

Non sono mai stato d’accordo su questa scritta. I “Boia chi molla” avrebbero dovuto approfondire meglio il loro concetto della Morte e interpretarlo in ottica più eroica, secondo il tradizionalismo evoliano.

La morte è bella, soprattutto quando si lotta!

La morte è bella sui campi di battaglia!

Alla morte noi ridiamo in faccia!

Chi teme la morte non è degno di vivere!

 

Roma. Avanguardia, la “mejo gioventù”.

Non ho voluto di proposito dilungarmi sulla storia delle varie correnti di pensiero (Evola, Heidegger, Celine, Guenon, Nietzsche e molti altri) che hanno fortemente ispirato la “forma mentis” con cui interpretavamo l’essenza della Destra elitaria. Per molti di noi la filosofia è stata sin dai tempi dell’adolescenza uno degli studi preferiti, ma qui non avrei trovato sufficiente spazio per trattare di un tema così vasto. Quanto segue è una mia molto elementare e concisa introduzione a Julius Evola. In quei tempi lontani, cercavamo di diffondere tra i camerati un fondamento ideologico che giustificasse il perché della nostra scelta politica. Durante le tante riunioni, anch’io ho dato a tal riguardo il mio piccolo contributo.

Giulio Cesare Andrea Evola, meglio conosciuto come Julius Evola (Roma, 19 maggio 1898 – Roma, 11 giugno 1974), è stato un filosofo, pittore, poeta, scrittore, occultista ed esoterista italiano. I suoi molteplici interessi comprendevano l’arte, la filosofia, la storia, la politica, l’esoterismo, la religione, il costume e gli studi sulla razza.

Non crediamo nell’uguaglianza degli uomini perché solo alcuni possiedono le qualità intellettuali, morali e spirituali che li rendono superiori, in quanto altri sono condannati irrimediabilmente alla mediocrità dalla loro labile indole o scarsa intelligenza.

La democrazia non è che un’utopia, un sistema irrealizzabile, pari al suo parlamento che non rappresenta la volontà del popolo, ma quella di un gruppo di individui che governa mediante l’uso del compromesso e dell’opportunistico “do ut des”, mentre un potere legislativo composto da tecnici indipendenti controllati dallo stato garantirebbe con maggiore obbiettività e tempestività la promulgazione di leggi efficaci, non nell’interesse dei partiti, ma in quello della nazione.

Quella auspicata da Evola è una forma gerarchica politico-sociale derivata da una concezione tradizionale che muove “dall’alto verso il basso”, dal superiore all’inferiore, una realtà che si sviluppa secondo il riflesso storico e politico di valori e idealità metastoriche e metapolitiche, secondo una visione dell’individuo e di uno Stato che sia essenzialmente fondata sull’essere e non sull’avere e plasmata da un fondamento spirituale-aristocratico. Tale Stato dovrà sempre garantire a tutti, indistintamente, il diritto alla dignità, all’istruzione, al lavoro e alla salute. La sua guida spetterà però a coloro che il processo naturale della vita ha selezionato per questo compito, in base appunto alle suddette virtù e caratteristiche.

La tematica di Evola inerente ai valori spirituali della Tradizione è molto complessa. Riporto un paio di sue citazioni sulla “migliore gioventù” (quella non contaminata dal materialismo e i suoi veleni): 

“La giovinezza, la nostra giovinezza, si dichiara per una visione spirituale, eroica ed agonistica della vita. Essa rigetta ogni specie di materialismo, di mito economico o socialistico, in tutti i domini.” (Evola, “Carta della gioventù”)

“… Una certa capacità di entusiasmo e di slancio, di dedizione incondizionata, di un distacco dall’esistenza borghese e dagli interessi materiali ed egoistici, un gusto per l’autodisciplina in forme libere staccate da ogni istanza sociale, una serie di valori che si propongono come basi per assicurare ad un essere una vera forma ed una saldezza, il coraggio, la lealtà, la non tortuosità, la ripugnanza per la menzogna, l’incapacità di tradire, la superiorità ad ogni meschino egoismo e ad ogni basso interesse, possono essere annoverati fra quei valori che in un certo modo, sovrastano sia il «bene» che il «male» e vertono su un piano non «morale» ma ontologico, appunto perché danno un «essere» e lo rafforzano, di contro alla condizione presentata da una natura labile, sfuggente, amorfa.” (Evola, “La gioventù”)

Segue l’unico video esistente dell’intervista in francese con sottotitoli in italiano, effettuata da Dominique de Roux a Julius Evola, a Roma nel 1971, tre anni prima della sua morte. Ne pubblico uno stralcio della durata di nove minuti. La qualità del video purtroppo è a tratti deteriorata e la traduzione italiana non sempre accurata.

Il filosofo risponde a due domande, la prima sui suoi rapporti con il nazionalsocialismo e il fascismo, la seconda sulla sua interpretazione della “dottrina della razza”.

Prestate molta attenzione al minuto 03:26. La traduzione italiana è completamente sbagliata e va corretta come segue:

“… In relazione alle SS, il discorso è leggermente diverso, poiché d’abitudine, delle SS hanno raccontato solo gli aspetti più tragici, come i campi di concentramento, la Gestapo …”.

Non sono d’accordo con lui sulla critica all’«aspetto dittatoriale dello Stato» al minuto 01:42, mi pare contrasti con quanto affermato al minuto 01:11, quando espone la sua concezione di «Autorità dello Stato». A tale riguardo mi trovo decisamente più in linea con il pensiero di Heidegger. Rimane incontestabile il fatto che di Evola nel dopoguerra si sia parlato pochissimo, se non per affermarne l’appartenenza alla schiera dei filosofi emarginati e proscritti della cultura di destra. Sarebbe quindi il caso di meditare su come anche in fatiscenti democrazie il popolo venga educato a pensare conformemente a determinati schemi che ad esse convengono. Oggi forse le cose sono un po’ cambiate e dei filosofi tradizionalisti si parla con maggiore obbiettività e frequenza, pennivendoli e scribacchini sinistroidi a parte.

C’è però da augurarsi che la Destra attuale rompa una volta per tutte con gli obsoleti orpelli del suo passato, purtroppo molti dei nostri giovani questo non lo vogliono ancora accettare. Politicamente mi sento vicino alla Russia di Putin e ancora di più alla Cina. È straordinario come essa sia riuscita a trasformarsi e a diventare la nuova potenza egemone mondiale, resuscitando in un certo senso quel vetusto “rossobrunismo” altrimenti destinato a gravitare irrilevante nell’anonimo limbo della sterile teoria. Tra i filosofi contemporanei credo sia doveroso citare Alain de Benoist, Alexander Dugin, Michel Onfray, Alain Finkielkraut, Regis Debray ed Eric Zemmour.

Ad Evola va riconosciuto il merito di aver lasciato un segno indelebile nella storia della filosofia.

Video – Intervista a Julius Evola con sottotitoli in italiano – durata 9 minuti circa

Intervista Julius Evola
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 Cinquant’anni di una nostra storia che non è mai finita.

1968 – 2018

“Paratus, Fidelis, Semper Simul”

Dal 1967 e per oltre un decennio, a Milano lottammo con tutte le nostre forze e poche risorse contro i marxisti, giovani della nostra età in numero però molto superiore e impegnati su un fronte ideologicamente opposto. Nonostante i durissimi scontri ed il sangue versato da ambedue le parti, mi sento di dire senza timore di essere smentito che noi della destra extraparlamentare evoliana rispettavamo i nostri avversari. Erano soldati che con spirito risoluto lottavano come noi per una ideologia che ritenevano giusta, anche se per loro la lotta era tutt’altro che cavalleresca. Si deve convenire che la linea che ci separava era molto tenue. Come loro, anche noi credevamo ad uno Stato totalitario, ci distingueva ovviamente la differente interpretazione della sua struttura.

Si dice che i marxisti non possiedano valori spirituali perché sono privi di un’anima-spirito, costretti dunque a vivere segregati nel limbo del loro misero credo materialista, ateo, piatto, pseudo-egualitario, amorfo e inespressivo.

Ecco quindi l’avvento liberatorio di una possente entità rigeneratrice, l’Individuo Assoluto secondo Evola, o l’«Übermensch», l’oltre-uomo o superuomo, secondo il nichilismo attivo di Nietzsche, che si erge al disopra di un mondo inferiore e imbelle e lo redime con la forza dei suoi valori e della sua volontà. Egli è visto come il grado più alto dell’evoluzione, ed esercita il diritto dettatogli dalla superiorità morale e spirituale sugli altri. Questo diritto gli si presenta anche come il dovere di contrapporsi all’ipocrisia della massa e va contro la stessa tradizionale etica del dovere. Il superuomo contrappone al kantiano “Tu devi!”, il nietzschiano “Io voglio!”. Attenzione però: nel superuomo non viene identificato un capo carismatico reale, ma l’annunciatore di una nuova figura umana astratta, consapevole secondo Zarathustra, di essere solo un ponte verso una sua più completa e “umana” affermazione, avvalendosi di un supplemento di coscienza e di spirito per adempiere al soddisfacimento della propria esistenza.

Seguendo gli insegnamenti della dottrina tradizionalista evoliana, capii che alcuni sono davvero superiori agli altri, non biologicamente per via della razza a cui appartengono (come sostenuto dalle folli leggi razziali e antisemite che contribuirono alla caduta ideologica del movimento nazionalsocialista), ma spiritualmente, per i valori spirituali e le doti morali che possiedono. Come tutti i popoli del mondo, anche gli ebrei hanno le loro colpe. Ma sostenere la loro inferiorità è a dir poco ridicolo, visto che parliamo di una gente guerriera, coesa e determinata, dalla storia millenaria e che ha dato a questo mondo alcuni dei più grandi geni, in ogni campo dello scibile umano. Davvero inconcepibile.

Mi convinsi che siamo ben lungi dall’essere tutti uguali, che la tanto decantata Rivoluzione francese, con le sue impossibili teorie di una società fondata su uguaglianza, libertà e fraternità, sia stata un colossale fallimento storico, un’insensata utopia da manuali scolastici, avendo essa provocato l’ascesa di una borghesia corrotta, perversa ed inetta, espressione dei congeniti vizi di gran parte del genere umano. Compresi quanto sia rilevante la differenza tra chi conosce il vero significato di Onore, Eroismo, Fedeltà e chi invece sceglie di vivere una vita da misero codardo. Ero ancora un ragazzino, quando lessi per la prima volta il discorso del leggendario Comandante della Xª MAS, pronunciato dopo l’otto settembre del 1943.

Le parole del Comandante

«Anch’io, in quei giorni del settembre 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi, quella scelta segna nella mia vita il punto culminante del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire, ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa e il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo».

Junio Valerio Borghese

 

Franco Grechi, il piccolo soldato della leggendaria Xª.

Aveva solo dodici anni nel 1944, quando si presentò alla caserma San Bartolomeo a La Spezia per cominciare a vivere l’esperienza della guerra, “dalla parte sbagliata”. Questo il suo racconto: “Il capitano che presiedeva all’ufficio arruolamenti si arrabbiò, intimandomi di tornare a casa ed io, mentendo, gli dissi che non avevo più né casa né genitori. L’ufficiale, presa per buona la bugia, si consultò con gli altri graduati; infine fu deciso di “adottarmi” (non potevano mica cacciar via un povero orfano), mi si trovò una divisa e venni assegnato al battaglione Barbarigo, in procinto di partire per il fronte di Nettuno, da dove tanti non sarebbero tornati”.

A tutti i soldati che sono morti in guerra va sempre reso l’onore delle armi. Onore agli italiani che non si sono piegati alla vergogna e al tradimento e che hanno combattuto fino alla fine una battaglia che sapevano ormai persa. La vera Storia non li dimentica.

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Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

E tutto cominciò così.

Piazza San Babila all’inizio degli anni ’30. Corso Monforte e il mitico “Donini”.

1967, Milano. La storica sede della Giovane Italia in Corso Monforte. Qui nacque il nostro gruppo, qui riaffiorano i ricordi dei miei sedici anni. Nel 1970 il Movimento Sociale decise di chiuderla, dando così inizio alla storia di San Babila. Fu proprio davanti all’entrata di questa sede che ebbi la memorabile ventura di conoscere Gianni Nardi, già a quei tempi una vera e propria leggenda.

Di sei anni più vecchio di me, si faceva vedere in piazza solo saltuariamente. La sua famiglia viveva ad Ascoli, ma lui passava gran parte dell’anno a Milano ed era uno dei giovani più facoltosi della città. Per questo motivo frequentava una cerchia di amici molto ristretta, fidandosi esclusivamente dei pochi intimi che conosceva a fondo.

Un carattere introverso e riservato. Non dava molta confidenza.

Intelligentissimo, colto, alto, un fisico assolutamente perfetto, non a caso lo presero subito alla “Folgore”. Pochi conoscevano le armi come lui. Scherzando, gli chiedevo spesso se fosse stato lui ad ispirarsi a Nietzsche, o viceversa.

Dal primo momento mi sentii attratto dalla sua ineguagliabile classe, dal suo modo di fare e di pensare, forse perché in lui vedevo anche un po’ di me stesso. Certamente lo rispettavo e lo stimavo come pochi.

Quando decideva finalmente di aprirsi, dimostrava pure uno spiccato senso dell’umorismo.

Gianni Nardi. Vederlo sorridere era cosa rara…

Ricordo quel nostro primo e singolare incontro. Dopo avermi squadrato con fare alquanto altezzoso e sprezzante dalla testa alla punta dei piedi, si incuriosì per via del mio nome inglese. Poi, un po’ tra il serio, ma molto più sul faceto, mi domandò se per caso fossi imparentato con la famiglia Kennedy, alludendo all’appellativo “John John” con cui veniva chiamato dai genitori il famoso presidente americano.

– Oh yes John John! – esclamò fissandomi dritto negli occhi, non senza una punta di sottile ironia e un sorriso piuttosto forzato. Tutti i presenti lo udirono, si misero a ridere e da quel giorno il nomignolo non mi abbandonò più. Devo dire che di Gianni mi piacquero subito la forte personalità, l’atteggiamento distaccato e la freddezza, con lui mi sentivo ancora più risoluto e concordavo in toto sui suoi celebri dogmi, in particolare sull’importanza di un predominio assoluto della mente sulle emozioni. Di sicuro accanto a lui cominciai anche a ragionare in modo più realistico, più pragmatico e più rigoroso.

Non posso tuttavia affermare che il nostro rapporto fu sin dall’inizio tra i più cordiali. La sua petulante postura, diffidente e canzonatoria, mi irritava, mi esasperava e mi amareggiava profondamente. La tolleravo comunque sempre di buon grado non lasciandomi mai intimidire, facendo di tutto per indurlo ad accorgersi di me e a concedermi finalmente la sua tanto agognata stima. In fondo si trattava solo di una questione di tempo, ben presto si sarebbe reso conto di non avere a che fare con un ragazzino qualunque. E così infatti avvenne. Mi orgoglio di averlo convinto.

1967, Milano. Ancora un’immagine del balcone della Giovane Italia in Corso Monforte 13. Qualcuno purtroppo si dimenticò di mettere l’accento grave su “passerà”. Le nostre riunioni servivano anche a promuovere il corretto uso della lingua italiana, ma evidentemente non tutti vi partecipavano. Fu Aldo Zeni, il responsabile della sede, che accettò la mia iscrizione.

1970, Milano, corso Monforte. Difendendo la vecchia sede della Giovane Italia da un attacco dei compagni, poco prima della sua chiusura. Pochi, ma buoni!

Carissimi camerati della San Babila dei tempi andati,

abbiamo trascorso insieme anni indimenticabili che ancora oggi ricordiamo con tanta nostalgia. Tutto cominciò nella mitica sede di Corso Monforte. Da lì alla nostra piazza poi il passo fu breve.

Alcuni di voi mi hanno insistentemente richiesto di commemorare l’anniversario del nostro decennale impegno politico e del movimento che cambiò il mondo. Il 1968 ne segnò l’inizio e certamente coinvolse anche noi.

Purtroppo la destra borghese o parlamentare, come dir si voglia, voltò le spalle ai suoi giovani permettendo così ai seguaci di Mao e di Lenin di strumentalizzare il ’68 e le sue giuste rivendicazioni, con l’obbiettivo di instaurare in Italia la dittatura sovietica del proletariato. Quella destra tradì l’ideale a cui si era ispirata nel dopoguerra e per questo noi rifiutammo sempre di farne parte.

Eccovi dunque accontentati. Le righe che seguono raccontano non solo di noi camerati e della nostra militanza, ma anche un po’ di me e della mia vita, una storia che pochi hanno davvero conosciuto. Le dedico interamente a voi, sempre nei miei ricordi, ieri come oggi.

“John John”

La nostalgia di un soprannome che mi riporta a Gianni e ai bellissimi giorni trascorsi insieme.

I viaggi all’estero cominciarono per me dalla mia Milano ai tempi di una infanzia molto felice, quando spesso visitavamo i nonni materni a Londra. Lo sport che praticavo mi portò poi in tanti altri paesi in giro per il mondo.

Vissi con molta dedizione una lunga ed intensa attività di atleta, anche se essa a livello agonistico non fu una mia libera scelta, direi piuttosto un obbligo che a tutt’oggi non ho mai accettato. I contrasti familiari che ne risultarono furono a volte molto aspri, tanto da poter affermare che di tutta la mia gioventù quello fu certamente il periodo più travagliato.

Alla fine degli anni ’60, come molti ragazzi di quella nostra ideologicamente impegnata generazione, fui attratto anch’io dalla politica che mi entusiasmò e mi coinvolse veementemente sin dalla primissima adolescenza. Con autentica passione, anima e corpo, a sedici anni divenni un fervido militante.

In una Milano sempre più infestata dai marxisti formammo così un temerario gruppo di giovani, unito da fortissimi vincoli di solidale amicizia e fraternità e vivemmo una lunga, epica, coraggiosa battaglia che fu in assoluto unicamente e soltanto nostra. La gente comune e i media la percepirono solo in maniera settaria, non la compresero, non ne giustificarono mai i propositi, e anzi la osteggiarono sempre con caparbia determinazione, ignorando volutamente le innumerevoli aggressioni che tutti noi subimmo e di cui ancora oggi, me compreso, portiamo i segni.

Una serie di fattori, tra cui anche la carriera sportiva, mi impedì di dedicarmi alla militanza e alle lotte sociali a tempo pieno, di seguirne la strada fino alla fine come effettivamente avrei voluto. Fu un sogno che non si avverò.

Cominciai così a vivere due vite nettamente separate, quella verso cui ero stato sospinto mio malgrado e l’altra, quella che più ho sentito mia e che ho condiviso con coloro che mi capivano, mi apprezzavano, mi rispettavano e che ho veramente amato. 

Di quel nostro ardimentoso e mitico gruppo ricordo gli amici più affezionati. Con altri ho perso contatto, molti non vivono più. Li ho comunque tutti sempre nel cuore.

Milano, San Babila e alcuni dei suoi giovani. Una splendida gioventù.

Sandro V. e Alberto S. – Incancellabili ricordi.

Una generazione indimenticabile e senza eguali

Marco A. La gioventù senza paura.

Daniele T. – Una dedicata militanza per l’Ideale. Di spalle Giorgio R. Purtroppo è l’unica foto che ho di lui.

Giancarlo F. – Uno dei miti romani di San Babila.

Francesco (Franz) d. M. – Frequentò come me le elementari alla tradizionalissima scuola Fratelli Ruffini di Milano, anche se non nella stessa classe. Anni dopo ci ritrovammo in “Sanba”.

Roberto R. – Tra i camerati del nostro indimenticabile gruppo era il più ribelle e scapestrato, anche ideologicamente, qui fa il saluto con la sinistra. Simpatico, molto intelligente, leggeva Rosenberg, Pierre Drieu La Rochelle e Brasillach, ma non gli piaceva Evola. Pazienza, gli volevamo bene lo stesso.

Alessandro C. – Altruista, sempre sorridente, sincero e leale. Un amico su cui contare.

Parentesi romana.

Roma, Ponte Flaminio. Avrebbe dovuto chiamarsi “XXVIII Ottobre”, in memoria della Marcia su Roma. I lavori di costruzione iniziarono nel 1938, ma furono sospesi alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Proseguirono poi dal 1948 al 1951. Si trova nei quartieri Parioli e Tor di Quinto, zona Vigna Clara, non lontano dalla nostra mitica piazza Euclide.

 Roma, Ponte Flaminio. Ogni volta che ci passo, il pensiero corre veloce verso i tempi in cui il coraggio, la fedeltà e l’onore erano valori che oggi i più hanno dimenticato o non conoscono.

Roma, Parioli. Piazza Euclide oggi. Quando mi trovavo nella capitale, cercavo sempre di farci una scappata. Tanti ricordi, aveva un fascino tutto suo.

Roma, piazza Euclide. Il leggendario bar “Euclide”, una vera e propria roccaforte della destra romana.

Riporto il divertentissimo racconto di un celebre giovane dei Parioli dal fisico atletico e imponente, oggi ultrasessantenne e del quale non voglio rivelare il nome, che in un lontano pomeriggio degli anni ’70 si trovava appunto in quel bar molto affollato e fu protagonista di una indimenticabile e tragicomica disavventura.

“Credo fosse un giovedì, devo dire molto disgraziato, quando d’improvviso, davanti al bancone del bar, venni spintonato e redarguito in spagnolo da un tipo dall’aspetto latino. Mi andò subito il sangue alla testa, e dopo aver valutato che a occhio e croce non era alto più di un metro e ottantacinque, quindi dal mio punto di vista piuttosto “piccolo”, la reazione fu immediata. Partii sparato nella foga dei miei diciannove anni e gli piazzai una ginocchiata alle parti basse. Per tutta risposta ricevetti un cazzottone alla bocca dello stomaco e una “sgargamella” (in romanesco: ceffone – ndr) in pieno viso. Risposi alla bene e meglio, tirando botte anche agli energumeni che lo accompagnavano e che credevo volessero picchiarmi, mentre invece cercavano solo di difendermi da quella possente furia scatenata che avevo messo in moto. Erano gli “sparring partners” di Carlos Monzon, sì, si trattava proprio del campione del mondo di pugilato, a Roma per girare un film western… Fu una zuffa memorabile! Alla fine però, una volta calmata quella inesorabile macchina da guerra, oltre agli svariati lividi, mi guadagnai anche il definitivo rispetto di tutti i camerati”.

Sono italiano, di una Italia che ormai non c’è più. Continuiamo a volerla bella, grande e rispettata. Ci accomuna la pazienza e la determinazione nel “Cavalcare la Tigre” dei tempi odierni, la certezza di un nuovo Risorgimento.

Milano, controversa e pragmatica, incredibile ed impossibile, bella agli occhi di chi la ama e un tempo elegantissima, purtroppo oggi sono in pochi ad esserlo ancora.

Rio de Janeiro, perla dorata, eterna estate di un meraviglioso, immenso e incomparabile Brasile. Tra queste due città ho diviso  il mio cuore e la mia vita.

Ammiro la Germania e la sua cultura, degna e vera erede del mondo latino. Sul materialismo storico e dialettico e i due tristi individui che ne formularono la teoria pesa tuttavia, anche se indirettamente, la responsabilità della famigerata sciagura politico-sociale che ancora oggi affligge parte del genere umano. Mi rifiuto di considerarli tedeschi perché non intendo disonorare o offendere tutto il popolo di quella grande nazione.

Al tedesco ho dedicato moltissimi anni di studio, spronato anche dalla passione per Wagner e la sua sublime musica. Tra le lingue che parlo correntemente è la mia prediletta, l’inglese invece l’ho imparato in casa da piccolo, mio fratello ed io avevamo l’obbligo di usarlo tra di noi e con i nostri genitori, ma insieme al francese è quella che mi piace meno.

Ho vissuto gli anni ’60 e ’70 con grande passione. Formidabili, travolgenti, memorabili, epici. I migliori della mia vita.

Fu purtroppo un nostro fatale errore non comprendere a quei tempi quanto limitata fosse la sovranità dell’Italia nel suo contesto europeo e mondiale. La potente rete delle “Intelligence” straniere e nazionali che all’inizio ci aveva appoggiato, usò poi la strategia della tensione e degli opposti estremismi per stroncare inesorabilmente il nostro progetto di un “Nuovo Ordine”, di uno “Stato forte”, di una “Weltanschauung” in ottica italica non condivisa e approvata dai nostri “padroni”. Il conto che pagammo fu salato, spesso tragico.

Mi tornano sempre in mente gli amici veri e fedeli di allora, con alcuni di loro mi ritrovo ancora, ricordo la nostra storica piazza, le riunioni, le manifestazioni, le nostre lotte, la nostra militanza. A tutti indistintamente va il mio più fraterno e nostalgico saluto, ma qui mi sento in dovere di lasciare una dedica personale a quelli che hanno avuto per me un significato e un valore davvero molto speciali.

Il domani appartiene a noi
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Ciao Gianni, insieme a Giancarlo sei stato il punto di riferimento, lo storico fondatore del nostro gruppo. Non mi dilungo in inutili e retorici commenti, sappiamo bene dell’importanza che hai avuto per noi, tra tutti ti ho sempre considerato l’amico più caro, più brillante e più fidato. Ci vedevamo spesso, raramente però in San Babila perché la ritenevi poco sicura. A casa tua, a Milano o ad Ascoli, il tempo sembrava non passare mai, mi parlavi di progetti e di speranze ed eravamo certi che tutto stesse per cambiare, per il meglio. La notevole differenza d’età non costituì mai un ostacolo al nostro forte legame, dicevi che ero come un tuo fratello minore. Permangono nella mia memoria il tuo affetto e la grande stima che provavi per me, sentimenti così contrastanti con il severo e rigido piglio marziale con cui trattavi gli altri camerati. Eri di poche parole, ma sapevi essere un leader come nessun altro. “Othala” è stata la nostra bandiera, Torre Pòglina mi fa pensare al vincolo più intimo della nostra fratellanza. Rammento ancora la notizia della tua fine a Maiorca, fu una mazzata devastante. “Come folgore dal cielo”. Con noi, sempre presente.

Gianni Nardi

Grazie Gianni. A noi sempre. Folgore!

Come Folgore dal Cielo
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Ciao Giancarlo, non ci sono parole che possano esprimere lo sdegno per le vili trame di cui sei stato vittima, ciò che davvero accadde non fu mai ufficialmente raccontato, ma noi abbiamo sempre saputo la verità. Ti vedevo spesso insieme a Gianni e la tua fama si spingeva ben oltre i confini della nostra piazza. Tante memorie, dalle imprendibili SAM ai “campi” di P.d.R. che molti frequentavano ancor prima di quel fatidico 30 maggio 1974. Non immaginavamo che i servizi potessero improvvisamente tradirti con accuse ingiuste, rivelatesi più tardi un’assurda montatura. Delfino dette l’ordine e Filippi lo eseguì. Fu la fine. Sempre presente, con noi.

Giancarlo E.

Ciao Maurizio, ti vedevo passare per San Babila soprattutto nel tardo pomeriggio, quando i portici si riempivano della nostra bella gioventù. Ricordo che una volta mi chiedesti dove avessi comprato i miei Ray Ban, le lenti effettivamente erano abbastanza rare, di un colore verde-azzurrato non venduto in Italia. A New York tentai di comprartene un paio per farti una sorpresa, ma erano già introvabili. Il partito ti abbandonò quando più ne avevi bisogno e ti costrinse ad affrontare con coraggio anni cupi e deprimenti. Sono stati pochissimi a possedere la tua tenace perseveranza, ad essere così leali e sereni in circostanze tanto difficili. Un giorno di questi vorrei venirti a trovare a Milano, sarebbe bellissimo rivederti e ricordare insieme i tempi passati.

Anche tu come me sei rimasto un fedele adepto del mondo di Evola e della Tradizione. Tra le tue numerose dissertazioni vorrei ricordare quella sull’esperienza evoliana del “sacro” e sulla teoria delle diverse religioni, “che pur interagendo con noi da punti di vista spesso contrapposti, in un lontano giorno si ritroveranno unite dalla fede in un unico Dio, Padre Universale”.

Ho letto tutti i tuoi libri, “Cavalcare le vette” rimane tra i miei favoriti. Complimenti per la tua incessante attività editoriale, è stato un privilegio conoscerti.

Maurizio M.

Ciao Riccardo, quando nel ’70 chiusero Monforte ci sentimmo traditi e sperduti. I revisionisti del doppiopetto rinnegarono così i loro giovani che cercavano di impedire ai compagni di impadronirsi definitivamente del movimento del ’68. Assurdo! Cominciò dunque il nostro esodo verso le formazioni extraparlamentari. Abbandonammo il F.d.G di via Burlamacchi e fummo tra i primi a trasferirci sotto i portici e a incontrarci nei vari bar di San Babila. Diventarono famosi il Motta, il Borgogna, il Quattro Mori, il Donini e l’Harry’s. Memorabile fu l’attacco di centinaia di compagni, prima in via Torino, poi all’Harry’s di Corso Europa contro pochi dei nostri, Rodolfo, tu, Maurizio, Franz, Davide, Berto, Fero. Ricorderemo sempre il tuo coraggio e il tuo cuore.

Riccardo M.

Ciao Cesare, eroe di tutti noi e sempre protagonista delle interminabili discussioni che ci dividevano tra nietzschiani, evoliani e guenoniani. Avevo solo sedici anni e già pensavo a ON.  Fui sul punto di aderirvi, ma il destino volle diversamente e scelsi così AN che mi avvicinò poi ai camerati romani. Non ho mai fatto parte del tuo gruppo anche se ti vedevo spessissimo. Ci salutavamo, poi ognuno per la sua strada. Anche tu come Giancarlo hai dovuto pagare duramente per le farneticanti accuse di cui sei stato vittima. Ti ho sempre ammirato per la tua coerenza, cultura, tenacia e lealtà. Leggo e rileggo il tuo magnifico libro sulla “nostra trincea” e seguo assiduamente sul tuo sito la tua prolifica attività letteraria. Onore a te Cesare, sei stato uno dei più valorosi e più significativi camerati della San Babila di quei tempi.

Cesare F.

Ciao Vittorio, sempre presente e costantemente in prima linea. In moto eri il più veloce! Alessandro Cantori di viale Premuda ci faceva le “sue” Barrows dalla punta impossibile, grazie a te la M65 e il Loden diventarono leggenda. Eravamo, come diceva Staiti, “una bella gioventù assediata dai rossi, beceri, straccioni e puzzolenti”. Quando dopo il 12 aprile ti rendesti conto di essere stato scaricato dal partito, era ormai troppo tardi. Quel giovedì maledetto ci tormenta ancora oggi, incessantemente.

Vittorio L.

Ciao Rudi, caro amico da ormai tanti anni. Questa tua foto, subito dopo uno scontro con i cinesi, è una vera e propria rarità. Ovviamente, a quei tempi era pericoloso farsi fotografare, ma i fotografi erano sempre appostati dalle parti della nostra piazza. Un attacco improvviso del Movimento Studentesco al Motta di San Babila che non ci aspettavamo. Ti sei rimesso in fretta, ricordo che quella sera stessa dopo il Donini, ci siamo ritrovati a casa tua in via Passione come se niente fosse accaduto. È passato molto tempo, ma hai sempre mantenuto il tuo inconfondibile stile elegante e aristocratico. Rivedere te e la tua bella famiglia è sempre un grande piacere.

Rudolf von H.

Ciao Antonio, ti hanno spregevolmente perseguitato  perché in piazza Cavour ti sei difeso da solo contro decine di attivisti del Movimento Studentesco. Furono i giorni in cui la società borghese e la stampa di regime rivelarono ancora una volta il loro vero volto vile e ipocrita. Alla fine, ti hanno dato ragione, ma quanto tempo a Madrid! Ricordo quella volta quando stavo per andare ad Ascoli e mi chiedesti un passaggio. Volevi parlare con Gianni che non si faceva vedere a Milano da un po’. Vennero pure Davide e Matteo e passammo tutti insieme alcuni giorni molto felici, finalmente lontani dal trambusto e dal clima di tensione della nostra città. Ti avrei poi rivisto in Spagna e finalmente di nuovo a Milano, quando eri ormai diventato un rinomato avvocato.

Poco tempo fa anche tu ci hai lasciato. Tutti noi ti ricordiamo con grande affetto e nostalgia. Salve Antonio, presente sempre, “semper simul”.

Antonio B.

Salve caro e indimenticabile Pierluigi, non sei più tra noi, ma certamente sempre con noi. I cinesi mi avevano fatto le scritte sotto casa in via Saffi e nel vicinissimo corso Magenta, mi ripetevi che ero matto a girare senza la JB. Eri come un fratello. Te ne sei dovuto andare anche tu, ma in Bolivia i servizi ti hanno tradito, la stessa trappola che avevano teso a Giancarlo. Si sono vilmente accaniti contro di te per offrire al marciume borghese e marxista una giovane vittima, colpevole solo di voler cambiare un’Italia inguardabile. Grazie Pigi, sei caduto con onore. Presente!

 

Pierluigi P.

Massimo Morsello – Figli di una Frontiera
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“Figli della notte siamo, che ci porta dove vuole il vento, e che ci aiuta quando ci perdiamo il nostro senso di orientamento, figli di un inno al sole e di una terra che non ci vuole, e di una ferita che ci fa male nel profondo del cuore …

Massimo Morsello – Figli di una Frontiera

A Cristina e Lorenzo, un grande abbraccio in perenne ricordo del loro indimenticabile fratello e mio carissimo amico Alessandro. Con tanto affetto,

John John

Ciao Alessandro, siamo stati grandi amici e leali camerati durante gli anni della tua troppo fugace gioventù. Ci siamo conosciuti a Roma in piazza Euclide grazie a Claudio, l’amico che avevamo in comune e che praticava lo stesso mio sport. A quei tempi facevo già parte della squadra nazionale, la cosa ti impressionò moltissimo perché sin da piccolo, dalla scherma eri sempre stato affascinato. Ogni tanto ti capitava di venire a Milano, cominciammo perciò a vederci anche in San Babila e a poco a poco scoprimmo che per temperamento e carattere avevamo molti punti in comune. Sono ancora vivi nella mia memoria i giorni che pensavamo non dovessero finire mai, di sicuro non molti dei nostri furono così uniti come lo fummo noi.

Mi ammiravi per lo sportivo che ero, ma allo stesso tempo cercavi di convincermi che era arrivato il momento di smettere, sapevi tutto di me, che non ero felice e che non sopportavo più di vivere una realtà che non sentivo mia. Spesso mi ripetevi con il tuo bell’accento romano: “E daje John John, e piantala, lassa stà!” Imparammo un po’ alla volta a conoscerci meglio, a stimarci, ci raccontavamo problemi e speranze, se ne parlava insieme, certi di poter contare sempre l’uno sull’altro, specialmente quando sembrava incombere inesorabile lo spettro dello scoraggiamento. In fondo fu anche grazie a te se finalmente trovai la forza per sottrarmi ad una situazione troppo assillante e che avevo deciso di lasciare per sempre dietro di me, nella polverosa soffitta dei brutti ricordi ormai cancellati dal tempo.

Fosti tra i primi a telefonarmi quando i cinesi, prendendomi alle spalle, mi sprangarono vicino a casa, all’uscita della stazione metro di Conciliazione. Mi rimediai così quattro bei punti di sutura, di certo non mi aspettavo la chiamata di tuo padre, una gradita sorpresa che aiutò a tirarmi su il morale.

A Roma ci si trovava pure a casa tua, anch’io di te sapevo tutto, ma di proposito evitavo di farti troppe domande, ti esortavo invece a rinunciare ad una lotta che non aveva più senso proseguire. Provai sollievo quando mi dicesti che eri in partenza per il Libano, per arruolarti con Walter nella Falange. Volevi passare qualche anno a Beirut per poi andare forse in Sudafrica, in Bolivia o in Brasile, di fatto anche per questo paese eravamo uniti dalla stessa passione. Ci scambiavamo i dischi delle nostre collezioni, tante ore passate ad ascoltare quelle mitiche musiche, sognando Copacabana ed Ipanema. Ma decidesti di tornare in Italia e ciò ti fu fatale. Te ne sei andato, fedele fino alla fine al nostro Ideale.

Rammento quando finalmente riuscii a parlare per telefono con tuo padre, subito dopo quel fatidico sabato del 1981. Tante volte ti avevo parlato dell’angoscia dei tuoi genitori, di quanto speravano che tu abbandonassi una volta per tutte il cammino del non ritorno. Perché, ma perché dannata maledizione ci hai lasciato così? Sapevi di andare incontro alla fine, ma non ti sei mai voluto arrendere. Perché uscire così dalle nostre vite? Nulla fu più come prima. Ti ho sempre davanti agli occhi e nel cuore, ti rivedo con il tuo splendido sorriso nella buona e nella cattiva sorte, tanta nostalgia, impossibile scordarti.

Aristotele diceva che l’amicizia è una sola anima che abita in due corpi, un cuore che batte in due anime, certamente pensava a noi.

Arrivederci Alessandro, Othala guiderà di nuovo il cammino di tutti noi lungo le tortuose strade del destino, “del tempo ce ne freghiamo, sorridiamo e facciamo la corte a sorella Morte, il nero che portiamo è il nostro bel colore”.

Il vano sogno della fuga, alla ricerca del sole.

Everybody’s Talking
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… I’m going where the sun keeps shining through the pouring rain, going where the weather suits my clothes …

Alessandro A.

Alessandro, Roma, fine anni ’70. Alla Balduina, Vigna Clara, EUR o Parioli ci si vedeva frequentemente. Incontravo spesso anche i suoi genitori, il dottor Antonio magistrato conosciutissimo e la signora “Mery”. Mi volevano molto bene e mi scongiuravano di stargli vicino il più possibile, di non lasciarlo solo, chi lo sa, forse un presentimento che già incombeva minaccioso.

Alessandro Alibrandi, sempre ricordato, mai dimenticato.

“Muore giovane chi è caro agli Dèi”

(Menandro, commediografo greco – 342 a.C. – 291 a.C.)

Roma, Via Siena. Qui si trovava la storica sede del FUAN presieduta da Giulio Caradonna dove Alessandro cominciò da giovanissimo la sua militanza. Da qui partirono gli studenti che il 1º marzo 1968 parteciparono alla mitica “Battaglia di Valle Giulia”, uno degli eventi che diede ufficialmente inizio alla contestazione del ’68 in Italia. 

Sempre elegante, lo sguardo intenso, espressivo, profondo e penetrante, uno stile tutto suo, inconfondibile, inimitabile. Fra tutti noi era quello che più richiamava l’attenzione per la sua bella presenza, impossibile non notarlo subito. Era un ragazzo estremamente introverso, solitario, timido e di notevole intelligenza. Amava leggere, soprattutto storia e filosofia, ma politica a parte erano le automobili più delle moto ad essere la sua grande passione. Suo padre gli aveva regalato una BMW da cui non si separava mai. Mi sembra di rivederlo ancora all’ EUR al bar del “Fungo” o a Milano, alla “Torre” di piazza Liberty, intramontabili punti di tanti incontri, nostri e del nostro gruppo. Sono passati molti anni, ma quei bar sono sempre lì, oggi come allora, manchiamo solo noi.

Roma, gli ultimi tempi, poco prima della fine. Anche nei momenti più difficili trovava comunque la forza di sorridere. È con questo sorriso che lo ricorderò per sempre. “Senza storia senza età, eroi di un sogno, figli delle stelle, non ci fermeremo mai per niente al mondo”.

Roma, all’epoca in cui lo conobbi a piazza Euclide. Conservo ancora oggi una copia di questa foto che mi mandò con dedica e “saluti al mio caro amico e camerata”.

Seguono infine le immagini del John di quei tempi ormai lontani. O forse meglio dovrei dire “John John”, come allora mi chiamavate voi amici di tante epiche giornate. È difficile descrivere l’emozione che proviamo al ricordo di anni che hanno segnato per sempre la nostra vita. Città, paesi, attimi di felicità, di speranze e delusioni, un viaggio senza soste, spesso turbolento eppur sempre avventuroso e affascinante.

Così è stata la mia giovinezza, la mia bellissima giovinezza. L’ho vista passare con l’incanto dei suoi vent’anni in un batter d’occhio, senza quasi rendermene conto. Non siamo che schiavi inermi di un Tempo implacabile che ci trascina via come foglie secche al vento, ma che fatalmente sarà costretto ad arrendersi alla incommensurabile potenza dello Spirito che tutto trascende. È solo per mezzo di questa forza invincibile che potremo conquistare la nostra dimensione più elevata, in un mondo fondato su quei valori sacri e immutabili che non si perderanno mai negli oscuri meandri del materialismo.

Ricordi dei miei tempi che furono, dei miei tempi spesso felici, dei miei anni migliori. Certamente non esiterei a scambiare tutti i miei domani per uno solo dei miei ieri.

 

Tornare indietro nel tempo per essere ancora, anche per un unico istante, insieme a tutti voi.

La mia fuga, alla conquista della libertà.

Raindrops keep falling on my head
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“… The blues they send to meet me won’t defeat me, it won’t be long till happiness steps up to greet me … Because I’m free nothing’s worrying me …” 

Come vivere il presente, quando ripenso al mio passato?

Non sempre il sorriso è espressione di felicità. A volte sorridere diventa un obbligo, anche quando non se ne ha voglia.

 

Madrid, anni ’70. Per molti di noi una seconda patria.

Vicino al “Palacio Real” – (Real Palacio de Oriente).

 

Sempre Madrid.

“Plaza Mayor” – “Casa de la Panadería”.

Davanti al portone d’ingresso della “BPS” (Brigada Político-Social). Sullo sfondo, l’immancabile auto civetta dei suoi onnipresenti agenti.

“Palacio Real” – (Real Palacio de Oriente).

Madrid. “Plaza de Cibeles”.

Stefano, Gianni, Antonio, Pigi… non saprei da chi cominciare.

Una versione più recente dell’indimenticabile “bolero” che ascoltai per la prima volta in uno dei locali di quella splendida capitale. Fummo sempre affascinati dalla sua imponente, ma sempre discreta eleganza.

Luis Miguel – La Puerta
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“Plaza de Colón”.

“Plaza de Colón”.

Dobbiaco, vicino a Cortina.

Dobbiaco. Tanti ricordi, il “Toblacher See”, le Tre Cime viste dal lago di Landro. Sono un grande appassionato della musica di Mahler. A Dobbiaco appunto compose “Das Lied von der Erde” e la Decima Sinfonia rimasta incompiuta. Ma l’Adagietto della Quinta per me e per Alessandro era il massimo.

Ascoltando questa musica d’altro mondo mi rendo conto di quanto piccolo e insignificante io sia, al cospetto del Genio che ha saputo comporla.

Gustav Mahler – Adagietto 5ª Sinfonia
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Cortina

Io, sulla strada tra Cortina e Dobbiaco. Alessandro era in partenza con Walter per andare in Libano. Mi sembrò un’ottima idea anche se sapevo che avrei sentito la loro mancanza, comunque era molto più sicuro starsene lontano dall’Italia. Io invece stavo per andarmene definitivamente in Brasile, il destino era già scritto, Alessandro non lo avrei mai più rivisto.

LIBANO. Gli anni del “Kataeb” (Falange) e del “KRF” (Forces Réglementaires Kataeb – Forze normativi Kataeb) di Bashir Gemayel.

Roma, manifestazione in appoggio alla Falange di Gemayel.

Beirut, soldati falangisti.   

Beirut, Bashir Gemayel, capo della Falange cristiano-maronita. Alessandro si arruolò e combatté nelle sue file.

Della Falange potrei parlare a lungo, ma l’argomento è talmente complesso e delicato che richiederebbe un sito separato. Nel 1974 la guerra civile era ormai imminente e anche noi seguivamo molto attentamente l’evolversi della situazione. Io avevo già visitato la bellissima Beirut ed ero rimasto colpito dalla grande cordialità della sua gente. Poi lo sfacelo. Un giorno, forse troverò il tempo per trattare più approfonditamente di quel tragico periodo.

In giro per il mondo … senza mai fermarsi.

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Pag. 1 —– Introduzione – Foto – Rio, Milano
Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

Io in Cile, a Santiago. A quei tempi ero già un militare e il corpo a cui appartenevo mi dava una notevole protezione, molti dei suoi generali ci appoggiavano. Ma è durata fino a quando è stato possibile. Poi il vento ha cominciato a soffiarci contro.

Ancora Santiago. Insieme a Pigi e a Gianni (che abitava ormai in Spagna) avevo partecipato ad un viaggio organizzato dal F.d.G., anche se ormai nessuno di noi ne faceva più parte. Ricordo la nostra visita ad alcune delle installazioni militari dove conoscemmo tra gli altri il generale Contreras. Feci l’impossibile per tornare giusto in tempo e partecipare a un allenamento premondiale, dal Sud America fino in palestra a Milano, come se niente fosse stato. Un solo John, ma due vite completamente diverse. Quei tempi per me furono davvero molto complicati.

 

Scuola elementare Fratelli Ruffini, Milano.

Io in 1ª C, seduto, il secondo da destra, anno scolastico 1957-1958.

A quei tempi portavo gli occhiali per correggere un lieve difetto ad uno degli occhi. Li detestavo! Notare che ero l’unico e i “quattrocchi” si sprecavano. Come già detto, questa scuola era frequentata anche da Francesco (Franz) d.M. che sarebbe poi diventato uno dei più famosi militanti di San Babila. Non eravamo nella stessa classe e ci siamo conosciuti solo più tardi.

Foto di classe al Liceo Parini di Milano, anno 1967-1968.

In alto il quarto da destra, io a quindici anni.

Al centro la mia indimenticabile insegnante di Lettere, professoressa Gloria Salvini Mortola, un vero “monumento” tra i gloriosi docenti della storia pariniana. Grazie di tutto Prof, non la dimenticherò mai.

San Babila era ormai alle porte, il Movimento Studentesco ci vigilava e ci schedava. La nostra battaglia stava per cominciare.

Francesco, Davide, ve li ricordate? La loro foto qui è davvero un obbligo. Il 24 giugno 1965, quando tennero il loro concerto al Vigorelli avevamo tredici anni. Litigai di brutto con i miei perché mi avevano proibito di andarci. Questa non gliel’ho mai perdonata. Neanche oggi, che non ci sono più.

The Beatles – All my Loving
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Il 20 luglio 1969 eravamo tutti davanti al televisore per assistere allo storico allunaggio dell’Apollo 11, stupefatti per la straordinaria prodezza di quel leggendario trio e del gruppo di Scienziati (con la esse maiuscola), davanti ai quali la Storia deve assolutamente inchinarsi. Da quel giorno sono passati cinquant’anni.

Ma non tutte le scienze vanno di pari passo. Non posso fare a meno di pensare che oggi, a oltre un secolo dalla tragica “Spagnola”, la scienza medica ancora si arrovella per trovare un rimedio definitivo contro il semplice, banale ed eterno raffreddore che ogni anno si presenta puntualmente in versione diversa. Coraggio e in bocca al lupo signori, continuate a provarci, prima o poi alla meta arriverete pure voi.

Consoliamoci nel frattempo con i brillanti successori di Leonardo, Galileo, Newton, Planck, Einstein, Fermi e Von Brau che alla NASA già preparano il primo sbarco su Marte, mentre al CERN di Ginevra il “Large Hadron Collider” ci svela i segreti del “Bosone di Higgs” e della formazione dell’universo.

Un ricordo dell’indimenticabile “Albertone”, (dal film “Amore mio aiutami” – 1969)

“…luna ormai non ti posso più sognar, se lassù son venuti ad allunar…”

Alberto Sordi – Luna non sei più tu
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Qui un po’ della mia preistoria.

Ich, der kleine Südtiroler – Io, il piccolo sudtirolese.

Qui ero un po’ imbronciato, forse per la cravatta.

Allo Zoo di Londra con una scimmietta. Notare la macchina fotografica, fu la mia primissima.

Io, a dieci anni. Cominciai a tirare di scherma con il fioretto quando ne avevo sei. Più tardi passai alla spada.

Il giorno dopo aver compiuto diciotto anni corsi subito ad iscrivermi alla scuola guida più vicina. Sopra, la foto della mia prima patente, scattata però quando di anni ne avevo solo sedici, ricordo fra l’altro che proprio in quei giorni avevo conosciuto Gianni, in assoluto il mio più grande, più caro, più indimenticabile amico e mitico camerata. Devo ammettere che di automobili non sono mai stato molto appassionato, ma due anni dopo toccai il cielo con un dito quando riuscii a comprarmi una bellissima Honda 750, senza che mio padre lo venisse a sapere. Non voleva neanche sentirne parlare e lo scoprì solo più tardi.

Io, diversi anni dopo. Tanto, tantissimo sport!

 

Allenamenti lunghi, intensi e logoranti, tante ore dedicate con disciplina ad un’attività agonistica che speravo potesse portarmi a risultati ben più importanti di quelli ottenuti. Rimane però la convinzione di aver fatto del mio meglio, sempre. Alessandro non si stancava mai di dirmi che ero troppo severo con me stesso, troppo esigente, cercava sempre di rincuorarmi da grande amico che era. Avevo sempre la sensazione di non aver fatto abbastanza, che mi mancasse qualcosa, forse soffrivo troppo la tensione o forse avevo soltanto bisogno di sentirmi un po’ più libero, per non parlare poi di quanto la passione per l’attivismo politico consumasse tutti noi camerati, di come ci divorasse fino all’osso, o chissà, molto probabilmente non possedevo le doti tecniche che pensavo di avere. Lo dico con tutta sincerità, non ne potevo più. Ed era allora proprio nei momenti più difficili che la sua presenza e il suo appoggio morale mi facevano un gran piacere e mi erano di grandissimo conforto.

È molto arduo trovare qualcuno con cui confidarsi e che ci capisca veramente a fondo. Nel mio caso non lo è stato perché in quel giorno ormai così lontano ebbi la fortuna di trovarmi a Roma, in Piazza Euclide, nel posto giusto e al momento giusto. Incontrarlo e conoscerlo bastò per infondere una rinnovata motivazione alla mia militanza.

Nel 1981, la notizia della sua tragica scomparsa mi raggiunse quando ero ormai a Rio, addolorandomi profondamente. Se ne era andato uno dei miei più grandi amici di sempre.

Figli delle Stelle – Daphne Barillaro
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“Noi siamo figli delle stelle
Senza storia senza età, eroi di un sogno
Noi stanotte figli delle stelle
Ci incontriamo per poi perderci nel tempo …”

Tempi della gioventù, ricordi a volte felici.

 

Una mia foto del ’74 all’epoca della nazionale ai campionati del mondo, se ricordo bene in Francia a Grenoble.

Al centro, io con la squadra nazionale alle Olimpiadi di Montreal nel 1976. Notare che l’unico senza Ray Ban è proprio il sottoscritto.

La foto fu scattata al villaggio olimpico. Ho avuto modo di visitare sovente il Canada, uno dei paesi più belli del mondo.


Di foto dei miei tempi sportivi ne avrei tante altre, ma non vale proprio la pena pubblicarle. Questa per me è una storia ormai morta e sepolta nel cimitero dei miei ricordi, cancellata per sempre.

 

Pur rispettandoli e volendo loro molto bene, nessuno di noi dava più retta ai “doppiopettisti” che sognavano di racimolare voti sufficienti a farli entrare nel tanto agognato arco costituzionale. In epoca elettorale davamo loro una mano coi volantinaggi e i manifesti, anche se di partiti ed elezioni a noi non importava proprio niente. La gente faceva sempre una dannata confusione quando si trattava di definire il nostro concetto di estrema destra. Noi non volevamo far parte dell’arco costituzionale, né tanto meno volevamo sedere in parlamento. Al contrario, volevamo farlo chiudere.

La questura non autorizzava sovente le nostre manifestazioni, condizionata come era da una società borghese, sinistrorsa e partigiana. E comunque eravamo pochi rispetto ai gruppi di cinesi che a migliaia mettevano a ferro e fuoco le strade di Milano, ogniqualvolta il PCI lo ordinasse.

Qui sotto la mia Honda 750. Raramente ci facevamo le foto a vicenda, né tantomeno ho mai pensato a quei tempi di farmene fare una mentre la guidavo. Ahh, ci fossero stati i telefonini! Ne ero orgoglioso perché a vent’anni l’avevo comprata a rate con i miei soldi all’insaputa di mio padre. Diceva che era troppo pericolosa e che piuttosto mi avrebbe regalato un carro armato (sic!).

Chi passava per la San Babila degli anni ’70 aveva modo di ammirare le più belle moto di Milano. E come non ricordare allora i giorni delle nostre scorribande dalle parti della Statale, tutti insieme ad alta velocità per far sognare un po’ anche i poveracci cinesi, in fondo si voleva dare pure a loro una occasione per lustrarsi gli occhi. Era naturalmente l’immancabile Vittorio con la sua potente Laverda ad essere sempre in testa al gruppo. Alla domenica invece ci si trovava a volte davanti a casa mia in zona Magenta per andare in Svizzera, trenta minuti fino a Ponte Chiasso, un record! Non posso di certo scordare Rudi che con la sua leggendaria Kawasaki 750 Mach IV furoreggiava tra gli appassionati della “bara a due ruote”. Non faceva tempo a fermarsi sull’angolo tra la piazza e Monforte che veniva subito circondato dalle bellissime camerate, disposte a tutto pur di fare un giro con lui. Rudi Rudi, quanti cuori infranti, ma stai tranquillo, questo a tua moglie non lo raccontiamo.

L’audio seguente però è dedicato a tutti gli inveterati biciclettari. Specialmente a quelli che amano sfoggiare le aderentissime e vezzose tutine variopinte con il casco da corsa, per poi pedalare follemente … a “pazzeschi” 15 km all’ora. Non sono contrario alla bicicletta per carità, quando ero bambino non vedevo l’ora di andare al parco con mio fratello e gli amichetti per fare le corse, ma oggi non saprei proprio cosa farmene . L’ultima volta che la usai da adulto fu nel ’73 quando fu decretata l’Austerity per la crisi petrolifera, poi si arrugginì e finì dal rottamaio. Certamente non le sopporto in Germania. Gli ambientalisti locali sono fanatici delle loro ciclovie e odiano i centauri, non azzardatevi mai ad attraversarle prima di essere certi che non stia sopraggiungendo un ciclista.

Di recente, a Monaco di Baviera un solo attimo di distrazione avrebbe potuto costarmi caro. Mi è arrivato all’improvviso da dietro un tizio che si è messo a sbraitare come un invasato, intimandomi con tono perentorio di farlo passare. Mi sono bloccato sul posto costringendolo a fermarsi, poi ho mandato lui e i suoi barbari progenitori a quel paese nella sua lingua, non prima di averlo invitato non proprio cortesemente a comprarsi una moto. A certi tedeschi del giorno d’oggi bisogna a volte imporre con decisione il proprio punto di vista. Se si arrabbiano e si mettono a urlare, prima di passare dalle parole ai fattacci, devi fissarli gelidamente negli occhi e urlare ancora più forte, come facevano in guerra gli ufficiali della Wehrmacht. Il risultato è garantito, se ne tornano subito a casa zitti zitti perché sono comunque ancora abituati a rispettare sempre l’autorità.

“Mi raccomando atleti biciclettari, non correte troppo, altrimenti cadete e vi fate male. E chi lo racconta poi alla mammina?”

La Moto – Ombretta Colli
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Bellissima Ombretta Colli.

“… chi vive più di me quando vado a 200 all’ora … se non altro morirò col vento su di me.”

Porto Ceresio, sul lago tra Italia e Svizzera, ricordi d’infanzia. Qui da piccolo ho passato molte estati. 

Milano, sempre la mia Milano.

Milano. Qui torniamo ai favolosi tempi del “Divina” di via Molino delle Armi.

Fu questa la prima discoteca milanese ad adottare il sistema dell’ingresso selettivo. Davanti alla porta troneggiava impietosa l’indimenticabile e corpulenta PR “Big Laura”, con il compito di far entrare solo chi fosse in sintonia con l’ambiente molto sofisticato o comunque esteticamente “idoneo” alla frequentazione del locale.

Io – Alessandro A. – Rudi – Alessandro S. – Alberto A. e tanti altri del nostro guppo. Al sabato sera la San Babila che contava era tutta lì.

DJ era il grande Claudio Cecchetto.

Senza ombra di dubbio la nostra generazione ebbe il privilegio di vivere anni fantastici e irripetibili, anche per via del loro memorabile genere musicale.

Questa versione disco di My Cherie Amour fu un grande successo e piaceva a tutti noi, specialmente a Rudi.

My Cherie Amour – Vinyl Triple S Connection
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Guardatelo bene. Era sempre elegante, impeccabile, senza tatuaggi da calciatore intellettivamente deficitario o da ergastolano impenitente, senza anelli al naso o stupidi aggeggi perforanti (“piercing”, detto con un termine anglofono, cacofonico e avvilente) di ancestrali e selvagge memorie. Indossava jeans e pantaloni che non erano sfilacciati o pieni di buchi, semplicemente perché non ci si identificava con il disordine e la trascuratezza di un branco di amebe senza futuro. Claudio era pulito, ordinato e aitante, era l’antitesi della degenerazione del mondo moderno, di un mondo infestato da un’accozzaglia di esseri rozzi, straccioni, primitivi, sporchi, puzzolenti, inferiori e volgari, indegni persino di essere definiti umani. I valori della Tradizione si traducono anche in questo, il privilegio di appartenere ad un mondo infinitamente più puro e più aristocratico, non solo dal punto di vista spirituale, ma anche da quello estetico, privo delle aberranti sottoculture tribali dei giorni nostri. Non esito ad affermare che noi eravamo allora e continuiamo ad essere oggi di un’altra dimensione, assolutamente superiori. No, decisamente e per fortuna non siamo tutti uguali. Ciao Claudio! Come te nessuno!

Due passi in “Montenapo”

Milano, via Montenapoleone oggi.

Milano, via Montenapoleone anni ’60. Le prime minigonne.

Milano, “Montenapo” 1972. Pellicce a parte (erano bellissime, ma oggi sono un animalista convinto), ecco il fascino della vera eleganza milanese, sobria e discreta. Purtroppo, si è perduta nel tempo.

Milano, via Montenapoleone anni ’70. Due giovanissimi camerati senza pudore.

Ma dai ragazzi, cosa cavolo guardate?

Sorvoliamo … peccati veniali di quella bellissima e mitica gioventù.

La frivolezza e la futilità non sono mai state caratteristiche dei camerati della nostra San Babila, non importa a quale ceto sociale essi appartenessero.

Tuttavia, alcuni di noi, anche per ritrovarsi in un ambiente un po’ più appartato e raffinato, frequentavano molto spesso il leggendario “Monkey Bar” di via Sant’Andrea che incrocia appunto Montenapoleone, da sempre considerata tra le vie più care del mondo e distante solo pochi metri da San Babila. Inaugurato nel 1962 da Mario Fattori, era piccolo e dall’esterno quasi non si notava. Vi entravano solo i clienti abituali, gli sconosciuti venivano cortesemente bloccati con una scusa, a volte dal maître Mario o dal mitico barman Oscar che una volta ci raccontò di un pomeriggio quando si presentò all’ingresso una persona con scarponi, pantaloni da montagna e un maglione chiedendo: “Posso entrare lo stesso vestito così?”. Era l’avvocato Gianni Agnelli! I camerati erano sempre benvenuti, anche perché i cortei dei cinesi da quelle parti non passavano mai e non c’era il rischio che potessero incendiare il locale. Nel 1986 ne divennero titolari Ermanno Taschera e Vincenzo Zagaria che decisero di cambiargli il nome, lo chiamarono “Il Baretto”.

Quanto a noi i ricordi sono tanti.

Ci andai la prima volta nel 1970 insieme a Gianni che era il nostro capo indiscusso, taciturno come al suo solito tranne che con me e pochissimi altri perché eravamo molto uniti e affiatati, Alessandro A. che quando veniva da Roma a Milano non mancava mai di farci una scappata, Alberto A. – sempre insieme alla bellissima “Iaia”, peccato che poi si siano lasciati, Alessandro di C. – di famiglia nobile, oggi molto famoso, Franz, Giancarlo, Alessandro S. – la sua splendida ragazza era una certa Alba Parietti, sì proprio lei, e naturalmente Rudi che lo frequenta ancora oggi al nuovo indirizzo di Via Senato e che proprio lì mi ha invitato a cena, una sera quando ero appena tornato da Rio. È stato commovente rivedere Ermanno e Vincenzo, sempre in gamba.

Il popolare corso Buenos Aires. Marco e Giorgio abitavano da queste parti. Qui sfilavano i cortei “rossi” diretti in piazza San Babila. Quando torno a Milano ci vengo spesso, è una delle mie vie preferite.

Milano, cinema Excelsior, anni ’70.

Parlando di film, furono due le pellicole che per il loro contenuto erotico fecero grande scalpore nella società benpensante e bigotta di allora: “Metti una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi e “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci. La prima uscì nel 1969, la seconda nel 1972. Entrambe si avvalsero di colonne sonore di enorme successo, composte rispettivamente da Ennio Morricone e dall’argentino Gato Barbieri.

Nel 1969 avevo sedici anni e pur essendo alto, tutti i miei tentativi di assistere a film v.m.18 erano naufragati miseramente. I controlli alla biglietteria erano molto rigorosi. Telefonai quindi alla mia amica Enrica di due anni più vecchia di me e ci mettemmo d’accordo di trovarci in Galleria del Corso al cinema Excelsior, dove appunto stavano dando in prima visione “Metti una sera a cena”.

Ricordo nitidamente tutti i preparativi. Mi misi una bella giacca blu scuro a un bottone, camicia celeste con il colletto alto come si usava allora, pantaloni leggermente scampanati, troppo scampanati era senz’altro di cattivo gusto, cravatta “tagliata” in maglia di lana verde-scuro e gli immancabili Ray Ban. Sulle scarpe sorvolo, quella moda a Milano fummo proprio noi a lanciarla.

Ci presentammo così davanti alla biglietteria, io con la sigaretta accesa in bocca, a quei tempi era permesso, molto strettamente avvinghiati l’uno all’altra, mi si perdoni la ridondanza, ma è assolutamente voluta. La bigliettaia, impassibile, ci squadrò severamente, staccò i due biglietti, incassò le 3500 lire e ci disse: “Buon divertimento!”. In-di-men-ti-ca-bi-le! L’immenso Ennio Morricone non ha bisogno di presentazioni. Bellissima e affascinante la brasiliana Florinda Bolkan, l’ho conosciuta a San Paolo dieci anni fa. Rimasi impressionato da questo splendido film che evidenzia in modo davvero magistrale la contestazione ai valori borghesi, ripudiati con veemenza dalle due opposte fazioni estremiste di quei tempi. Anche i suoi personaggi se ne dissociano, quasi inebriati dal loro proprio isolamento esistenziale, affascinati da una visione nichilista del matrimonio che li spinge a rafforzare i propri legami in una dimensione di totale amoralità al di fuori dei principi di una società convenzionale, vivendo così una singolare condizione di solitudine di gruppo e disposti ad accettare qualsiasi compromesso pur di non intaccare il delicato equilibrio del loro rapporto. Notevolissimo l’impatto sociale del tema.

Florinda Bolkan

Tra le innumerevoli versioni della colonna sonora ho voluto mixare quella cantata da Florinda Bolkan con la celebre interpretazione originale di Edda dell’Orso, terminando con l’altrettanto famosa versione de “The Sandpipers”. Un giusto omaggio ad uno dei più memorabili film della nostra gioventù.

Metti una sera a cena-Florinda Bolkan-Edda dell’Orso-The Sandpipers
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Nel 1972 invece , “Ultimo Tango a Parigi” ci stravolse tutti in barba alla censura. Pare che nei mesi successivi alla prima, nei supermercati scarseggiasse il burro. Meravigliosi Marlon Brando e Maria Schneider. Meravigliosa colonna sonora del grande Gato Barbieri. Al sassofono Gato Barbieri in persona.

Ultimo Tango a Parigi
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Io travestito da borghese. Per la musica questo ed altro.

Avevo tredici anni quando alla Scala ebbi l’indimenticabile privilegio di assistere al Rigoletto di Verdi, con Luciano Pavarotti, allora agli inizi della sua eccezionale carriera, nel ruolo del Duca di Mantova. Da quel giorno, la passione per la lirica non mi abbandonò più. L’audio seguente è il celeberrimo coro “Guerra, Guerra!” della “Norma” di Vincenzo Bellini, soprano la “divina” Maria Callas, orchestra e coro del Teatro alla Scala diretti da Tullio Serafin, anno 1963. La prima assoluta fu proprio al Teatro alla Scala, il 26 dicembre 1831. Nelle successive rappresentazioni esso infiammava a tal punto i nostri patrioti presenti in platea, da spingerli ad alzarsi tutti in piedi per cantarlo insieme ai cantanti, alludendo alla ormai insopportabile oppressione austriaca. Qui lo voglio dedicare ai marxisti di tutto il mondo perché si ricordino sempre che la loro è una battaglia senza speranza di vittoria. Almeno fino a quando ci saremo noi.

Maria Callas – Guerra Guerra – Norma – Bellini
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“Guerra, guerra! Le galliche selve
Quante han quercie producan guerrier …

Sangue, sangue! Le galliche scuri
Fino al tronco bagnate ne son! …

Strage, strage, sterminio, vendetta!
Già comincia, si compie, s’affretta.”

A due dei più grandi geni della storia della musica. Mi hanno accompagnato lungo tutto il corso della mia vita.

Parentesi americana

1973, New York.

Degli Stati Uniti è in assoluto la mia città preferita. Vivere a New York (vi abitai dal 1993 al 1995) significa sottrarsi al classico stereotipo del cittadino americano. I newyorchesi sono di una galassia a parte, del tutto estranei al tradizionale “american way of life”. Si distinguono immediatamente da tutti gli altri per come si vestono, per come parlano, per come pensano. Nessuno come loro!

1973, New York, Central Park.

Con la partenza per il Sud America si chiuse definitivamente un’epoca della mia vita e se ne aprì un’altra, del tutto nuova. Ero consapevole del fatto che nulla sarebbe stato come prima, che stavo per iniziare un cammino di molte incognite di cui non immaginavo il traguardo finale. Ho saputo però tirar dritto lungo la mia strada senza esitare, sempre convinto di vincere con coraggio tutte le sfide che inevitabilmente il destino mi avrebbe proposto, la vita in fondo è una guerra che tutti noi dobbiamo combattere, ogni giorno una battaglia. Ecco, forse mi è mancato solo il cimento della guerra, quella vera, spietata e cruenta, per provare a me stesso quali fossero davvero i miei limiti. Ma poi, di situazioni per mettermi duramente alla prova se ne sono comunque presentate molte altre.

Il 12 gennaio 1980 scesi dalla scaletta del DC10 dell’esclusiva e indimenticabile compagnia Varig e misi per la prima volta piede sul suolo brasiliano, a Rio de Janeiro. Il ricordo di quel giorno permane vivo e mi emoziona ancora oggi.

Aquarela do Brasil – Bye Bye Brasil – Emilio Santiago
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Rio de Janeiro anni ’80. I primi tempi a Ipanema subito dopo il mio arrivo.

Rio de Janeiro – Roberto Menescal e Márcia Salomon
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“Rio que mora no mar, sorrio pro meu Rio que tem no seu mar lindas flores que nascem morenas em jardins de sol …”

Dannata nostalgia della musica brasiliana dei tempi dorati, quella che faceva il mondo sognare ad occhi aperti. Ricordi di una delle tante primavere romane a casa di Ale, quando per la prima volta ascoltammo insieme questa indimenticabile canzone, senza tuttavia comprenderne neanche una parola. Il portoghese carioca era comunque già di per sé una splendida melodia.

Copacabana de sempre
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“… Copacabana, berço da bossa, coisas tão nossas sim, ficou tão lindo o seu rosto, posto que bem mais mulher, venha comigo pra ver, tudo que eu quero dizer …”

Ragazza di Ipanema – Versione italiana
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“Ohh, se per me ti fermassi …”, mi piace l’accento, un tocco di settentrione italiano in terra carioca. Probabilmente sono in molti a non sapere che quando Antonio Carlos Jobim compose questa celeberrima canzone, si ispirò ad una bellissima sedicenne che passò per caso davanti al tavolino del bar dove era seduto insieme al grande amico e poeta Vinicius de Morães, autore del testo. Lo storico bar esiste ancora oggi e si chiama ovviamente “Garota de Ipanema”. La bellissima sedicenne si chiamava Helò Pinheiro. Oggi Helò ha settantasei anni e vive a San Paolo con la bellissima figlia Ticiane.

La “Ragazza di Ipanema” al tempo dei suoi sedici anni

La “Ragazza di Ipanema” oggi, sempre incantevole.

Qui sotto, la figlia Ticiane.

Non posso fare a meno di riproporre la canzone nella sua splendida lingua originale, interpretata dal grandissimo chitarrista e cantante Toquinho. Ripenso alla mia adolescenza quando la ascoltavo affascinato, non immaginando che un giorno anche il portoghese sarebbe diventato una delle mie lingue.

Garota de Ipanema – Toquinho
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Gli anni ’80. Il calore della meravigliosa Rio. Qui lo provate con tutta la sua intensità. Il video che segue è diviso in due parti, primi anni ’80 e 2018.

Chi nasce a Rio de Janeiro è chiamato “carioca”. Un grazie dal profondo del cuore a tutti i cariocas che mi hanno accolto come uno di loro. Amerò sempre questa splendida e incomparabile città, ogni giorno così diversa, immagine elettrizzante di estati radiose, di soave magia, di tempi memorabili, di emozioni senza tempo.

Video – Rio de Janeiro primi anni ’80 e 2018 – durata 4 minuti circa

Rio de Janeiro anni ’80 – 2018
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“Você viu só que amor nunca vi coisa assim
E passou, nem parou, mas olhou só pra mim
Se voltar, vou atrás, vou pedir, vou falar
Vou dizer que o amor foi feitinho pra dar
Olha é como o verão quente o coração
Salta de repente para ver a menina que vem …”

Video – Rio de Janeiro, Stadio Maracanã – Apertura dei Giochi Panamericani 2007. Durata 5 minuti circa.

La bellissima Daniela Mercury canta “Cidade Maravilhosa, l’inno ufficiale della città di Rio de Janeiro composto nel 1934. Segue la celeberrima “Aquarela do Brasil”. Imperdibile!

2007 Giochi Panamericani – Rio de Janeiro
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Ipanema, mitica spiaggia d’Ipanema.

 

Sullo sfondo il Corcovado. Il Cristo è coperto dalle nuvole. 

In queste ultime due foto ero dimagrito moltissimo per colpa di una brutta epatite che mi aveva costretto a casa per quasi tre mesi. Passai la maggior parte del tempo ad abbronzarmi sul terrazzo, per il sole come gli antichi Egizi ho una vera e propria venerazione e non potrei mai rinunciarvi. Parlando di salute la mia è eccellente, anche perché nel corso degli anni post-italiani ho continuato ad avere la massima cura del mio fisico con la costante pratica di diversi sport, certamente non la scherma che non si addice ai paesaggi e alle temperature di Rio.

Seguo sin da adolescente una dieta spartana e sono immune da alcune delle endemiche piaghe del nostro mondo, citerei i mangiatori compulsivi, gli obesi precoci o tardivi, i drogati, gli alcolizzati e gli individui emotivamente labili o psicologicamente fragili, sono tutti inferiori e per loro provo da sempre un viscerale ribrezzo. Tuttavia, nonostante il mio impegno per mantenere la forma, non tutti hanno fatto la loro parte. La scienza medica, puntualmente così indietro nel tempo, lotta ancora invano contro alcune pericolose malattie tropicali trasmesse dalle zanzare. Durante uno dei miei numerosi viaggi in Amazzonia ho contratto la febbre Chikungunya per la quale non esiste un vaccino. Ne soffro a tutt’oggi le dolorosissime sequele.

Qui mi ero svegliato di cattivo umore. E piantala Rudi, non rompere! La bicicletta non era mia.

Porto Alegre. Rio Grande do Sul.

Qui mi ero svegliato di cattivo umore. E piantala Rudi, non rompere! La bicicletta non era mia.

No Marco, no Mauro vi sbagliate, questa foto non è stata fatta a Rio. Cascata del “Trombão”, vicino a Canela, stato del Rio Grande do Sul. 1500 km da Rio de Janeiro. Anno 1983, se ricordo bene.

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Pag. 1 —– Introduzione – Foto – Rio, Milano
Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

La Cortina di ferro

Gli anni della Guerra fredda

Ricordi dei miei tempi “Riservati”

Parata di Eroi
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Nulla ci rende così solitari quanto i nostri segreti.

Quello che segue è un capitolo della mia storia che per tantissimi anni ho dovuto mantenere nascosto a tutti, persino alla mia famiglia. Sicuramente non mi è stato difficile perché il riserbo e la discrezione sono da sempre caratteristiche molto peculiari del mio modo di essere.

Ma ormai l’assetto geopolitico internazionale è talmente cambiato che oggi, pur con certi limiti, non ho più l’obbligo del silenzio.

Sin dalla fine degli anni ’70 si sono moltiplicate le più disparate teorie e congetture per spiegare cosa veramente sia stata la strategia della tensione. Le parti in gioco furono essenzialmente gli opposti estremismi, i servizi segreti nazionali ed esteri, le forze armate, le organizzazioni occulte infiltrate a tutti i livelli nell’apparato dello Stato.

Qui non ho la pretesa di chiarire i vari perché o percome, ma di raccontare come fu che un ragazzino di poco più di quindici anni cominciò a fare politica prima a scuola, poi in una piazza cittadina e a poco a poco si trovò a far parte di un contesto politico-militare molto più vasto, organizzato e complesso. Ci tengo a sottolineare che ogni mia decisione fu presa in totale libertà. Nulla mi fu imposto. Tutto fu conseguenza di un mio preciso volere.

Ricordo come se fosse ieri quella fredda mattina del gennaio del ’71. Avevo diciotto anni ed ero appena ritornato da Roma dove avevo concluso il Corso di Formazione alla scuola militare del mio Corpo. Mi trovavo vicino a San Babila, al bar “Alla Torre” di piazza Liberty – oggi si chiama “Quore italiano”, sì proprio con la Q, banale e diseducativa trovata “marchettistica” di un permissivismo ormai dilagante – insieme a Mauro Marzorati, Alessandro Danieletti, Rudi, Alessandro Stepanoff, Davide Petrini, Marco Petriccione, Mario di Giovanni, Riccardo Manfredi e altri camerati. Si stava parlando di una manifestazione che si sarebbe dovuta tenere da lì a pochi giorni con l’intervento di Servello. Il morale però era piuttosto basso perché la questura sembrava intenzionata a vietarla, come faceva ormai da tempo.

Arrivò improvvisamente Gianni Nardi che mi chiamò in disparte nella saletta privata sopra al bar, era presto ed era completamente vuota. Mi disse che si doveva discutere di una questione della massima riservatezza e che sapeva di poter contare sulla mia totale discrezione e spirito di attaccamento. Venni così presentato ai due tenenti dell’esercito che lo accompagnavano, vestivano abiti civili molto eleganti, avevano un viso perfettamente rasato e osservandoli più attentamente ne ebbi subito una sensazione di ordine, competenza e disciplina. Con calma cominciarono a parlarmi di un progetto coordinato a livello nazionale e internazionale per proteggere il paese dalla incombente minaccia marxista. Non vollero però entrare nei dettagli e mi pregarono di non fare domande perché non avrebbero comunque potuto rispondere.

Rammenterò sempre di come non mi togliessero gli occhi di dosso, del modo insistente e inquisitorio con cui mi fissavano, quasi a voler cogliere anche il mio più piccolo cenno di perplessità, di indecisione, o peggio ancora, di malcelato dissenso. Rimasi impressionato dalla loro spiccata eloquenza e capacità di analisi, ma in nessun momento mi sentii a disagio perché ero abituato a non cedere mai a timori reverenziali e sapevo che in un confronto faccia a faccia non sarei stato certamente io il primo ad abbassare gli occhi, neanche davanti ad un ufficiale di grado superiore. Penso che di me abbiano apprezzato tre fattori: ero giovane, appartenevo al Corpo più prestigioso delle nostre forze armate e parlavo correntemente l’inglese. Il loro breve discorso mi parve molto suggestivo. Infine mi domandarono cosa ne pensassi e se fossi interessato.

Gianni aveva sei anni più di me, era tenente della Brigata “Folgore” ed era l’erede miliardario di “Amadio”, la fabbrica di elicotteri e aerei militari di Ascoli Piceno (più tardi trasferita in Lombardia) di proprietà di sua madre, Cecilia Amadio. Anche per questo motivo tutta la sua famiglia era storicamente legata allo Stato Maggiore dell’esercito. In San Babila era l’idolo di tutti noi, io poi per lui avevo un rispetto che rasentava la venerazione, specialmente da quando nel ’69 (avevo sedici anni) per la prima volta mi aveva invitato a passare alcuni giorni nella sua villa di Ascoli, mentre a Milano ci trovavamo quasi sempre nel suo bellissimo appartamento di via Mascagni 21, a due passi dalla nostra piazza. Esso occupava gli ultimi due piani del palazzo e dall’ultimo, il diciassettesimo, si aveva una spettacolare vista di tutta la città. Proprio ad Ascoli ebbi modo di conoscere sua madre e la cara sorella Alba e a quel primo invito ne seguirono altri. Nonostante la notevole differenza d’età, ci legava un profondo sentimento di affetto e di reciproca stima. Con lui andavo anche all’estero, veniva a vedermi alle gare sportive, mi telefonava spessissimo e non mancava mai di darmi consigli, ricordo ad esempio quando mi raccomandò di stare alla larga da alcuni giovani che non gli andavano molto a genio per via di certe loro attività che nulla avevano a che fare con la militanza politica.

Su questo punto fu assolutamente intransigente, tanto che un giorno, vedendomi proprio con uno di loro, si avvicinò e senza proferire parola mi rifilò davanti a tutti un violentissimo ceffone che mi lasciò impietrito sul posto, con la guancia dolorante e arrossata, anche dalla vergogna. Se ne pentì però quasi subito e cercò di rimediare con un abbraccio dei suoi, talmente vigoroso, che per poco non ridusse le mie povere costole in misera poltiglia. Non mi aveva mai messo le mani addosso e quella fu la prima ed unica volta. Era fatto così, le sue sfuriate erano proverbiali, duravano poco e nel mio caso mi mantenevano lontano dai guai. Del resto sapevo benissimo che gli stavo molto a cuore e che gli premevano soprattutto il mio bene e la mia sicurezza. Il giorno dopo, come se niente fosse stato, mi regalò una delle sue bellissime magliette che usava durante gli addestramenti della Folgore, toccò quindi a me abbracciarlo in silenzio, mettendoci tutta la mia forza. Gli anni sono passati e quella maglietta purtroppo non esiste più, logorata inesorabilmente come fu dal tempo. Aveva per me un valore davvero incalcolabile.

Dei tanti libri che mi consigliava di leggere finì poi per donarmi uno dei suoi preferiti, “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche che conservo ancora oggi. Eravamo ormai diventati grandi amici quando gli chiesi perché in quella fredda mattina del ’71 tra tutti i camerati avesse pensato proprio a me. La sua risposta preferisco non rivelarla, ma mi riempì d’orgoglio.

A Gianni qui va una dedica senza parole, le mie sarebbero certamente troppo modeste e banali. Che parli dunque Wagner con il suo “Parsifal”, uno dei capolavori più immensi di tutta la storia della musica. Ne eravamo entrambi appassionati.

Richard Wagner – Parsifal – Finale

“Höchsten Heiles Wunder!
Erlösung dem Erlöser!”

“Miracolo d’altissima salute! Redenzione al Redentore!”

La celebre traduzione italiana di Guido Manacorda (1869 – 1965) qui non mi soddisfa molto perché la trovo troppo letterale. Per rendere con maggiore enfasi il misticismo che pervade il finale dell’opera io avrei tradotto più liberamente: “Miracolo di supremo rinnovamento! Redenzione al Redentore!”

I critici non sono mai stati d’accordo sull’interpretazione di questi versi finali. Alcuni ritengono che “Redentore” sia un riferimento a Cristo, altri a Parsifal. È probabile invece che Wagner abbia voluto lasciare all’ascoltatore la conclusione più confacente.

Wagner – Parsifal – Finale
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Gianni, un bellissimo ricordo che il tempo non cancellerà mai. Sono convinto che per il bene di un grande amico si possa arrivare anche al sacrificio della propria vita. Per lui lo avrei fatto senza la minima esitazione, ma quel giorno purtroppo non ero a Maiorca.

Ascoli Piceno, zona Marino del Tronto.

Scorcio della splendida villa seicentesca di Gianni in via Navicella, una strada all’inizio asfaltata che poi si trasforma in un tortuoso percorso in terra battuta, costeggiato da platani e querce. Lunga poco più di settecento metri, non è molto lontana dal centro e conduce fino all’entrata della casa di approssimativamente novecento metri quadrati. La casa esiste ancora oggi ed è considerata “bene culturale”. Tutta la proprietà ricopriva oltre tre ettari di superficie, comprendeva una piscina, un campo da tennis e un meraviglioso bosco con una lussureggiante vegetazione, attraversato da numerosi sentieri. Verso la fine degli anni ’60, Gianni vi aveva fatto costruire anche un attrezzatissimo poligono di tiro.

Anch’io ebbi modo di esercitarmi lì, direi con notevole successo, visto che addestramento militare a parte, frequentavo sia il poligono “Cagnola” di Milano in viale Achille Papa (oggi si chiama “Tiro a Segno Nazionale”), sia quello di Somma Lombardo in provincia di Varese. Quest’ultimo era visitato regolarmente da molti del mio gruppo e da diversi altri giovani della San Babila più elitaria. Usavo di solito una Browning 7,65 – una Beretta M34 – a volte la mitica Colt M1911.

Del gruppo milanese il più assiduo frequentatore della villa era Giancarlo. Io ci andai se ricordo bene quattro volte, una volta con Antonio, Matteo e Davide.

La collezione d’armi di Gianni, iniziata dal padre, era incredibile. Tra quelle che più mi impressionarono citerei senz’altro la mitragliatrice statunitense M60, il fucile automatico AK-47 (Kalashnikov) e tra le pistole semiautomatiche la leggendaria Browning Hi-Power calibro 9 mm.

Ascoli Piceno. Piazza del Popolo.

Lo storico e tradizionalissimo “Caffè Meletti” che frequentavamo spesso di pomeriggio o anche di sera. In gioventù quasi non bevevo alcolici (oggi sono completamente astemio), ad Ascoli però non mancavo mai di ordinare la specialità del Meletti, l’Anisetta con la “mosca”. Ricordo di averla provata lì la prima volta a sedici anni a stomaco vuoto e di essere poi tornato alla villa piuttosto malfermo sulle gambe, accompagnato da due amici.

Fu due anni dopo, ancora in questo elegante locale che Gianni, tra una chiacchiera e l’altra, volle mettere alla prova il mio autocontrollo e senso di responsabilità. Mi diede una grossa busta sigillata contenente vari documenti, chiedendomi di portarla a Lugano e di consegnarla personalmente a un certo “monsieur…” – il nome proprio non me lo ricordo – gestore di un famoso negozio d’armi (si trova ancora oggi nella stessa via) che più tardi seppi essere amico di Gianni e strettamente legato al leggendario e pluridecorato eroe di guerra francese (campagne d’Indocina, Corea e Algeria) capitano Guérin-Sérac, residente a Lisbona. In nessun caso avrei dovuto dire dove e da chi mi era stata data, costasse quel che costasse. Conoscendo bene il suo notorio caratterino sapevo che non era il caso di chiedergli troppi perché.

Al momento della consegna passai però un gran brutto quarto d’ora. Questo misterioso signore, affiancato da un robusto guardaspalle, mi disse con tono perentorio che mancavano due importantissimi documenti, attribuendomene la colpa. La richiesta di spiegazioni e le domande divennero sempre più incalzanti e intimidatorie, ma tenni duro e alla fine me ne andai dall’ufficio con sollievo, senza tuttavia aver capito un accidente di tutta quella strana e incomprensibile vicenda. Ero comunque contento di aver tenuto fede alla parola data.

Quando più tardi telefonai a Gianni per raccontargli l’accaduto, si mise a ridere, mi elogiò per come me l’ero cavata e aggiunse che mi avrebbe rimborsato la benzina della moto. Non battei ciglio, replicai gelidamente con un paio di insulti piuttosto coloriti, dicendogli che di certo non avevo bisogno dei suoi soldi e che mi facesse pure il favore di levarsi di torno per un bel po’.

Rammento che il giorno dopo si presentò a casa mia senza il minimo preavviso, il portiere lo aveva fatto salire perché lo conosceva bene, autoinvitandosi a pranzo. Nonostante la forte arrabbiatura e la cocente mortificazione ammetto che dopo il dessert lo avevo già perdonato. Del resto non potevo serbargli rancore: l’amicizia per noi significava un inscindibile legame di sangue.

La mia partenza definitiva dall’Italia non avvenne per caso, era stata progettata da tempo. Nel 1978 avevo ottenuto il congedo dal mio Corpo, devo dire molto a malincuore. Per diversi anni, durante la militanza politica e l’attività sportiva, mi aveva dato copertura, protetto, appoggiato e garantito una notevole indipendenza, nonostante i vincoli che mi legavano al Centro Sportivo ed in modo particolare ad alcuni autorevoli ufficiali, appartenenti a reparti che potrei definire più riservati. Pochissimi però sapevano della loro esistenza, il Centro Sportivo ne era completamente all’oscuro.

Con loro mi incontravo a seconda delle necessità, apprendendo così ad interagire con meccanismi che dapprima provocarono in me un certo disorientamento, ma che con la dovuta pratica si trasformarono poi in una procedura direi quasi di ordinaria amministrazione. Mi tornano in mente i colloqui a Milano con tre importanti militari, il capitano… (nome omesso), un altro capitano che mi parlava spesso e volentieri in inglese (nome omesso) e il sempre solerte e instancabile maggiore “Fulvio”, molto amico di Gianni. A Roma invece vedevo il prestigioso colonnello G.B. di stanza all’influente “Ufficio R – Sezione Ricerca Notizie”. Mi prese subito in simpatia e fu promotore e responsabile per la mia ammissione e il mio arruolamento nel CAG, quasi un anno dopo quel memorabile incontro con i due ufficiali dell’esercito al bar “Alla Torre” di Milano.

Da lui imparai moltissimo, ricordo le sue impareggiabili dissertazioni sui fondamenti di teoria e di pratica tecnico-militare di livello tattico più elevato, come pure quelle sulla più efficace gestione dell’effettivo civile e militare che per ventura si fosse trovato a dover operare dietro alle linee nemiche, in circostanze di pressione psicologica estrema. Uomo di grande intelligenza, cordiale, efficientissimo e di notevole cultura, nel corso della sua carriera prestò servizio, seppure in tempi e con compiti diversi, alle dirette dipendenze dei generali Gerardo Serravalle, Giuseppe Santovito, Vito Miceli, Pietro Musumeci, Paolo Inzerilli e Gianadelio Maletti.

Alcuni di questi alti ufficiali facevano anche parte della potentissima Organizzazione occulta di cui preferisco non citare il nome, pienamente operativa e onnipresente in Italia a partire dagli anni ’60 fino al 1980. Su di essa si fondavano le nostre speranze di una svolta istituzionale che neutralizzasse una volta per tutte il sempre più concreto pericolo comunista. Ma la vicenda Sindona innescò poi la reazione a catena che portò alla sua scoperta ed ai fatti che ormai sono ben noti a tutti.

 

Il compianto ed indimenticabile colonnello G.B.

I generali Serravalle, Santovito, Miceli, Musumeci, Inzerilli, Maletti.

Rarissima immagine di uno dei campi di addestramento di “Europa Civiltà” a Rascino nel Lazio. Notare la bandiera con la caratteristica “Croce ricrociata”. È composta da quattro croci latine disposte ad angolo retto, l’una contrapposta all’altra. Nel suo significato pagano e cosmogonico rappresentava i quattro elementi, terra, aria, acqua e fuoco, come pure i quattro punti cardinali. Più tardi divenne uno dei simboli del Cristianesimo, ricollegabile ai quattro evangelisti. “Europa Civiltà” fu molto attiva a Rascino e a Bardonecchia.

Va detto che da noi erano molto attivi anche altri campi di tipo paramilitare, Gianni e Giancarlo ebbero per quanto riguarda la loro organizzazione un ruolo determinante. Famosissimi (solo tra gli addetti ovviamente) erano quelli di AN nel Trentino a Monte di Mezzocorona vicino a Malga Kraun e di ON a Rascino nel Lazio. Ma si andava anche all’estero, sempre e solo in Spagna o in Portogallo, a Lisbona il punto di riferimento era “Aginter Press”, una lunga storia che solo Stefano, se fosse ancora vivo, potrebbe raccontare nei minimi particolari.

Era di vitale importanza ottenere informazioni su coloro che agivano da infiltrati per conto del governo di Mosca e del KGB in tutta l’Europa e in particolare in Italia, paese situato al centro del Mediterraneo, confinante con uno dei paesi del Patto di Varsavia e che per di più possedeva il partito comunista più forte del blocco occidentale.

Si sapeva che le loro cellule si annidavano spesso anche tra i gruppi extraparlamentari di sinistra dell’epoca. Erano sovvenzionate dal PCI che a sua volta riceveva fondi direttamente dal Cremlino, bisognava quindi far fronte ad una possibile invasione degli eserciti bolscevichi mediante azioni di guerriglia-sabotaggio dietro le linee nemiche, coordinate dai servizi segreti. Il progetto nacque nel 1948 e si concretizzò nel 1956, anno della feroce repressione sovietica in Ungheria, coinvolgendo gli stati europei aderenti all’ Alleanza Atlantica più due paesi neutrali, Austria e Svizzera. La base italiana, il CAG (Centro Addestramento Guastatori) era in Sardegna a Torre Pòglina, a 18 km dal promontorio di capo Marrargiu, ma a quei tempi nessuno sapeva della sua esistenza, sulle carte militari e topografiche non ne esisteva alcuna traccia.

Fecero parte del gruppo anche diversi giovani di destra (non militari), nonostante ciò contrariasse le norme dell’Organizzazione Atlantica, tutto però era lecito quando si trattava di combattere il marxismo. Essi vennero dunque incorporati nella rete di agenti che si estendeva su tutto il territorio nazionale. L’ operazione fu portata a termine davvero minuziosamente, con la raccolta di informazioni e la schedatura di molti di coloro che in qualche modo fossero legati al PCI, alla sinistra extraparlamentare, che professassero idee d’ispirazione socialista o marxista, o che semplicemente avessero anche soltanto rapporti di amicizia con i militanti di tali gruppi. In caso d’invasione di un esercito del Patto di Varsavia sarebbe scattata immediatamente una operazione parallela alleata, per impedire con ogni mezzo ai marxisti italiani di dare qualsiasi tipo di supporto all’invasore.

I nomi delle giovani reclute furono mantenuti in assoluto segreto e non apparvero mai nelle liste degli iscritti, quando furono divulgate negli anni ’90. Tali liste annoveravano ufficialmente solo 622 civili, ma la realtà è alquanto diversa. L’organico degli agenti in servizio attivo in Italia era considerevolmente più numeroso, 1.915 per l’esattezza, e comprendeva anche moltissimi appartenenti alle forze armate dei quali a tutt’oggi solo l’AISE conosce l’identità.

Anni prima, nel 1985, in un appartamento di uno stabile di viale Bligny a Milano erano state scoperte centinaia di schede compilate dai membri di una cellula di Avanguardia Operaia con i nomi di militanti della destra milanese. Vi figuravano naturalmente tutti i nostri, con relativi indirizzi e gruppi di appartenenza. Anche i rossi si erano dunque dati da fare, seppure in maniera molto disorganizzata, rudimentale e dilettantistica, uno stile che in fondo li ha sempre contraddistinti, ad eccezione però delle BR la cui struttura organizzativa fu talmente perfetta da lasciare sbigottiti persino coloro che il militare lo facevano di professione. Dopo una attenta analisi del materiale ritrovato, fu finalmente possibile identificare gli esecutori materiali della mortale aggressione al nostro Sergio Ramelli. 

Fu così allora che un bel giorno cominciai ad essere convocato a Sassari per disputare una gara sportiva militare organizzata dal Comando dell’isola. In seguito venivo trattenuto sul posto, ufficialmente “per ulteriori allenamenti sportivi”, ma in realtà per partecipare a veri e propri corsi, sia pratici che teorici, sull’uso di armi leggere-pesanti e su tecniche di guerriglia e sabotaggio a sostegno delle forze alleate. Prima della costruzione della provinciale Alghero-Bosa, il mezzo usato per raggiungere il CAG (come ho già detto, a quei tempi nessuno ne conosceva la localizzazione) era l’aereo che decollava da Roma-Ciampino e atterrava ad Alghero, da lì le reclute proseguivano poi con l’elicottero.

Con la nuova strada litoranea il viaggio diventò nel mio caso molto più breve, anche perché essendo militare, godevo di un trattamento speciale e disponevo di informazioni che i più ignoravano. Partivo con un pulmino che aveva i vetri oscurati, per cui potevo solo supporre che il Centro Addestramento distasse circa 40 km da Sassari. La Base era molto prossima alla spiaggia che intravedevo, ma a cui non avevo accesso, udivo comunque distintamente il continuo frangersi delle onde. Di più non mi era concesso sapere, mi era assolutamente proibito di uscire dalla zona degli alloggi e dalle aree di addestramento, domande poi non era proprio il caso di farne.

Era imprescindibile mantenere l’anonimato, ci si chiamava con il nome di battesimo, ma sempre mantenendo un rapporto di assoluta formalità (nel mio caso John diventò “Signor Giovanni”) ed era categoricamente vietato fornire informazioni personali di qualsiasi genere. La minima infrazione avrebbe comportato l’allontanamento immediato. Quando nel gennaio 1980 entrai in contatto con il mio interlocutore a Milano per avvisare che stavo per trasferirmi definitivamente in Brasile, ricevetti più tardi una telefonata del Capo Rete “Signor Francesco” con un cordiale in bocca al lupo e la richiesta di fornire un mio recapito a Rio de Janeiro. Mi si ricordava anche di rimanere sempre disponibile perché una volta entrati nell’Organizzazione se ne faceva parte vita natural durante. Riconosco di essere tutto fuorché un sentimentale, ma quel giorno, d’improvviso, provai una punta di velata malinconia.

OMAGGIO AL GENERALE PAOLO INZERILLI

Generale Paolo Inzerilli – Milano, 15/11/1933 – Roma, 24/03/2024

Dal 1974 al 1986 fu a capo della nostra gloriosa Organizzazione. Devo menzionare la sua grande intelligenza, la sua disponibilità, la brillante abilità nell’organizzare e dirigere. Quando nel 1991 tutti noi ricevemmo la lettera dell’Ammiraglio Martini annunciando lo scioglimento del gruppo, molti ricevettero anche una sua lettera personale.

Addio e grazie di tutto Comandante.

Credo fermamente che la storia sia sempre veritiera per quello che non dice. Un carissimo e nostalgico saluto postumo al mitico “Signor Decimo”, fra tutti gli ufficiali istruttori del CAG, senza dubbio il più indimenticabile.

Dopo la sveglia, prima di cominciare l’addestramento, questo glorioso inno era uno dei più diffusi dall’altoparlante del CAG.

Inno dei Carristi
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“China su fronte si ses sezzidu pesa
ch’es passende sa Brigata tattaresa!
Boh! Boh!
e cun sa manu sinna sa mezzus gioventude de Saldigna …”

Senza presentazioni, da brividi!

Inno della Brigata Sassari
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Non si può assolutamente negare che con il passare del tempo, certi membri di questa struttura difensiva militare vennero a svolgere compiti che esulavano sempre più dalle funzioni originali per le quali erano stati arruolati. I rapporti sempre più sporadici tra i paesi associati, lo smantellamento dei “Nasco”, la sempre più improbabile eventualità di una invasione da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, portò all’utilizzo, su iniziativa di poteri estranei al Patto Atlantico, di alcuni membri della destra radicale addestrati appunto in Spagna o in Portogallo, con il compito di preparare una serie di azioni destabilizzanti (e.g. “Notte di Tora Tora”, Roma 1970) che avrebbero dovuto condurre alla dichiarazione di uno stato di emergenza e alla conseguente sospensione di tutti i diritti costituzionali. Ciò avrebbe liquidato definitivamente qualsiasi tentativo di spostamento dello spettro politico a sinistra. Fu proprio in queste circostanze che fu data una ulteriore stretta alle relazioni tra queste basi operative e la potente Organizzazione occulta che ho menzionato precedentemente.

Sui Nasco vorrei comunque chiarire che molto di ciò che è stato scritto al riguardo è frutto di fantasie da romanzo. I giornalisti credono di essere informati, ma sono puntualmente gli ultimi a scoprire la verità, sempre e ammesso che riescano ad arrivarci. Il deposito di Aurisina (Trieste) appartenente al raggruppamento “Stella Marina” e il deposito di San Vito al Tagliamento (Pordenone) del raggruppamento “Stella Alpina” furono gli unici ad essere scoperti per caso nel 1972 da turisti locali e non dalle forze dell’ordine, come divulgato dai media di quei tempi. Per quanto riguarda tutti gli altri raggruppamenti del Nordest, “Rododendro”, “Ginestra” e “Azalea”, dei loro depositi non se ne seppe mai nulla. Tutto il materiale che arrivava, sempre dagli Stati Uniti (CIA), dalla Svizzera (P-26 o Projekt-26) e dalla Germania (“Überrollgruppe” – gruppi di sfondamento), era racchiuso in speciali contenitori per assicurare il suo perfetto stato di conservazione nel tempo, dato che veniva poi sotterrato nelle zone prescelte.

Prima di proseguire, vorrei fare alcune precisazioni al riguardo della P-26 svizzera. Un paio di lettori di questo sito, per l’appunto svizzeri tedeschi, ha avanzato dubbi sul periodo in cui essa avrebbe operato, contrariando quanto da me affermato. Il fatto di ignorare un particolare molto rilevante può causare in effetti grande confusione. Ribadisco categoricamente che come nel caso di tutte le altre strutture dell’Alleanza Atlantica, anche la P-26 risale alla loro stessa epoca, ossia al dopoguerra anni ’50, ed era preposta alla difesa del territorio nazionale. Per togliere quindi una volta per tutte qualsiasi dubbio ai nostri due lettori, è importante che sappiano dell’esistenza di una seconda agenzia, l’ultrasegreta P-27 che a quei tempi aveva il compito di effettuare all’estero missioni speciali di grande rischio e di schedare e raccogliere informazioni confidenziali sugli elvetici in generale.

Fu proprio la scoperta di quest’ultima che nel gennaio del 1989 fece scoppiare a Berna il famoso scandalo del “Fichenaffäre” (Affare schede). Si venne a sapere che i servizi segreti locali erano in possesso di più di 700.000 schede (stilate tra il 1900 e il 1985), dove figuravano anche i nomi di simpatizzanti dei partiti di sinistra, di anarchici o di comunisti. Ciò scatenò l’enorme putiferio mediatico che un anno dopo si sarebbe ripercosso anche nell’Italia del governo Andreotti. Ma c’è di più. Gli svizzeri sono uno dei popoli più civili e più organizzati del mondo, non sorprenderà quindi il fatto che già prima della Seconda guerra mondiale avessero creato una struttura difensiva per difendere il loro territorio da una possibile invasione dei paesi dell’Asse, Germania e Italia, denominata “Unternehmen Tannenbaum” (Operazione Albero di Natale). In questo furono dei veri e propri precursori, anticipandosi addirittura ai servizi segreti americani.

Una mia ultima considerazione sul tema “Organizzazione Atlantica”. Per tantissimi anni una certa stampa italiana, riportando le invettive isteriche di molti politici, ha martellato il cervello della gente con la teoria delle “continue ingerenze di potenze straniere e dei loro rispettivi servizi segreti negli affari interni ed esterni del nostro paese”. Urge quindi rinfrescare la memoria degli smemorati. La Seconda guerra mondiale si era conclusa nel 1945 con la sconfitta dei paesi dell’Asse, Germania, Italia, Giappone. Nel 1948 il governo provvisorio militare alleato aveva ormai da tempo riconsegnato il potere alle autorità civili italiane e in quel medesimo anno erano state indette le prime elezioni libere del dopoguerra. Solo la mente ottenebrata di certi scribacchini della stampa partigiana e sinistrorsa poteva pensare che gli alleati vincitori, emulando un certo Lucio Quinzio Cincinnato, sarebbero poi tornati tranquillamente ai campicelli di casa loro, lasciando alla repubblica appena nata il totale libero arbitrio di decidere del suo destino presente e futuro. E i cinque anni di guerra? E lo stato a sovranità limitata? Tutto dimenticato? Tutto perdonato? Ma si vuole scherzare? I cronisti dell’immediato dopoguerra erano troppo indaffarati a raccontare della nuova Italia e della sua ricostruzione per poter valutare correttamente il suo scarso potere di autodeterminazione, vanno quindi giustificati. Ma la sfrontatezza di quelli che a loro sono succeduti fino ai giorni nostri non ha limiti.

“Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso.”

(Mark Twain)

Questa massima io però la modificherei così:

Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica ciò che conviene.

I tempi ormai si stavano facendo difficili e molti dei nostri si trovavano già all’estero. Con molta difficoltà ero riuscito a telefonare ad Alessandro a Beirut. Stava bene ed era contento di dove si trovava. Mi raccontò che molti erano già a La Paz, là secondo lui gli appoggi erano maggiori dal momento che AN vi operava da tempo. Io non ero d’accordo. In Brasile avevamo conoscenze più solide e più sicure, collegate anche a quella potente Organizzazione occulta molto influente sia lì che in Argentina. In Bolivia invece, la presenza dei nostri servizi segreti era costante e ciò costituiva un notevole pericolo perché ormai non ci davano più copertura. Giancarlo a P.d.R aveva pagato con la vita l’agguato tesogli dal maresciallo Filippi e i suoi uomini, appunto su ordine dei servizi, inoltre la situazione politico-economica boliviana era talmente precaria che le autorità giudiziarie e di polizia locali tendevano ad appoggiare chi pagasse meglio. L’ineffabile repubblicano Spadolini e il SISDE questo lo sapevano molto bene quando inviarono a La Paz il commando che finì poi con l’eliminare il nostro “Pigi”.

È opportuno riflettere con estrema attenzione sul fatto che tutti i servizi segreti del mondo seguono la medesima e imprescindibile norma: chi non serve più viene abbandonato a sé stesso, eliminato o incolpato di azioni perpetrate da altri. Nel corso degli anni si è cercato con ogni mezzo possibile di decifrarne le strutture e le strategie, molti giornalisti e scrittori hanno impiegato fiumi d’inchiostro per raccontare come abbiano fortemente influenzato la politica mondiale. Si è parlato parecchio anche dei loro metodi d’azione e tecniche di depistaggio, del reclutamento, addestramento e della loro efficienza. Tra tutti ho sempre tenuto nella massima considerazione il “Mossad” israeliano, chiunque avesse la sventura di finire nel mirino di uno dei suoi agenti non avrebbe scampo, certamente verrebbe scovato ovunque, anche su un altro pianeta.

Non posso fare a meno di aggiungere un mio fondato e realistico pensiero sulla sempiterna e tediosa teoria dei “servizi deviati”. Dico subito che non sono mai esistiti, semplicemente perché sarebbero stati in contraddizione con l’essenza di una struttura creata per essere organizzata e coesa, priva di correnti autonome non allineate. Il servizio segreto di una qualsiasi nazione in nessun caso è legato a bandiere, partiti o ideologie, ha sempre seguito, segue e continuerà a seguire le direttive di un potere assoluto, occulto e opportunista, al di sopra di parlamenti, senati, congressi, ministeri, magistrature e altre istituzioni cosiddette democratiche. È pure vero che i suoi massimi dirigenti si dimostreranno inesorabilmente puntuali nel rinnegare quegli agenti che dovessero farsi scoprire nell’adempimento delle loro missioni. Durante i nostri “anni di piombo”, il SID, in seguito il SISDE e il SISMI, dapprima sostennero e poi sconfessarono i due opposti estremismi, a seconda della convenienza. Da un lato ne è esempio eclatante l’agguato di Via Fani compiuto dalle BR. È un dato di fatto, anche se mai confermato, che esso fu “supervisionato” da agenti dei servizi, visto che il famigerato compromesso storico non rientrava nei piani che erano stati stabiliti per l’Italia. Va detto che le BR avrebbero potuto essere smantellate molto prima di quando poi effettivamente lo furono, ma i nuovi servizi, recentemente riformati, avevano tutto l’interesse a prolungare la loro attività. Questo però le BR non lo hanno mai saputo. Sulla sponda opposta potrei citare di nuovo il fallimento dell’operazione “Notte di Tora Tora” nel dicembre del ’70. Il KGB aveva fatto sapere direttamente alla CIA – i canali governativi ufficiali contavano meno di niente – che non sarebbe stata tollerata l’instaurazione di un regime autoritario nella penisola, pena l’intervento militare del Patto di Varsavia in difesa dei “compagni” del PCI. Da qui dunque l’ordine dell’«immediato rientro alla base», impartito al “principe nero” su consiglio (si fa per dire) dell’ambasciatore americano a Roma. Non si voleva ovviamente correre il rischio di una nuova crisi mondiale, simile a quella dei missili di Cuba del 1962.

Tornando al Brasile, avevo diversi contatti. Tra tutti il colonnello Gilberto Airton Zenkner del SNI e il maggiore Cramer, entrambi di grande aiuto durante i miei primi anni a Rio de Janeiro, del resto i militari erano al potere ovunque in Sud America e noi ne conoscevamo parecchi. Furono molti dei nostri a passare da queste parti, alcuni rimasero, altri vi morirono, ma di ciò la stampa ha parlato fin troppo e come sempre a vanvera. Con il maggiore Cramer avevo un rapporto molto stretto. Fu in Romania nel 1975 che per la prima volta mi raccontò di come il Brasile stesse accogliendo membri della destra internazionale, desiderosi di lasciarsi alle spalle regimi decadenti e inquinati dal veleno marxista.

Purtroppo, all’epoca del mio arrivo a Rio i militari erano al crepuscolo e il generale Figueiredo stava preparando la transizione al ritorno del sistema democratico. Ciononostante molti si opponevano all’apertura e i servizi segreti avevano il loro bel daffare nel tentativo di contrastarla, ma a quel punto il processo era ormai irreversibile. È un dato di fatto innegabile che il regime militare brasiliano sia stato uno dei più tolleranti e ciò è confermato dalla storia dei decenni successivi fino al giorno d’oggi, visto che la sinistra è riuscita non solo a sopravvivere, ma ad arrivare addirittura al potere, prima con un presidente proveniente dal sindacato marxista dei metalmeccanici, poi con una presidentessa, ex guerrigliera maoista (sic!)

Il generale Medici, suppostamente della destra più radicale, lasciava purtroppo piuttosto a desiderare quanto alla risolutezza nella lotta al marxismo, a differenza dei suoi parigrado, l’argentino Videla e il cileno Pinochet.

Il generale Medici

 

Il generale Figueiredo a sinistra in borghese

OMAGGIO AL BRASILE

Hino Nacional Brasileiro
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“… Brasil, um sonho intenso, um raio vívido,
De amor e de esperança à terra desce,
Se em teu formoso céu, risonho e límpido,
A imagem do Cruzeiro resplandece.”

 

Con il collasso dell’impero sovietico e il costante indebolimento dei servizi segreti americani in Sud America (e nel mondo), cominciarono a cadere così, una per una, le giunte militari che per anni avevano governato il continente, aprendo il cammino a pseudo democrazie la cui spaventosa corruzione ha trascinato molti dei suoi paesi nel baratro di una crisi economica e politica di dimensioni impensabili.

Nel prospero Venezuela di un tempo si è installato il fantoccio marxista il cui nome non vale la pena nemmeno di pronunciare. L’ Argentina che ancora non riesce a scrollarsi di dosso il suo obsoleto passato peronista ha un’inflazione del 47% (2018), il più alto degli ultimi ventisette anni, mentre in Bolivia nel 2018 avevano un presidente che ebbe la ridicola idea di regalare al papa una scultura in bronzo di Gesù Cristo crocifisso sulla falce e il martello.

Del Brasile ho già detto. Nell’ottobre del 2018 hanno eletto alla presidenza del paese un capitano della riserva. Un militare aperto alla democrazia che interagisce con un congresso di una lentezza legislativa pachidermica, costituito anche da deputati che non sempre vantano un certificato penale proprio impeccabile. Non è sufficiente essere un militare o dichiararsi di destra. Chi governa deve essere un tecnico di provata capacità ed esperienza, non legato ad un partito o all’influenza del sistema partitocratico, deve possedere innata la virtù dell’oratoria e conoscere bene l’arte del comunicarsi con le masse.

Si dice che il cammino verso la democrazia sia lungo, difficile e tortuoso. È molto probabile invece che esso non porti da nessuna parte. Quanto a noi, continuiamo secondo il lemma evoliano a “Cavalcare la Tigre” in attesa di tempi migliori che sicuramente arriveranno, perché da parte nostra ci sarà sempre l’impegno di non desistere. Siamo in molti in giro per il mondo e sappiamo attendere pazientemente. Ma statene pur certi, prima o poi scoccherà di nuovo l’ora del nostro ritorno.

Copacabana

Venezia

 

Roma, Villa Borghese.

Roma, piazza San Pietro.

 

Roma, Foro romano.

Roma, piazza Venezia, che nostalgia di quel balcone!

 

Dobbiaco, Sacrario San Candido.

 

Cortina d’Ampezzo

Le giornate in cui finalmente riuscivo a staccarmi dalla realtà quotidiana per vivere come e con chi volevo, ma era un sogno che sarebbe sempre rimasto tale.

Cima della Tofana di Mezzo a 3.244 m

Svizzera, Passo del Bernina.

Le Dolomiti. Ma il pensiero corre al Monte Rosa e al ghiacciaio del Lys, dove riposano immortali le ceneri di Evola.

OMAGGIO ALLA SPAGNA

Himno Nacional de España
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      ¡ARRIBA ESPAÑA!   ¡UNA, GRANDE, LIBRE!

“Creeremo una Spagna fraterna, una Spagna lavoratrice e laboriosa dove i parassiti non troveranno dimora; una Spagna senza catene, una nazione senza i germi distruttivi del marxismo e del comunismo, uno stato per il popolo, non un popolo per lo stato.”

Francisco Franco

Cara al Sol – ¡Arriba España!
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“Cara al Sol con la camisa nueva que tú bordaste en rojo ayer, me hallará la muerte si me lleva y no te vuelvo a ver …”

 

MADRID    

Ci sentivamo come asserragliati in un forte accerchiato da avversari infinitamente più numerosi. Non ci siamo mai arresi.

Molte primavere, illusioni, certezze, uniti sempre. Anni dorati. Dolce malinconia.

Permane struggente il ricordo di coloro che non ci sono più. Giovani vite disintegrate dal sistema. Grazie e onore a tutti voi! Insieme abbiamo scritto pagine indimenticabili della nostra gioventù.

A voi e alla “nostra” piazza segue un mio pensiero con tanto affetto:

“SANBA” ADDIO!

 

“Epiche giornate, attimi di speranza, allegria, tristezza, vite che si intrecciavano, destini già segnati eppure ancora tutti da scoprire.

Oggi ti guardo ormai vuota, ovunque è solitudine, ombre, volti anonimi, indifferenti, voci che non sento.

Cammino, ritorno lungo la strada del tempo che tutto spazza via e trasforma. Luce che illumini d’improvviso, disperdi la polvere, scuoti e risvegli dal torpore gli assopiti.

Ecco, ti rivedo finalmente viva, impavida e fiera come allora, risento alta e forte la voce degli amici, la pelle è accarezzata dolcemente dalla prima tiepida primavera.

Ma è già tramonto. Tutto scompare. Si dileguano le rimembranze, torna il silenzio. Sei stata nostra… per sempre grazie, non ti dimentichiamo”.

“John John”

Il mio canto libero – Lucio Battisti
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“In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi
Io e te …

 

Omaggio alla immortale città di Roma e ai suoi indimenticabili camerati. 

     

 

 Addio grande, indimenticabile Stefano, ti salutiamo tutti sull’ attenti. Presente, sempre!                

   

“Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius”. (Quinto Orazio Flacco)

Sole fecondo, che col carro ardente porti e nascondi il giorno, e nuovo e antico rinasci, possa tu vedere mai nulla più grande di Roma!

Roma Capoccia – Antonello Venditti
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“Roma capoccia der monno infame …”.

Ciao Ale, questa è dedicata solo a te.

Parioli, Trastevere, Monte Mario, Prati… non ti dimentico.

Roma nun fa’ la stupida stasera – Valerio Mastandrea – Sabrina Ferilli
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…Faje senti’ ch’e’ quasi primavera
Manna li mejo grilli pe’ fa’ cri cri
Prestame er ponentino
Piu’ malandrino che c’hai
Roma reggeme er moccolo stasera.

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Pag. 1 —– Introduzione – Foto – Rio, Milano
Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

Ricordo di una grande poetessa milanese perdutamente innamorata di Roma

Terrazza al Pincio

Poesia di Antonia Pozzi (1912 – 1938)

“Dai viali, a fiotti, corre sullo spiazzo
una fragranza amara d’oleandri.
Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco,
sfiorata di rintocchi. Non un volto,
né una voce, né un gesto afferro intorno:
solo l’anima tua, solo il mio amore,
sbiancato dalla tua purezza. In breve,
nel cielo smorto di sfrenata attesa,
proromperà un rimescolio di stelle.”

Antonia Pozzi nacque il 13 febbraio 1912 da genitori molto importanti nella Milano dell’epoca. Il padre Roberto era un brillante avvocato gradito al regime, mentre la madre, contessa Carolina, era figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera a Bereguardo. Si onorava di essere pronipote di Tommaso Grossi. Antonia visse dunque in un ambiente ricco e raffinato che le consentì di integrare lo studio con frequenti viaggi in Italia e all’estero e con la pratica di vari sport, soprattutto del prediletto alpinismo.

Al prestigioso Liceo Ginnasio Manzoni di Milano si innamorò del suo professore di latino e greco, il grande classicista Antonio Maria Cervi, ma il rapporto con lui, iniziato nel 1930 (dopo il trasferimento del docente a Roma), fu contrastato dalla famiglia Pozzi, fino a una forzata interruzione nel 1933. Il profondo dolore che gliene derivò e che segnò tutta la sua vita divenne tuttavia una spinta all’intensificazione dell’attività poetica, precocemente iniziata nel 1929.

A soli ventisei anni si tolse la vita con i barbiturici in una sera di dicembre del 1938, nel prato antistante all’abbazia di Chiaravalle. Nel suo biglietto di addio ai genitori parlò di «disperazione mortale», ma la famiglia negò la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite. Il testamento della Pozzi fu distrutto dal padre. Tuttavia, nel 1939 egli consentì alla pubblicazione della prima raccolta di sue poesie, “Parole” (Mondadori), scritte su quaderni e fino ad allora ancora tutte inedite.

È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo. Il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni. Il comune di Milano le ha intitolato una via.

Le “Parole” rispecchiano appieno la sua vita riservata e rigorosa e rientrano in quella corrente poetica definita “ermetismo”, il cui più illustre esponente fu Giuseppe Ungaretti. Eugenio Montale le descrisse «Asciutte e dure come i sassi» o «vestite di veli bianchi strappati», ridotte al «minimo di peso, parole che donano consistenza e sostanza alle immagini, per liberare l’animo oppresso e riempire di sentimento le cose trasfigurate».

Io scoprii “Parole” negli anni ’70 in modo del tutto fortuito, a casa di un’amica di mia madre, mentre curiosavo tra i libri della sua biblioteca. Ricordo che leggendo del suo suicidio, rimasi impressionato molto negativamente. Sono sempre stato del parere che chi si toglie la vita, anche in guerra per salvare l’onore, sia un codardo. Persino i momenti più disperati vanno affrontati a viso aperto e con coraggio, sottrarsi ad essi scegliendo di morire è un grave segno di debolezza e di inferiorità. Quanto al suicidio per motivi di amore, dico solo che lo considero un atto ancora più ingiustificabile, a dispetto delle chiacchiere degli inguaribili romantici. Fu comunque una grandissima poetessa.

Roma, Roma, Roma splendida, immortale, immensa. Roma, anche tu per sempre nel mio cuore.

“John John”

Inno a Roma – Giacomo Puccini
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“Sole che sorgi libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma. Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma.”

Inno a Roma (Fausto Salvatori – musica di Giacomo Puccini)

 

Dal 1967 fino alla fine degli anni ’70 fummo dunque protagonisti di un complesso momento storico che scosse profondamente il nostro paese. Nessuno è mai stato in grado di raccontare quei tempi davvero esaurientemente anche se Cesare, Maurizio ed altri si sono prodigati per dare alla stampa scritti di notevole valore che leggo e rileggo con molta passione.

Fu un susseguirsi di vicende intricate, un contrapporsi di organismi nazionali e internazionali spesso occulti, che si intrecciavano e agivano nei nostri confronti, a volte dando copertura a volte reprimendo, ma comunque sempre risoluti a far prevalere quello status quo che alla fine avrebbe spazzato via entrambe le parti, sia noi che i nostri storici antagonisti. Con un po’ di incoerenza, ma a ragion veduta, certi camerati di quel nostro indimenticabile decennio citavano spesso una massima tratta dal “Catechismo” del nichilista bolscevico russo Sergej Necaev: “Al rivoluzionario non è concesso avere famiglia o affetti. Egli ha due soli doveri, la rivoluzione e la solitudine”. Rifletto sovente su questo aforisma e mi accorgo di quanto io stesso, forse inconsciamente, abbia vissuto la mia solitudine come un fatto predestinato, uno stato d’animo del tutto scontato e naturale. Non l’ho mai temuta, non l’ho mai sofferta perché l’ho sempre considerata un maledetto sentimento che non mi avrebbe mai nemmeno scalfito. Erich Fromm diceva: “Paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per poter amare”. Io mi permetto una piccola correzione: è nella nostra solitudine che troviamo la condizione ideale per parlarci intimamente, per ragionare a mente fredda, per impedire a futili emozioni di prevalere sulla ragione e alla fine per prendere le decisioni più logiche e più sensate. La dipendenza affettiva alla lunga avrebbe costituito per me e alcuni altri una fastidiosa ed inconveniente intromissione, un fardello troppo ingombrante, destabilizzante, assolutamente inaccettabile.

Rivoluzione o utopia? “Così è, se vi pare”. Abbiamo seguito la nostra strada fino in fondo, con fermezza e senza esitazione. Diceva Seneca: “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt” . Il destino conduce chi lo asseconda, trascina via chi gli si oppone.

E verrà finalmente il giorno in cui il mondo riconquisterà i valori della Tradizione da tempo perduti, riscattandosi una volta per tutte dalla deprimente realtà del suo populismo tribale.

Milano, Piazza San Babila, Bar Donini – Gin Rosa. Anche qui tanti ricordi, incontri spensierati, riunioni, ore a volte serene, ma pure molto difficili. I cinesi lo incendiarono con le “molotov” durante una manifestazione.

Il bar, pochi istanti prima dell’incursione. Segue un rarissimo video dell’attacco. I giornalisti ed i fotografi erano sempre invitati d’onore alle scorribande rosse che godevano della “latitanza” delle forze dell’ordine, del permissivismo della questura e della tolleranza di una certa magistratura di stampo marxista.

Attacco Bar Donini
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Video – Bar Donini – piazza San Babila – durata 30 secondi circa

I was feeling kind of seasick
But the crowd called out for more
The room was humming harder
As the ceiling flew away
When we called out for another drink
The waiter brought a tray …

A whiter shade of pale – Annie Lenox
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Della mia vita in famiglia non ho molto da dire. I ricordi si alternano tra lieti e difficili. Avrei voluto un po’ più di indipendenza, meno imposizioni, ma infine, ciascuno di noi è artefice del proprio destino. Un saluto molto speciale al mio caro fratello Gil che da anni vive negli Stati Uniti:

Ciao Gil, siamo cresciuti insieme volendoci sempre bene. Poi abbiamo intrapreso strade diverse. Tu probabilmente la più sensata, io quella più burrascosa. A ciascuno la sua scelta, ma niente e nessuno ci dividerà.

 

Fratello leale, valoroso, buono, sensato e intelligente.

Il Brasile mi ha dato tanto, come ho già detto è la mia seconda patria. I ricordi dei miei primi tempi a Rio de Janeiro, gli amici, gli alti e bassi, il Sud America come era una volta, tutto si accavalla e si scompone nel caleidoscopio delle mie memorie. Di tutti gli amici brasiliani, Antonio è stato il più grande. Ci siamo conosciuti qui a Rio, quando quasi non parlavo portoghese. Mi fu vicino nei tempi più duri e difficili, non lo dimentico. Politicamente non era d’accordo con me, ma non mi fece mai domande, cosa che ho sempre molto apprezzato. Anche lui ha deciso di lasciare il suo paese, è diventato americano e oggi vive a New York. Così va la vita, sempre alla ricerca di un sogno che si avvera, se lo si insegue con tenacia.


Ricordo con amore mia mamma Rosemary e mio padre Nicola.

Vorrei una volta per tutte dimenticare le diatribe giovanili con mio padre e riconoscere che mio fratello ed io siamo stati fortunati ad averli avuti come genitori, veramente meravigliosi, sotto tutti i punti di vista. Li ringrazio per tutto ciò che ci hanno insegnato e per i valori morali che ci hanno trasmesso.

Anche loro vissero gli anni di guerra, seppure su due fronti opposti. Mio padre combatté da ufficiale degli Alpini in Africa, con le “Afrika Korps” di Rommel, mia madre invece andò volontaria nella Croce Rossa inglese. Mio zio John, fratello di mia madre, morì a soli ventitré anni nella famosa battaglia di Montecassino contro la 10ª Armata tedesca. Ne porto con molto orgoglio il nome.

Un grazie dal profondo del mio cuore ai miei cugini Franco e Nicoletta e agli amici Chico e Serenella che si sono presi cura di loro durante gli ultimi anni della loro vita.

I miei genitori a Londra nel 1951 subito dopo il loro matrimonio. Così ci si sposava una volta, quando ancora si apprezzava la tradizione e l’ordine, e il mondo non era involgarito come lo è oggigiorno. 

Come vi ho già detto, vivo a Rio dal 1980. Grande e meravigliosa città di gente straordinaria, di parchi e foreste, di mitiche spiagge e di estati senza fine.

Torno spesso nella mia bellissima e amata Italia perché l’ho sempre nel cuore e mi orgoglio di essere italiano, ma con tutti i suoi secolari problemi che a tutt’oggi nessun governante è mai riuscito a risolvere, lo sfrenato permissivismo educativo dei suoi “evoluti” pedagogisti, i suoi monotoni e ritriti stereotipi, le grottesche sceneggiate di molti dei suoi stravaganti personaggi politici e mediatici, nonché la vergognosa assenza di un comune sentimento di unità nazionale, davvero non mi manca.

La vita intanto sembra non volermi dare un attimo di tregua. È una grande ed interminabile avventura che continua a confrontarmi con situazioni ed esperienze sempre cangianti, ad un ritmo direi quasi frenetico. Sono felice per come l’ho vissuta, rimpiango i molti progetti che non ho mai realizzato, forse dovrei ritenermi colpevole di non aver contraccambiato chi mi ha veramente amato e che non ho voluto o non sono riuscito a tenere vicino a me. Si dice d’altronde che la solitudine sia la virtù degli uomini forti. A ciò credo fermamente, non esiste verità più vera.

Mi capita spesso di pensare a tutti coloro che sono caduti da eroi, in guerra o in azione, combattendo per l’Ideale in cui hanno creduto. Confesso che l’idea di morire di vecchiaia, aspettando la patetica e decrepita “Sorella Morte” sdraiato in un letto, mi avvilisce profondamente. Spero non mi faccia attendere troppo, che ben venga, sarò felice di incontrarla, l’accoglierò con una sonora risata, le darò un bel calcione nel fondoschiena scarnificato e ossuto, e prima che mi faccia salire sul suo pacchiano, lugubre e sgangherato traghetto che nessuno di noi temerà mai, la manderò per l’ultima volta a quel paese, salutandola romanamente con un “εἶα εἶα ἀλαλά”, come ai bei vecchi tempi.

Salve dunque, miei indimenticabili camerati e grazie per aiutarmi a mantenere vivo il ricordo della nostra storia. Con voi ho trascorso la mia giovinezza, insieme abbiamo girato il mondo, e se poi alcuni di noi si sono spesso dovuti impegnare lontani dal gruppo, in ottemperanza alle direttive di strutture più riservate, non abbiatevene a male, il cuore in fondo è sempre rimasto lì a casa nostra, nella nostra Milano e nella nostra piazza.

La mia meta in un distante giorno che verrà? Un pianeta a milioni di anni luce da questa vile Terra ormai così crepuscolare e decadente, al centro di una luminosa galassia non più governata dal genere umano, ma da Androidi di una intelligenza infinitamente superiore e non contaminati da basse meschinità o convulsi sentimenti, dove con rinnovato spirito potrò cominciare una nuova vita, come se non fossi mai dovuto partire. Insieme a tutti voi, presenti sempre e uniti sempre, è chiaro!

“La morte non è male perché libera l’uomo da tutti i mali e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti e porta seco tutti i dolori. Nondimeno, gli uomini temono la morte e desiderano la vecchiezza.”

Giacomo Leopardi

Chi teme la morte non è degno di vivere

Non può sfuggire il particolare dell’Ardito in basso a destra che strattona la disgraziata “Sorella Morte”, sfiorandola con una piuma di pavone. I Romani lo chiamavano “Uccello di Giunone” e credevano che avesse il compito di accompagnare le anime nell’aldilà. Qui, il pavone è simbolo di morte, di risurrezione e di vita eterna, ed esprime regalità, gloria e immortalità.

La poesia seguente, del grandissimo Giuseppe Ungaretti, mi avvince e mi sconvolge ancora oggi, come quando da ragazzo la lessi ad alta voce in classe davanti a tutti i miei compagni. Con una magnifica ed emozionante raffigurazione di eros e thanatos (amore e morte), il poeta ci fa comprendere che solo la piena consapevolezza del gesto di abbandonare la “mazza fedele” (la morte appunto, accettata senza il minimo indugio o timore) è in grado di provocare nel nostro animo le stesse piacevoli sensazioni prodotte da un rapporto d’amore. È dunque necessario sopprimere ogni rimpianto per poter entrare finalmente in una dimensione di nuova speranza. Vi esorto ad osservare che ogni verso della poesia inizia con la “maiuscola poetica”, secondo una consuetudine adottata da alcuni poeti. Per una corretta comprensione del testo è quindi indispensabile prestare la massima attenzione alla punteggiatura, in modo da recepirne il senso compiuto.

“Inno alla Morte”

“Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
È l’ultima volta che miro
(Appiè del botro, d’irruenti
Acque sontuoso, d’antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull’erba svagata si turba.

Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.


Abbandonata la mazza fedele,
Scivolerò nell’acqua buia
Senza rimpianto


Morte, arido fiume…


Immemore sorella, morte,
L’uguale mi farai del sogno
Baciandomi.


Avrò il tuo passo,
Andrò senza lasciare impronta.
Mi darai il cuore immobile
D’un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri né bontà.


Colla mente murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.”

L’Oltretomba nella Mitologia germanica

I Norreni erano i popoli germanici della Scandinavia centro-meridionale e Germania settentrionale. Secondo la loro mitologia, l’Oltretomba corrispondeva al “Walhall”(Walhalla), una maestosa ed enorme sala situata ad Asgaror, il mondo divino governato da Odino che i Germani chiamavano Wotan. Quando i guerrieri norreni morivano in battaglia, venivano divisi in due gruppi: i nobili e i più valorosi erano scelti personalmente da Odino e accompagnati dalle Valchirie nel Walhalla, gli altri invece erano accolti nel Fólkvangr, dominato dalla dea Freia. In seguito, tutti, senza distinzione di rango, si ritrovavano con Odino per prepararsi alla terribile battaglia del Ragnarok (Apocalisse).

Il Ragnarok è lo scontro supremo tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos. Gli Dèi si confronteranno con i giganti, in una lotta in cui entrambi periranno, mentre il cielo e la terra verranno distrutti dopo la guerra finale tra bene e male. Non vi è nulla che gli Dèi possano fare per impedire la loro caduta, il Götterdämmerung, o Crepuscolo degli Dèi. Il Ragnarok è anche il mezzo con cui l’universo, ormai purificato, potrà iniziare un nuovo ciclo cosmico. Si tratta quindi di una fine ciclica del mondo, a cui seguirà una nuova creazione, a sua volta seguita da un altro Ragnarok, e così via, per tutta l’eternità. In altre parole, la creazione e la distruzione sono come punti alle estremità opposte di un cerchio, dove non si può raggiungerne uno senza incontrare l’altro.

Vorrei soffermarmi sul concetto del “nuovo ciclo cosmico” e collegarlo alla teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, secondo la quale l’umanità passa dalla ignoranza alla ragione, per poi corrompersi, precipitando al livello più infimo, e ricominciando finalmente la sua nuova ascensione verso la civiltà. È una caratteristica connaturale e fatale (qui da intendersi come come Fato) del genere umano avvertire la necessità dell’autodistruzione (guerre), per poi risorgere più possente e più puro, in un processo ciclico e senza fine. In fondo, questa è stata e continuerà ad essere la storia del nostro mondo.

Gli Dèi e il Walhalla, il paradiso dei guerrieri.

Richard Wagner – L’Oro del Reno – Finale – Entrata degli Dèi nel Walhalla

Segue un breve video del finale dell’opera, quando gli Dèi fanno il loro solenne ingresso nel regno del Walhalla. Uno splendido e memorabile allestimento del Teatro Metropolitan di New York del 1990, diretto da James Levine. Nella mitologia nordica l’arcobaleno rappresenta un ponte di contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, un collegamento tra cielo e terra. Noi lo consideriamo un simbolo di pace e di speranza, ma in questo caso esso si rivelerà solo una fallace illusione, basti osservare sul calare del sipario lo sguardo severo e ironico del malvagio nano Alberich, quasi a voler esprimere un sentimento di commiserazione verso gli Dèi che si avviano ignari alla terribile battaglia dell’Apocalisse e al loro fatale crepuscolo. Un vero capolavoro, anche della regia. Emblematico è pure il triste canto delle ondine, figlie del Reno, che piangono per l’oro a loro sottratto dal nano Alberich e che provoca il breve turbamento di Wotan, prima di incamminarsi insieme agli altri Dèi verso il “Walhall”.

“Rheingold! Rheingold!
Reines Gold!
O leuchtete noch
in der Tiefe dein lautrer Tand!
Traulich und treu
ist’s nur in der Tiefe:
falsch und feig
ist, was dort oben sich freut”

Oro del Reno! Oro!
Oro puro!
O se raggiasse ancora
nel profondo il tuo intatto gioiello!
Il vero e fedele
solo sta nel profondo
(nelle profondità del fiume Reno n.d.r.),
falso e vile
è ciò che esulta là in alto
(il mondo degli umani n.d.r.).

Video – Richard Wagner – Durata 2 minuti circa

Wagner – L’Oro del Reno – Entrata degli Dei nel Walhalla
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A tutti i camerati sparsi nel mondo e a Colui che per sempre sarà ricordato dalla vera storia!

Giovinezza
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Sole d’Occidente
che accogli
il nostro amico Mikis
ritorna a illuminare
il nostro mondo antico.
Dai colli dell’Eterna
ritornino i cavalli
che portano gli Eroi
di questo mondo stanchi …

Amici del Vento – 1975

Nel suo nome – Amici del Vento
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Almirante nel ’68, alla “Battaglia di Valle Giulia”. A quei tempi credevamo in lui, ma poi ci voltò le spalle. E noi a lui!

“A noi la morte non ci fa paura,
ci si fidanza e ci si fa l’amor,
se poi ci avvince e ci porta al cimitero
si accende un cero e non se ne parla più. Vogliam morire tutti crocefissi
per riscattare un’ora di viltà,
se ci restasse di vita un sol minuto
il nostro Onore si chiama Fedeltà.”

OMAGGIO ALLA GERMANIA

Einen herzlichen Gedanken von mir an alle lieben in Deutschland kennengelernten Freunde und Kameraden. Ihr wird alle unvergessen bleiben.

John John

Lili Marleen – Das Lied des Krieges
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Alte Kameraden
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“… Zur Attacke geht es Schlag auf Schlag,
Ruhm und Ehr’ soll bringen uns der Sieg,
Los, Kameraden, frisch wird geladen,
Das ist unsere Marschmusik …

Ob in Freude, ob in Not,
Bleiben wir getreu bis in den Tod.
Trinket aus und schenket ein
Und lasst uns alte Kameraden sein.”

Die Deutsche Nationalhymne
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“… wenn es stets zum Schutz und Trutze
brüderlich zusammenhält,
von der Maas bis an die Memel,
von der Etsch bis an den Belt –
Deutschland, Deutschland über alles,
über alles in der Welt!”

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Pag. 2 —– R.S.I. – Milano militanza primi tempi – J. Evola – J. V. Borghese
Pag. 3 —– San Babila primi tempi – Omaggio ai camerati più cari – Io, foto di gioventù
Pag. 4 —– La mia storia a Milano – Arrivo a Rio de Janeiro
Pag. 5 —– I miei tempi “Riservati” – Gianni Nardi – Riflessioni sui “Servizi” – Camerati
Pag. 6 —– Roma – Camerati, amici, famiglia – Morte e Mitologia Germanica – Omaggio finale

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